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IL PENSIERO E L’AZIONE DI UMBERTO ZANOTTI BIANCO

di Antonio Jannazzo

 

Il suo fisico esile e slanciato, il volto pallido, forte e magrissimo, i capelli biondi e gli occhi azzurri, rivelavano quei tratti signorili e insieme ascetici che hanno fatto di Zanotti Bianco una singolare e straordinario figura di italiano. Tutte le sue sembianze denotavano lo sforzo per conquistare posizioni ideali sempre più perfezionate, e il tentativo di creare intorno a sé una rete di sentimenti, di azioni e di realizzazioni pratiche, destinata a sciogliere l'ansia, presente nella sua più profonda intimità, di una vita spirituale e sociale migliore.

Quest'attitudine fondamentale del suo carattere si manifestò negli anni dell'adolescenza vissuti al Collegio "Carlo Alberto" di Moncalieri, in un ambiente di padri Barnabiti, tra la dolcezza delle colline piemontesi. In quegli anni, erano i primi anni del Novecento, era esplosa la polemica modernista contro il cattolicesimo istituzionale. Gli "amici della filosofia", come scrisse Gentile, gioirono perché finalmente il mondo laico e moderno era riuscito a lambire il solido edificio della scolastica. Ma per chi, come quel giovane, cercava la propria strada la ventata modernista rappresentò l'avvio ad una religione laica, nella quale la Verità doveva essere sentita, testimoniata e diffusa, senza frattura tra pensiero e azione. Una foto del 1907, scattata sulle colline torinesi, ci mostra Zanotti Bianco in compagnia di Semeria: il padre barnabita, che godeva di larghe simpatie tra i giovani, oratore affascinante e persuasivo, studioso intento a conciliare il metodo storico e la fede, e sollecito verso la dialettica dell'errore e verso i grandi drammi delle classi popolari. Il messaggio di Semeria che giunse al cuore di Zanotti Bianco, al di là di un'adesione che non arrivò mai al cattolicesimo, fu l'inno alla ricerca interiore del Regno di Dio, che altro non era se non il regno dello Spirito.
Questa ricerca, confortata e sostenuta nell'ambiente torinese dall'avvocato Attilio Begey, un seguace del mistico polacco Towianski, si svolse, inoltre, all'interno della nuova atmosfera di cattolicesimo liberale che Antonio Fogazzaro aveva contribuito a creare. Zanotti Bianco lesse Il Santo, l'opera più vicina alle suggestioni del modernismo dello scrittore vicentino, e consentì appassionatamente, specialmente dopo la condanna della Chiesa, alle posizioni dell'autore tutte rivolte alla speranza della nascita di un "santo laico".
L'incontro con Fogazzaro, tanto atteso e cercato, venne in quell'autunno del 1908,1'"autunno in Valsolda", cosl poeticamente e nostalgicamente descritto da Tommaso Gallarati Scotti, e così determinante nella vita di Zanotti Bianco. Egli ne parla in una lettera ad una amica inglese conosciuta a Londra qualche mese prima. "Eravamo nella veranda, - scrive - nella veranda che di tratto in tratto si riempiva del profumo dell'olea fragrans così caro a Lui, per me così pieno di ricordi! Udito che m'occupavo del movimento religioso, mi parli, mi parli! - disse, e il sorriso gli si spense sul labbro (...). Non le ripeterò le sue parole, la voce, lo sguardo così vivi nel mio cuore, non li saprei tradurre, né saprei dire tutta la dolcezza di quel 'Restiamo uniti!' - rammenta il Santo moribondo? ".
Qualcosa moriva e qualcosa nasceva dopo quell'incontro. Zanotti Bianco riflette ancora di più e meglio sulla prassi e sulla filosofia del l'azione, e si mostra "atterrito", come scrive, di fronte al pericolo di una "vita dell'intelletto, priva di ogni azione pratica nel campo sociale e morale". Lo scambio tra scienza e vita e tra pensiero e azione si va precisando, in forme sempre più intense: non nei modi esteriori della razionalizzazione della prassi, ma come ridiscesa agli inferi, a contatto col dolore o coi luoghi più critici della realtà, dove è più urgente il bisogno di un intervento risolutore.
Egli in quell'anno, nel 1908, era già uscito dal Collegio di Moncalieri per intraprendere gli studi di Giurisprudenza. Ma di quelle lunghe, interminabili serate sulle colline torinesi, gli era rimasto il bagaglio di un'intensa vita di esperienze umane e intellettuali. Molte amicizie rimarranno, altre si frantumeranno. Però, incancellabile è l'esperienza di una religiosità che trascende l'ambito cattolico e lo conduce alla mazziniana religione del dovere. A questo risultato egli arriva dopo un faticoso cammino. Dalla scoperta della solitudine e della libertà della fantasia, passa all'"orrore dell'indefinito", alla conquista della "vita eterna", come culto dello Spirito: dello Spirito infinito, privo di ogni cristallizzazione dogmatica, e che in un primo tempo gli appare, nel ricordo della madre scomparsa, con la nostalgia di una terra perduta da riconquistare e, poi, come il soffio creatore della vita. A poco a poco, Zanotti Bianco si convince della necessità di dovere uscire fuori dallo "sterile desiderio" o dal vitalismo senza fine; medita, di fronte al grande bisogno di azione, di abbandonare libri, studi e soddisfazioni dell'intelletto; acquista il sentimento di quelle forze non riconducibili al pensiero astratto; riflette lungamente sul noto libro di Blondel, L'azione, e sull'affermazione, come scrive, "che come una pietra scagliata in un lago provoca vibrazioni ondose che si allargano senza fine, così l'azione nostra, si ripercuote senza posa, dall'una all'altra, sulle vite umane". L'azione e le opere pratiche contavano di più, come del resto si poteva leggere nel Santo di Fogazzaro, di tutti gli sforzi di quei dotti che "bizantineggiavano", pensando che la riforma potesse nascere nei cervelli e non esprimersi nell'azione e nella vita.
Zanotti Bianco partecipa, così, della nuova stagione culturale dei primi anni del Novecento, quando l'abbandono dei vecchi sistemi chiusi apriva nuove possibilità alla volontà innovatrice e agli slanci dell'azione. Quello della volontà era un dramma, in quegli anni, che poteva scivolare nel pragmatismo senza luce, nel bel gesto di D'Annunzio, o nello slancio vitalistico. Zanotti Bianco conosceva tutte queste possibilità e queste insidie, e sceglie l'azione illuminata mazzinianamente dal sentimento del dovere e della Patria, dalla giustizia sociale, dalle ragioni dei più deboli e degli oppressi. Il modernismo politico e religioso, che egli seguiva nelle riviste di quegli anni e nelle conversazioni con i suoi maestri e con i suoi amici, confluiva in una sorta di liberalismo mazziniano attento alle ragioni profonde della fede. Pensiamo al Daniele Cortis di Fogazzaro, del 1895, e quindi precedente al Santo. In questo romanzo già si perdeva il titanismo dannunziano e nietschiano e si passava ad una sorta di protagonismo moderato nel contesto della vita politica e civile. L'azione non era quella del superuomo, ma di un uomo impegnato con equilibrio nella riforma del proprio Paese. Era quella che Zanotti Bianco cercava.
L'occasione, tanto attesa, venne col tremendo terremoto di Messina del dicembre 1908. Zanotti Bianco, che non era mai stato nel Mezzogiorno d'Italia, spronato dallo stesso Fogazzaro, prese parte ai soccorsi delle popolazioni meridionali e, poi, insieme a Malvezzi condusse un'inchiesta sull'Aspromonte Occidentale. Nessuno di loro aveva studiato a fondo i grandi meridionalisti, che scoprirono e avvicinarono successivamente. Né esistevano ancora delle opere generali di storia italiana nelle quali si desse rilievo alla questione meridionale, tranne, si badi bene, quelle degli inglesi Okey e Bolton King. Costoro avevano pubblicato un volume nel 1901 su L'Italia oggi , tradotto da Laterza dietro suggerimento di Croce nel 1902, nel quale si faceva riferimento alle condizioni politiche, sociali ed economiche e alla questione del Mezzogiorno. La questione meridionale nell'opera dei due inglesi era collocata all'interno della questione dello sviluppo nazionale. Come pensava Zanotti Bianco che, infatti, faceva costante riferimento all'Italia oggi e alla Storia dell'unità italiana di Bolton King, in vista di una seconda edizione dell'Aspromonte Occidentale.
«Ricordo una notte passata sull'Aspromonte - scrisse Zanotti Bianco - una notte estiva dai pochi grandi astri lucenti, dai possenti venti meridionali profumati dal sonno divino delle campagne lontane. Ricoverati in una baracca rattristata dal lamento monotono d'un bimbo malato che si confondeva col cigolio delle assi sconnesse, ascoltavamo, avvolti quasi nelle tenebre, storie di miserie e d'abbandoni che, come reiterati lamenti, uomini e donne ci narravano a capo chino, con voce lenta e fioca, appena tremante di lacrime quasi che il pianto venisse di lontano! (...) Fu allora che ci promettemmo di seguirle, povere anime, nelle tenebre e nel dolore!... ».
Zanotti Bianco prendeva così consapevolezza della grandezza e della debolezza del Mezzogiorno; dei silenzi che celavano il sonno della civiltà della Magna Grecia, ch'egli avrebbe contribuito a risvegliare. E cominciava a sentirsi, come Mazzini, straniero in Patria: se questa Patria lasciava abbandonati a se stessi molti dei suoi figli.
Al ritorno dal viaggio nel Mezzogiorno raggiunse Fogazzaro ad Oria, ben determinato ad intraprendere un'intensa azione meridionalistica. Il caso aveva voluto che lungo il viaggio di ritorno al Nord, alla stazione di Pizzo Calabro, avesse incontrato padre Semeria, ed era stato ulteriormente esortato all'azione. Poi, con Fogazzaro, maturò il progetto per la costituzione dell'Associazione per gli Interessi del Mezzogiorno. Due generazioni si incontravano attorno ad un progetto meridionalista: quella più anziana, con Villari, Fortunato e Franchetti; quella più giovane, con Zanotti Bianco e il suo gruppo di amici provenienti dalle esperienze religiose moderniste, come Malvezzi e Gallarati Scotti.
Il 1º marzo 1910 si costituiva, così, l'ANIMI. Al suo interno fín dalle prime riunioni si manifestarono due linee di tendenza: la prima, ispirata da Villari e da Franchetti, progettava un grande intervento di tipo, economico-sociale, rivolto al rinnovamento agrario e alla costituzione di isole di proprietari-contadini; la seconda pedagogico-culturale, e populistica nella concezione di Fogazzaro, intendeva rivolgersi alla azione scolastica e di diffusione della cultura. Fortunato e Salvemini si mantennero scettici rispetto ai progetti di colonizzazione interna. I più giovani Zanotti Bianco, Malvezzi e Gallarati Scotti, li seguirono in questo scetticismo. Ma Franchetti continuò per la sua strada, e tentò di costituire ad Acerenza, in Basilicata, un'area di sperimentazione colturale nella quale i contadini fossero proprietari e imprenditori.
Solo più tardi Zanotti Bianco si renderà conto dell'importanza della questione agraria, accanto a quella pedagogico-scolastica nel Mezzogiorno. Intanto, controllato da Franchetti, che fu il presidente dell'ANIMI dal 1910 al 1917 e che non intendeva lasciare spazio alle iniziative periferiche, Zanotti Bianco nel 1912 si trasferisce in Calabria dove si dedica al ramo culturale ed educativo dell'Associazione.
Furono anni quelli, che durarono fino alla partenza per il fronte, nei quali egli potè soddisfare il suo desiderio di azione, a contatto con le classi derelitte del Mezzogiorno. Era andato a Molfetta per seguire Salvemini nella campagna elettorale del 1913, e aveva conosciuto con indignazione i metodi di lotta polizieschi delle forze governative. E aveva subito iniziato appena giunto in Calabria, nel 1912, la battaglia "Per i monumenti normanni e bizantini": primo accenno di un interesse storico-archeologico che si aprirà, più indietro, alla Magna Grecia.
Più si addentrava all'interno della questione sociale e meridionale, più entrava a contatto con le forze più deboli desiderose di sostegno, più il tono dell'azione diventava mazziniano, e si apriva alla comprensione delle esigenze e delle lotte dei popoli oppressi d'Europa e degli intellettuali perseguitati. Zanotti Bianco aveva preso l'abitudine scendendo in Calabria di fermarsi a Capri, dove c'era una colonia di esuli russi riuniti intorno a Massimo Gorki: un vero porto di mare dove convergevano intellettuali sradicati di ogni genere, e dove, dopo una conferenza su Mazzini, matura l'idea di una collezione di opuscoli sulle varie questioni nazionali in Europa, intitolata alla Giovine Europa appunto. L'obbiettivo è la difesa di tutti i diritti nazionali e, per quel che riguarda la Russia, la lotta contro il mito razzista del panslavismo, che ha il suo centro a Mosca, e la ricerca, al contrario, della triade logica "eguaglianza, libertà, fraternità delle nazioni". Da queste aspirazioni prenderà le mosse, successivamente, la "Voce dei popoli", sorta sul finire della Grande Guerra.
Questa visione internazionale non intaccava, grazie alle radici mazziniane, il suo patriottismo. Si esalta e gioisce per la guerra contro i turchi, e per la spirito giocondo e sereno dei marinai italiani, purché -sottolinea - non si indulga ad una "pagana politica imperialistica". Prevalevano in lui le esigenze democratiche sulle ragioni della diplomazia internazionale e, più in concreto, le esigenze delle nazionalità in lotta contro i turchi e contro l'Austria-Ungheria.
Partì, quindi, volontario nel conflitto mondiale e fu arruolato nel corpo dei granatieri, partecipò all'azione di Magnaboschi, attraversò il Carso, superò l'Isonzo e, alla fine, eseguendo serenamente l'ordine di avanzare a tutti i costi, fu ferito da due pallottole che, entrate nella fondina, fecero esplodere il caricatore della pistola che non intendeva usare. Fu salvato da Bastianelli, allora giovane chirurgo militare che fece sul campo un intervento disperato. In seguito fu decorato con una medaglia d'argento, e si trascinò sempre le conseguenze di quella ferita.
Ancora convalescente, gli toccò di sperimentare i sentimenti più diversi ed opposti, l'amarezza e l'euforia, che ogni patriota conobbe tra la disfatta di Caporetto e la vittoria. Zanotti Bianco aderì al manifesto per L'esame nazionale della storia d'Italia, pubblicato il 20 dicembre 1917, dopo la rotta del nostro esercito, da alcuni intellettuali tra cui Benedetto Croce. Si metteva l'accento, in quel manifesto, sull'isolamento dei patrioti più generosi e sinceri, di fronte ad un'opinione pubblica contraria alla guerra o per una "nota tradizione antinazionale" o per "innato animo servile" o perché presa "dalle vertigini di rovinose utopie". E, alla fine, con tono antigiolittiano, si accusava la classe politica di debolezza verso le forze sovversive e di malgoverno.
Un anno dopo, nel novembre 1918, l'amarezza dileguava, e il tono mutava. Sulla "Voce dei popoli", Zanotti Bianco levava il grido del Finis Austriae : "l'Austria è morta: e dalle sue tristi ceneri già si ergono sull'orizzonte dell'Europa rinnovata, i giovani popoli consacrati, dal crisma d'un martirio secolare, a una vita politica nuova, a una nuova missione di fraternità e di libertà".
Però, quel primo sentimento di amarezza sarebbe ritornato quando egli, con Giustino Fortunato, di fronte al movimento fascista, si andava interrogando sulle forme di una vecchia Italia che tornava: l'Italia delle faide, delle sette, della corruzione, della violenza.
Intanto, dopo la guerra, il vento dei nazionalismi aveva ripreso a soffiare e aveva travolto quella ipotetica, nuova società internazionale alla quale pensavano Zanotti Bianco e il suo amico Andrea Caffi. In un volume sulla pace di Versailles, i due autori intendevano correggere gli errori del trattato e ridisegnare la mappa etnografica e politica dell'Europa dei popoli. La stampa democratica europea apprezzò quell'iniziativa; attorno ad essa si coagularono forze ed esperienze minoritarie di vari paesi; e si manifestò un'atmosfera "giovane europea" che visse a lungo nei rapporti e nelle relazioni personali. Prevalse, ovviamente, la pace legata alla Ragion di Stato. Ma Zanotti Bianco non cambiò idea e continuò a pensare che la vittoria dell'Austria-Ungheria, esaltando al massimo i nazionalismi e gli imperialismi, avrebbe dato risultati peggiori. Inoltre, non abbandonò il campo: la sua concezione della vita non era, per così dire, "massimalistica", ma religiosa e fiduciosa nella positività dei rapporti umani. Per lui, un progetto ideale non realizzato aveva sempre un seguito e una continuità in iniziative minute, in sostegni reali ad individui o comunità e nell'impegno non eroico, ma severo e continuativo. Alla fine restava in moto una tessitura nella quale l'inerzia della vita era combattuta e lo scarto tra ideale e reale superato.
Pensiamo, per esempio, alla partecipazione ai lavori e ai congressi della Famiglia italiana per la Lega delle Nazioni» alla creazione dell'Istituto dell'Europa orientale, rivolto a diffondere in Italia la conoscenza diretta dell'Est europeo, e specialmente del mondo slavo; e, più avanti negli anni, dal 1924 al 1928, all'impegno per la costruzione del villaggio armeno di Nor Arax (Nuovo Ararat), dove queste piccole minoranze perseguitate avrebbero dovuto trovare una piccola patria.
Pensiamo, inoltre, al viaggio del 1922, nella Russia colpita dalla carestia. Margherita Isnardi Parente, che ha curato la pubblicazione del Diario dall'Unione Sovietica di Zanotti Bianco, ha messo l'accento su questo "intellettuale e filantropo italiano" che raccolse fondi e aiuti in Italia "per constatare la possibilità di fondare cucine, asili, colonie agricole, e per avviarne l'istituzione sul posto; per compiere tutto ciò che fosse possibile fare immediatamente e direttamente allo scopo di alleviare anche di poco le terribili sofferenze dell'infanzia abbandonata e affamata, in Crimea, in Ucraina, sul Volga".
E, infine, tornato dalla Russia, organizza un comitato di soccorso per gli intellettuali russi, perseguitati dal bolscevismo; promuove un movimento a favore dei lavoratori dello Spirito, riuscendo ad inviare soccorsi in Russia e in Germania; e prende parte alla creazione dell'Unione Italiana per l'assistenza all'infanzia.
Nel corso del viaggio in Russia, inoltre, aveva potuto guardare da vicino le condizioni politiche e sociali di quel Paese, e ne aveva tratto conclusioni chiare, nel senso della confluenza tra zarismo e bolscevismo. Egli osservò, con preoccupazione, la critica al costituzionalismo, la persecuzione degli intellettuali, la divisione del mondo tra credenti e non credenti nel comunismo, la formazione di tribunali di partito e la nascita di una sorta di "demagogia plebea" rivolta a favorire i "sentimenti plebei" e non gli "interessi della classe operaia".
Quando Zanotti Bianco era andato in Russia, con una decisione improvvisa, non tutti erano convinti dell'opportunità di questo viaggio. Piacentini, segretario dell'ANIMI, temeva che il lavoro nel Mezzogiorno venisse abbandonato. L'Associazione aveva esteso la sua opera in Sicilia, in Basilicata, in Sardegna e in parte delle Puglie e della Campania. Nel 1921 l'ANIMI aveva ricevuto la delega dal Governo per l'Opera contro l'analfabetismo. Inoltre, sempre nel 1921, Zanotti Bianco aveva creato la Società Magna Grecia e con essa, insieme a Paolo Orsi, ed altri, come Maiuri e Quagliati, aveva avviato alcune importanti campagne archeologiche.
L'archeologia si sommò al meridionalismo. La riscoperta della Magna Grecia, e delle sue città e fortificazioni e dei suoi monumenti di alto valore artistico, risolveva non solo alcuni importanti problemi e interrogativi storici, ma riportava indietro al tempo in cui il nostro Mezzogiorno aveva vissuto una grande primavera di civiltà, in connessione con tutto il Mediterraneo.
La Magna Grecia gli appariva ancora estranea alla cultura della nuova Italia e alla tradizione nazionale; come il Mezzogiorno, del resto, non ancora risolto all'interno dell'intera vita del Paese. Andando indietro nel tempo, e ricordando, Zanotti Bianco ritrova la propria "immaginazione bambina", come scrive, nella quale il nome di Magna Grecia era isolato, senza territorio, senza storia e senza luoghi di riferimento. Tutto questo passato doveva, quindi, uscire dal silenzio, e ricominciare a vivere.
Nessuno, meglio di lui, poteva farlo. Egli che per un segno del destino era nato a Creta, il 22 gennaio 1889, al centro di una civiltà mediterranea, in fase di rinascita archeologica. In quel periodo l'archeologo inglese Arthur Evans stava predisponendo alcuni scavi e studi che portarono al palazzo di Cnosso. Il giovanissimo Zanotti Bianco vide sorgere così, attorno a sè, i segni del passato. Inoltre è facile immaginare, come è stato scritto, che il paesaggio calabrese e i venti meridionali possano averlo riportato indietro alle impressioni dell'infanzia.
Il filo del meridionalismo, dunque, veniva riannodato da più parti con tenacia e rinnovata iniziativa; anche se Salvemini, scettico, si infastidiva per un'azione che gli pareva una sorta di «andata al popolo»; e anche se Fortunato riteneva che il Mezzogiorno dopo la guerra era ritornato nella barbarie, e che i contadini erano sempre quelli del brigantaggio. Zanotti Bianco cerca, invece, alleanze e consensi nazionali. Raccoglie fondi e impegna per il Mezzogiorno Albertini e il "Corriere della sera"; convince Croce, ministro della Pubblica Istruzione, a battersi contro il partito popolare di Sturzo e a favore dell'ANIMI e dell'Ente per l'analfabetismo; conduce la celebre inchiesta sul Martirio della scuola in Calabria , mobilita un illustre malariologo come Francesco Genovese contro il terribile male; prepara numerose inchieste e iniziative nelle varie regioni meridionali; fonda la Collezione Meridionale.
Insomma, il fascismo che cresce in violenza e potenza lo trova impegnato in innumerevoli attività sociali e civili, tutte dominate da un mazzinianesimo sdegnoso, solenne e profetico e, nello stesso tempo, desideroso di promuovere nuova vita e nuove energie. Egli è convinto, e lo dice chiaramente nel 1922, che Mazzini sia ancora in esilio nell'Italia di quel tempo o, peggio, che sia morto lo spirito di Mazzini. E ripete più volte, negli anni successivi, che Mazzini rinascerà e ritornerà dopo il lavoro di una "generazione disposta a rimanere oscura come quella delle catacombe": "lavoro umile, lavoro oscuro, lavoro forse senza consolazione, in cui più di una gioia, più di un amore dovranno essere sacrificati".
Questo mazzinianesimo ci fa comprendere la differenza tra l'antifascismo di Zanotti Bianco e quello di intellettuali riformisti di matrice illuministica come Salvemini, o pessimisti come Fortunato. Zanotti Bianco non condivideva le invettive di Salvemini. «Se in tanti anni - gli scrisse Salvemini - non siamo riusciti a diventare da trecento tremila, e se il Paese non ha capito, s'impicchi». «Tu sei mazziniano - aggiunge ancora Salvemini - ed io cattaneista», intendendo mettere l'accento sul carattere empirico e pratico della sua posizione. In fondo, Salvemini non è convinto della bontà di una battaglia condotta dall'interno del paese. Laddove Zanotti Bianco è più attento alla dimensione organizzativa dell'opposizione al fascismo, ai modi per raggiungere l'opinione pubblica, al rinsaldamento dei legami personali.
Sotto questo aspetto, egli è più vicino alle posizioni di Croce che riteneva importante e decisivo un lavoro di opposizione al fascismo che muovesse dall'interno del paese. Infatti, Zanotti Bianco pensa, più di Salvemini, alla successione al fascismo: attraverso una rivista da pubblicare all'estero e non all'interno; e attraverso la formazione di nuovi nuclei sostitutivi di quelli vecchi e confusionari. La cerniera avrebbe dovuto essere Albertini, col suo liberalismo fortemente etico e, ovviamente, Croce inteso come grande riferimento culturale.
Di Croce, infatti, condivide l'ipotesi radicale del fascismo come anti-Risorgimento e come frattura rispetto ai valori e alla società liberale. Questa ipotesi, che assunse, come si sa, toni religiosi nella Storia d'Europa, risultò convincente a chi, come Zanotti Bianco, aveva assunto i toni della protesta morale contro il fascismo. È sufficiente ricordare la difesa di Gobetti, il sostegno a Raffaele Rossetti, bastonato dai fascisti, la testimonianza a favore di Salvemini, l'indignazione per l'assassinio di Matteotti, la restituzione della medaglia conquistata al Monte San Michele.
Ma questo non è tutto. Anche se è molto, ed espose Zanotti a gravi pericoli. Non è tutto perché potrebbe fare apparire i suoi gesti come dettati da semplice, sdegnoso moralismo. E ciò era contrario al suo mazzinianesimo e all'idea che egli aveva dei doveri dell'attuale generazione. Egli non credeva né al bel gesto, né alla propaganda scritta come aveva detto già a Salvemini qualche anno prima, e pensava, piutttosto, all'apostolato e alla diffusione delle idee, attraverso azioni e opere. Somigliava di più a Rosselli per lo slancio morale e per l'attenzione alla dimensione pratica delle idee. Non a caso, Carlo Rosselli, dopo il processo di Savona, gli scrisse che da quel momento era nata un'"altra opposizione, profondamente diversa dalla comunista" e "risolvente dei due termini estremi", e che la lotta doveva continuare a poggiare "su incrollabili basi morali".
Zanotti Bianco andò in cerca di quest'altra opposizione. Entrò in contatto col gruppo di Italia Libera, che raggruppava i combattenti antifascisti, fin dall'inizio; e, successivamente, aderì all'Alleanza Nazionale della Libertà, di ispirazione liberale democratica e liberale conservatrice. Nel programma dell'Alleanza Nazionale si identificavano fascismo e comunismo, e si voleva sottrarre ai comunisti il monopolio dell'anti-fascismo e non ci si mostrava contrari al mantenimento dell'istituto monarchico.
Zanotti si identificò in buona parte con questa organizzazione che aveva i suoi riferimenti maggiori a Napoli, in Benedetto Croce, a Torino in Francesco Ruffini, e altre diramazioni in tutta Italia. Si organizzava, come ha scritto Barbara Allason nelle sue Memorie , la "poca opposizione che si poteva" e si mantenevano in vita relazioni e salotti politici.
Zanotti Bianco, in verità, aveva tentato qualcosa di più. Aveva avviato una serie di inchieste sulle regioni meridionali, e aveva iniziato con quella sulla Basilicata del 1926. Si era recato ad Africo nel 1928, accompagnato da Manlio Rossi Doria, in un paese dimenticato da Dio e dagli uomini, "tra la perduta gente", come scrisse. E stava preparando un'indagine sulla Sicilia con l'aiuto di Caffi e la collaborazione di Lorenzoni, uno dei relatori della vecchia inchiesta parlamentare del 1910. La novità, rispetto alla vecchia linea pedagogico-educativa, era la maggiore attenzione alla questione agraria, alla questione dei rimboschimenti e della sistemazione del territorio, al ruolo decisivo delle bonifiche. La sua intenzione era quella di riprendere in maniera nuova la questione meridionale; anche dietro la sollecitazione del presidente dell'ANIMI, Ferdinando Nunziante, che lo invitava tra l'altro ad occuparsi della pubblicazione di una serie di manuali, su Lavori pubblici, Istruzione pubblica, Bonifiche e Agricoltura, nei quali raccogliere le leggi con commenti e monografie illustrative.
È facile immaginare come questo nuovo impegno di Zanotti non fosse soltanto scientifico, ma anche politico. Egli cercava di aggregare nuove forze, come si capisce dalle basi dell'inchiesta siciliana; e di affrontare i grandi nodi del fascismo nel Mezzogiorno, dove questo movimento aveva in buona parte basi conformistiche e trasformistiche, piuttosto che eccessi squadristici.
Il fascismo capì, bloccò le sue iniziative, e lo sottopose a sorveglianza sempre più insistente. Siamo all'inizio degli anni Trenta, quando la polizia era già venuta a conoscenza dell'opera dell'Alleanza Nazionale, aveva arrestato alcuni dei suoi componenti e li aveva condannati. Il cerchio intorno a Zanotti Bianco diventa, quindi, più stretto. In particolare, gli si proibì di risiedere in Calabria.
Restava l'impegno archeologico, quindi, del quale parlava nei salotti politici che frequentava. Come quello di Nina Ruffini, dove intrattenne spesso i presenti sugli scavi di Paestum ravvivando la speranza di un futuro migliore. Ma anche la stessa attività archeologica si mescolava con incontri politici e con visite ad amici antifascisti, come avvenne a Sant'Angelo Muxaro, nei pressi di Agrigento, o a Siracusa. L'importante era mantenere vive le amicizie e rinsaldare i legami, come quelli che proseguivano vitali nella cerchia degli Albertini. In quel salotto, e in quello dei Bracci, Zanotti Bianco incontrava amici vecchi e nuovi: il generale Caviglia, Giovanni Visconti Venosta, Novello Papafava, Mario Ferrara, Francesco Fancello, Vincenzo Torraca.
Anni di amarezza e di solitudine, furono gli anni Trenta per lui, come si può percepire chiaramente dalla lettura dei suoi diari. Per fortuna, a rincuorarlo, venne l'archeologia e l'attività di scavo, anch'essa resa difficile dagli ostacoli posti dal fascismo. Nella Piana del Crati, per cercare l'antica Sibari, Zanotti Bianco era andato nel 1932, qualche anno dopo quell'inchiesta su Africo che l'aveva reso particolarmente inviso al regime. Aveva cominciato le sue ricerche, era riuscito ad individuare l'antica linea della costa, sulla quale si doveva trovare Sibari, col suo fiorente e ricco commercio, in una zona denominata Parco del Cavallo, finché, appena venti giorni dopo, non giunse il divieto prefettizio. L'intuizione, comunque, era stata felice. In quei pochi giorni era venuto alla luce una parte di un portico, con alcune colonne e basamenti, con alcune zampe di cavallo bronzeo e frammenti di rilievo con testa maschile. Queste prime tracce rimandavano all'antica Sibari, come poi venne confermato.
Più gloriosa fu la scoperta dell'Heraion alle foci del Sele, durante la campagna archeologica del 1934, condotta con Paola Zancani Montuoro. Zanotti Bianco era convinto, secondo quanto attestavano Plinio e Strabone, che quell'antichissimo tempio di Hera, fondato da Giasone, capo della spedizione degli Argonauti, fosse realmente esistito. Fu la scoperta del secolo. "Un unicum - scrisse Giulio Emanuele Rizzo - senza confronti nemmeno in Grecia dove dell'arte di questo periodo si aveva una documentazione ancora sporadica e frammentaria».
La gloria si accompagnò però al dolore. Il fascismo, venuto a conoscenza della scoperta, sciolse l'organo direttivo della Società Magna Grecia, con una motivazione burocratica. Zanotti Bianco tenacemente ricostituì una nuova Società "Paolo Orsi".
Questa lunga sorveglianza culminò, infine, nell'arresto dello stesso Zanotti Bianco nel 1941.
Egli torna a Roma dopo il colpo di Stato del 25 luglio 1943. Due mesi dopo, 1'8 settembre, annota nel suo Diario : "Dalle caserme s'udivano cori di soldati ebbri di gioia. Pensavo con tristezza al glorioso comunicato che poneva fine all'altra guerra... e adesso! In quale abisso siamo caduti! E i canti di questa povera gioventù, desiderosa giustamente di pace, mi stringevano il cuore".
Come è stato osservato, l'Italia in quei giorni era sospesa tra guerra e pace: non riusciva a combattere né a tirarsi fuori dal conflitto. Si andava esaurendo celermente il ruolo centrale della Monarchia travolta, insieme col fascismo, dalla disfatta, e rimanevano soltanto i motivi dell'onore militare, ben difeso dagli alti gradi dell'esercito, e della ricerca della verità e della moralità. Zanotti Bianco, aggrappato ai valori risorgimentali, mazziniano e insieme monarchico, sperava nel rinsavimento democratico della Monarchia. Confidente devoto di Maria José, che aveva previsto la catastrofe, si batté per la soluzione dell'abdicazione di Vittorio Emanuele III a favore di Umberto II e, oltre, per la reggenza della Principessa di Piemonte. Il tentativo era quello di purificare la Monarchia, secondo un'opinione condivisa, a quanto sembra, dagli ambienti napoletani vicini a Croce. Zanotti Bianco promosse l'incontro tra Maria José e il filosofo napoletano, per discutere certamente questa ipotesi, in un'atmosfera misteriosa e in segreto.
In quei brevissimi due anni e poco più in cui l'Italia fu sospesa tra la Monarchia e la Repubblica, riprese così il filo del suo impegno politico e sociale. Fu nominato presidente della Croce Rossa e partecipò alla ricostituzione del Partito Liberale. La sua adesione all'Alleanza Nazionale per la Libertà, negli anni precedenti, lo condusse all'interno del movimento liberale, al quale aderì schierandosi con l'ala monarchica.
Con il successo della Repubblica e, poi, con la vittoria democristiana del 18 aprile 1948, si trovò a vivere una fase diversa della storia del nostro paese, ormai definitivamente lontano da suggestioni ed echi risorgimentali. Un chiaro segnale era giunto, tra il 1948 e il 1949, con la decisione di De Gasperi di sostituire il personale della Croce Rossa, con uomini vicini alla parte democristiana. Zanotti Bianco protestò, ebbe la solidarietà di Croce e di Einaudi e di molti intellettuali laici; ma fu sconfitto. Riprese, allora, I'impegno politico, nella dimensione filantropica e sociale che gli era congeniale. Fu inviato in Somalia, dove era stato commesso un eccidio contro gli italiani; fu nominato senatore a vita nel 1952 ed in seguito presidente di Italia Nostra, che aveva contribuito a fondare, nel 1956.
Riprese, quindi, le vecchie battaglie. Studiò la possibilità di utilizzare in chiave meridionalistica i fondi ERP e continuò la battaglia per Africo. Rilanciò la Collezione Meridionale dell'ANIMI, di cui era diventato, nel frattempo, nel 1950, il presidente; e riannodò i vecchi fili dell'impegno archeologico. I suoi programmi, come sempre, erano ambiziosi. Tornò, infatti, alla foce del Sele, dove giunse a nuovi e importanti ritrovamenti; si impegnò per la ripresa degli scavi di Sibari, per la ricerca di Siris, distrutta prima di Sibari. Progettò l'esplorazione in Sicilia di Heraclea Minoa e la ricerca della città di Nasso, la più antica colonia di Sicilia.
Ritornava, insomma, alla sua azione capillare, tenace, paziente. Ad un amico aveva scritto una volta: "Tutti i mondi nuovi sono costruiti con questi frantumi di stelle, di sogni".