agoraliberale

Partito politico membro di diritto del Consiglio Italiano del Movimento Europeo


 

 

Lo scritto che segue, affronta il delicato problema dell'accoglienza. Si può dissentire e, personalmente, sino a prova di collusione ( basterebbe imbarcare degli osservatori su ogni nave), sarei contrario ad una politica di chiusura nei confronti delle ONG .Occorre riconoscere, tuttavia, che, ad oggi, nessuno ha espresso meglio di Livio Ghersi, le tesi favorevoli ad una severa regolamentazione del fenomeno della immigrazione irregolare che è comunque cosa diversa, mi permetto di ricordarlo anche a Livio, rispetto all'accoglienza dovuta ai profughi ed ai perseguitati.

( P. Dante)

 

 

La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.

di Livio Ghersi 

Palermo 29 giugno 2019

 

Quando questo articolo sarà pubblicato, mi auguro che le quaranta persone attualmente imbarcate sulla nave dell’Organizzazione non governativa Sea Watch siano in una condizione meno precaria.

1. Il che non significa che io sia d’accordo con la politica delle ONG. Un’organizzazione non governativa è un’associazione privata. La politica dell’immigrazione non può essere demandata ai privati. Altrimenti, c’è da aspettarsi che, così come oggi ci sono navi che raccolgono persone in mezzo al mare e le trasportano in porti sicuri in Italia, domani ci possano anche essere delle navi che, per realizzare ideali di segno opposto, stiano in mezzo al mare per ricacciare sulla costa dell’Africa i barchini carichi di persone che si avventurano in mare.

Un punto fermo, dunque, è che la politica dell’immigrazione debba essere decisa dagli Stati, secondo i rispettivi ordinamenti giuridici. Meglio sarebbe se un concerto di Stati, come l’Unione Europea, concordasse le linee guida per una politica comune in materia. In questo caso, l’efficacia della politica sarebbe tanto maggiore, quanto più alto fosse il numero degli Stati effettivamente coinvolti.

Può un’Organizzazione non governativa infischiarsene delle norme in materia di immigrazione che uno Stato, in questo caso lo Stato italiano, si è dato, giuste o sbagliate che siano? No. La risposta non può che essere negativa. E quale spazio riservare alla disubbidienza civile, all’obiezione di coscienza, che molti hanno evocato? Secondo me, non c’è alcuno spazio per la disubbidienza.

La gentile comandante Carola Rackete può ostentare intrepido coraggio perché si trova di fronte uno Stato un po' sbrindellato qual è l’Italia. Immaginate una nave, battente bandiera olandese, o tedesca, che, per conto di una ONG, prendesse, a largo di un porto messicano, degli emigranti latino-americani e provasse a farli sbarcare nel territorio degli Stati Uniti d’America. Non mi sorprenderei se i mezzi della Guardia costiera degli Stati Uniti aprissero il fuoco, usando mitragliatrici pesanti e cannoni. In ogni caso, il comandante e l’equipaggio della nave dell’ONG, avendo a che fare con gli Stati Uniti d’America, non rischierebbero soltanto una multa, ma si dovrebbero preparare ad una lunga detenzione nelle carceri statunitensi.

Pure nel nostro Stato sbrindellato almeno una cosa dovrebbe essere chiara: chi vuole disobbedire deve pagare un prezzo, sottoponendosi alle sanzioni previste dalle norme che deliberatamente ha violato. Soltanto a questa condizione la sua azione è nobile e meritevole di rispetto. Una certa sinistra italiana si dimentica di Socrate, che bevve la cicuta, e vuole che la disubbidienza civile sia "gratis". Per i disubbidienti soltanto la festa di folle plaudenti ed i benevoli commenti dei mass media.

2. Quando si parla di "navi umanitarie", i più non si accorgono che si tratta di una fattispecie del tutto nuova, in quanto tale non prevista dal diritto della navigazione e dalle convenzioni internazionali.

É indubbio che l’interposizione delle predette navi umanitarie abbia oggettivamente favorito il transito di persone dal Nord-Africa all’Italia; soprattutto fino a quando è stato consentito alle navi delle ONG di stazionare nelle acque territoriali libiche. Poco importa se ci sia una qualche forma di accordo tra le navi delle ONG ed i trafficanti di esseri umani che organizzano i flussi irregolari di persone dall’Africa all’Europa. Fossero provati questi accordi, si profilerebbero responsabilità penali di tipo di verso. Affinché il problema oggi si ponga, è sufficiente però che, per ragioni ideologiche, una ONG si ponga oggettivamente in contrasto con la politica propria dello Stato italiano, per affermare invece il presunto diritto illimitato di chiunque lo voglia di avere ingresso in uno Stato Membro dell’Unione Europea, per cercare fortuna in Europa.

Bisogna riflettere sul fatto che le navi utilizzate dalle ONG: non sono navi abilitate al trasporto passeggeri, previo pagamento di un prezzo, lungo rotte fisse e regolari; non sono navi utilizzate per attività commerciali; non sono pescherecci; non sono imbarcazioni da "diporto". Stanno in mezzo al mare esclusivamente per finalità umanitarie. In altre parole, non compiono salvataggi quando eccezionalmente ne ricorrano le condizioni; ma stanno lì apposta per organizzare salvataggi. Questa è la loro finalità istituzionale. Ricordo che la traduzione italiana di "Sea Watch" significa "osservare il mare".

Di conseguenza, continuare ad evocare le norme internazionali che disciplinano i salvataggi in mare, in questo caso non è appropriato. In un articolo pubblicato nella Rivista trimestrale "Libro Aperto" (numero 96 del gennaio-marzo 2019, pp. 51-54), al quale rimando, ho auspicato che l’Unione Europea disciplini con proprio regolamento la fattispecie delle navi umanitarie che cercano di far sbarcare emigranti nel territorio di uno qualunque dei Paesi Membri dell’Unione. Un Regolamento richiede una procedura complessa: che contempla l’iniziativa della Commissione Europea e l’attiva partecipazione del Parlamento Europeo. Ci sarebbe così un dibattito, al massimo livello, con il coinvolgimento di tutti gli Stati Membri, inclusi quei pochi che non hanno sbocco a mare. Occorrerebbe tempo, ma poi tutti faremmo un deciso passo avanti quanto a certezza giuridica. Inoltre, a differenza delle direttive che vanno recepite, un regolamento dell’Unione Europea diverrebbe immediatamente esecutivo negli ordinamenti giuridici di tutti gli Stati Membri.

L’auspicato regolamento, secondo me, dovrebbe affermare il criterio di responsabilizzare lo Stato che concede ad una nave "umanitaria" la facoltà di battere la propria bandiera nazionale. Nel senso che, concedendo la bandiera, quello Stato si vincola ad accogliere, come destinazione finale, tutte le persone raccolte dalla nave "umanitaria", qualunque sia il loro numero. Se questa norma, com’è prevedibile, avesse l’effetto di scoraggiare tutti i singoli Stati, ma le navi delle ONG volessero continuare lo stesso la loro opera, senza battere alcuna bandiera nazionale, diverrebbero navi pirata, con tutte le conseguenze del caso. Con la possibilità dell’immediato sequestro del natante e con la responsabilità penale di comandante ed equipaggio.

Stiamo parlando di una normativa che ancora non c’è. Di conseguenza, il nostro attuale Ministro dell’Interno farebbe bene ad attrezzarsi per fare predisporre, da giuristi esperti, una bozza di regolamento nel senso auspicato e poi farla presentare in modo formale. Invece, quando oggi chiede all’Olanda di assumersi le proprie responsabilità, perché la nave usata dalla Sea Watch batte bandiera olandese, avanza una richiesta che non è giuridicamente supportata.

3. La politica dell’accoglienza illimitata è, semplicemente, una follia. Politici, piccoli piccoli, continuano a ripetere concetti che non sono più adeguati alla presente realtà. Continuiamo a vivere sul Pianeta Terra, ma non pochi non si accorgono di quanto dovrebbe essere evidente: posto che il Pianeta non cresce, non può espandersi, una cosa è se il mondo umano ha una popolazione complessiva di un miliardo e 600 milioni di persone, qual era intorno al 1910, ossia prima del deflagrare della prima guerra mondiale; cosa del tutto diversa è se il mondo umano ha una popolazione complessiva di sette miliardi di persone, cifra ufficialmente raggiunta nel 2011.

Il tasso di natalità stimato in Italia è di 18 nuovi nati ogni mille abitanti. In alcuni Stati del Continente africano supera i 40; in un numero ancora maggiore di Stati dell’Africa si attesta tra 30 e 40. Posto che una donna del Niger, ad esempio, partorisce durante la sua vita una media di sette figli, di fronte a questo fenomeno possiamo semplicemente attestarci sulla linea del "dovere morale" dell’accoglienza? Possiamo affermare, come fa qualche Sindaco particolarmente "progressista" che tutti coloro che, a qualunque titolo, si trovano nel territorio comunale godono degli stessi diritti fondamentali, in quanto esseri umani, e, pertanto, "devono" essere iscritti nell’anagrafe comunale, soltanto che ne facciano richiesta?

Forse Papa Francesco fa bene a sostenere le ragioni degli "ultimi della Terra", perché questo atteggiamento è conforme all’insegnamento di Gesù Cristo e al suo comandamento della carità. Tale orientamento spirituale può essere la concreta linea politica degli Stati? È questa la responsabilità propria degli uomini di governo? Penso proprio di no.

La Chiesa Cattolica non ha le carte del tutto in regola quando si debba discutere seriamente del fenomeno della sovrappopolazione mondiale e delle possibili forme del suo contenimento. L’appello ad essere fecondi, a moltiplicarsi e riempire la Terra, contenuto nel Libro della Genesi, non può essere preso alla lettera, ma va interpretato.

Nelle attuali condizioni del nostro pianeta, occorre educare le persone alla concezione di una procreazione responsabile, secondo cui i genitori hanno il dovere di valutare preventivamente le condizioni in cui i figli si troveranno venendo al mondo. L’affettività ed il sesso, manifestazioni normali per la vita umana, vanno tenuti distinti dalla scelta consapevole di mettere al mondo figli. L’idea della procreazione responsabile non è cosa nuova. Nella Costituzione della Repubblica italiana si legge, ad esempio, al primo comma dell’articolo 30, che: «É dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio». Dovere di mantenere, educare ed istruire, appunto.

La "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo", approvata dall’Assemblea generale dell’ONU il 10 dicembre 1948, resta sempre un modello di riferimento a tutela della dignità di tutti gli esseri umani. Alcuni di questi diritti possono realizzarsi semplicemente a condizione che gli Stati, ossia i loro governanti, si astengano dal fare qualcosa. L’esempio tipico è quello della tortura, che non può configurarsi se gli Stati non la praticano. Lo stesso dicasi nel caso del divieto di trattamenti discriminatori per ragioni di razza, colore della pelle, sesso, lingua, religione, opinioni politiche.

Bisogna avere ben chiaro, però, che molto diverso è il caso di quei diritti che possono realizzarsi solo in quanto ci sia una politica economica improntata alla concezione del "Welfare State", in tutte le sue possibili declinazioni. Qui c’è un costo economico da pagare; di conseguenza, è di fondamentale importanza quantificare esattamente la platea dei potenziali destinatari dell’intervento pubblico.

I politici "progressisti" e "di sinistra" interpretano la "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo" nel senso che immigrati e cittadini devono godere degli stessi diritti fondamentali. L’accoglienza dovrebbe comportare il diritto al lavoro, il quale spesso è una chimera anche per quanti sono cittadini dalla nascita. Dovrebbe poi comportare il diritto ad abitare in un’abitazione dignitosa, il diritto all’assistenza sanitaria, il diritto al ricongiungimento familiare, il diritto all’istruzione per i propri figli. Il tutto moltiplicato per un numero "n" di persone, laddove la variabile "n" è, per definizione, un’incognita.

Chiunque abbia un minimo di buon senso vede bene come una simile impostazione sia fuori dalla presente realtà, perché economicamente insostenibile.

Ci sarebbero tante altre cose da approfondire, ma lo spazio è finito. Resta la conclusione che in ogni realtà umana c'è un problema di equilibrio e di misura: un po' di varietà nella composizione della società rende indubbiamente più interessante e dinamica la vita sociale; è un fattore di arricchimento. Troppa varietà, male assortita, peggiora, invece, la qualità della vita in società. É facile teorizzare l'esigenza di politiche di integrazione; molto più difficile realizzarle in modo efficace. La coesistenza pacifica delle diversità non è cosa che si realizzi automaticamente, come se tante note musicali fra loro dissonanti si fondessero magicamente in una meravigliosa armonia.

 

 

 

 

Pacate riflessioni su una sconfitta

di Livio Ghersi

Palermo 28 maggio 2019

 

Nell’ultima puntata della Serie "Il trono di spade", il personaggio del "Folletto" sostiene che per rendere forte e coeso un Regno non sono sufficienti le armate (la potenza militare), né le ricchezze (la potenza del denaro). L’elemento in più, che fa la differenza, è la circostanza che le persone abbiano una "Storia" comune in cui si riconoscano e che faccia sentire loro di avere uno stesso destino. Il personaggio di "Bran lo spezzato" viene così eletto nuovo re dai lords, proprio in quanto conoscitore, testimone e custode di una "Storia" comune.

Anche il genere "fantasy" può essere una via per aiutare le persone a riflettere, posto che i saggi di filosofia, di politica, di economia, di sociologia, oggi non sono certamente popolari.

La "cultura" in genere viene considerata da molti un bene superfluo: coltivabile soltanto da chi non sia costretto ad una lotta quotidiana per soddisfare bisogni materiali essenziali. Così molti non soltanto non si vergognano più della propria ignoranza, ma la ostentano con fierezza: hanno avuto e continuano ad avere cose molto più importanti da fare che perdere tempo leggendo libri.

Il "primum vivere" è la regola; il "deinde philosophari" l’eccezione. Obietterete che c’è un periodo della vita, la cosiddetta "età scolare", in cui a tutti i ragazzi viene garantita una formazione di base. Il problema è che nessuno sembra più credere veramente al valore formativo delle scuole. I contenuti dei programmi scolastici sono continuamente contestati e messi in discussione. L’eterna domanda, che ricorre come un ritornello, è: a che mi serve? Che mi serve studiare la geografia? Infatti, è stata praticamente eliminata dall’insegnamento. Che mi serve studiare la storia? Infatti, sempre meno ore sono dedicate a questa materia. Poi fortunate trasmissioni televisive, come L’eredità, attestano impietosamente che tra i concorrenti spesso non si ha chiara consapevolezza della differenza che intercorre, poniamo, tra "Rinascimento" e "Risorgimento". Come si può continuare a dare per scontato, dunque, che oggi, agli inizi del ventunesimo secolo, abbia ancora senso parlare di "identità italiana"?

Se c’è incertezza sulle caratteristiche dell’identità italiana, figuriamoci quale possa essere la rilevanza attribuita ad una non meglio definita "identità europea". La formula "Stati Uniti d’Europa" non è sta inventata a Ventotene dai confinati antifascisti Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, come i più erroneamente ritengono quando si affronta l’argomento del federalismo europeo. Le riflessioni su questo tema sono ben più antiche e si svilupparono con particolare intensità subito dopo la conclusione della prima guerra mondiale (1918). Una catastrofe di quelle dimensioni, che cambiò davvero e per sempre il volto dell’Europa, non poteva non stimolare le coscienze ad immaginare soluzioni diverse che superassero la logica degli Stati nazionali. Per restare ai confinati di Ventotene, questi trassero argomenti da Luigi Einaudi e lo stesso Einaudi fornì loro libri (di altri Autori, anche non italiani) da leggere e meditare.

Prima dell’appuntamento elettorale del 26 maggio 2019, si è cercato di sostenere, nel discorso pubblico, l’importanza di esprimere, con il proprio voto, una scelta netta a favore dell’Unione Europea. Unione che non potrà essere consolidata e migliorata se, intanto, non se ne garantiscono l’esistenza e la continuità.

L’informazione televisiva della RAI, asservita, come sempre, ai partiti di governo, ha espresso il peggio di sé per allontanare i cittadini dall’appuntamento elettorale. Tutte le liste concorrenti sono state ospitate, tre per volta, in "tribune" in cui gli oratori di ogni lista, uno a fianco dell’altro, avevano un minuto a disposizione per rispondere alla domanda dell’intervistatore. L’intervistatore, a sua volta, era libero di scegliere il contenuto delle domande, senza tenere conto prioritariamente del programma elettorale di ciascuna lista rivolto alle elezioni europee, ma facendo riferimento a questioni della politica nazionale ritenute d’attualità. Ricordiamo Tribune elettorali RAI con ben altre caratteristiche negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. In altre parole, non è detto che il servizio pubblico radiotelevisivo debba necessariamente scadere agli attuali livelli di disinformazione.

Il Direttore de "La7" ha intervistato i leader delle sette liste più accreditate, facendoli parlare uno per volta per almeno venticinque minuti ciascuno. Perché la RAI non può fare lo stesso? Dipende dai partiti di governo e questi non vogliono che lo faccia. Nel frattempo, durante il mese precedente le elezioni, quasi tutto lo spazio dei telegiornali dedicato alla politica era riservato ai contrasti, effettivi o presunti, fra Movimento 5 Stelle e Lega. Così il messaggio subliminale per gli elettori era che soltanto questi due partiti contassero.

Dopo il voto, il primo dato su cui riflettere è che nelle elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno votato, per il rinnovo della Camera dei deputati, il 72,94 % degli aventi diritto. Appena un anno dopo, nelle elezioni europee, la cifra dei votanti è scesa alla percentuale del 56,09. Stiamo parlando di milioni di persone che si sono espressi nel primo caso e che hanno disertato il voto nel secondo caso.

La lista che ho votato, "Più Europa – Italia in comune", è stata esclusa dalla rappresentanza perché non ha superato la soglia di sbarramento. Nel 2018 "Più Europa" aveva ottenuto una percentuale apparentemente più bassa, il 2,56 %, ma i votanti effettivi erano stati 841.468. Essendo drasticamente diminuito il numero dei votanti, nelle elezioni europee la lista ha ottenuto il 3,11 %, ma i voti effettivi sono stati soltanto 833.443.

La lista per le elezioni europee è stata costruita in alleanza con altre formazioni politiche come "Italia in comune" di Federico Pizzarotti, o i socialisti del PSI. Gli alleati hanno dato un contributo effettivo come attestano i voti riportati dai candidati da loro espressi. Ciò prova che una parte consistente di quanti avevano votato "Più Europa" nel 2018 questa volta non hanno confermato il voto. Della Vedova, Bonino e Tabacci dovrebbero chiedersi perché.

Si può poi valutare l’andamento del voto nelle cinque circoscrizioni elettorali. La lista ha ottenuto le seguenti percentuali (riportate in ordine decrescente): Nord-Est = 3,45 %; Nord-Ovest = 3,15 %; Sud = 3,14 %; Centro = 2,99 %; Isole = 1,94 %. Forse si è commesso qualche errore nella composizione delle liste, nel senso che queste, in qualche caso, non erano sufficientemente competitive?

Considero il caso della Circoscrizione Isole, che conosco meglio. I votanti in Sicilia sono stati soltanto il 37,51 % degli aventi diritto. Ciò significa che due elettori siciliani su tre hanno pensato bene di restare a casa. La lista di "Più Europa" è stata data in appalto ad un giovane politico locale, il consigliere comunale di Palermo Fabrizio Ferrandelli, già candidato Sindaco nelle ultime elezioni amministrative. Ferrandelli ha dimostrato di avere una propria base elettorale. Il problema è che per fare una lista competitiva, in una competizione elettorale impegnativa come quella per il rinnovo del Parlamento Europeo, sarebbero serviti almeno altri quattro candidati in grado di raccogliere cifre significative di consenso. Si intende, perché autorevoli e politicamente credibili, non perché custodi di un piccolo bacino di voto clientelare.

La Lista di "Più Europa", secondo me meritoriamente, ha deciso di collegarsi alla famiglia politica dell’ALDE, ossia dei Liberali Democratici, nel Parlamento Europeo. Quando, nelle scorse settimane, ho cercato di interloquire con alcune note personalità del mondo liberale italiano per verificare se intendessero votare la lista, non ho sfondato una porta aperta. Possono delle persone che, nella loro storia personale, sono stato "altro" che liberali rappresentare credibilmente l’ALDE in Italia? In passato, anche "Italia dei Valori" di Antonio Di Pietro è stata associata all’ALDE. Qualcuno sosterrebbe, ad esempio, che l’attuale senatore del Movimento Cinque Stelle Elio Lannutti abbia qualcosa a che vedere con la cultura liberale perché in passato aderiva ad "Italia dei Valori"?

Anche "radicale" e "liberale" non sono sinonimi. Per me il liberalismo è una concezione della vita e della storia, una Weltanschauung come direbbero i tedeschi. Se ci si riconosce in una impostazione generale, non pesa essere minoranza e votare per liste di minoranza. I radicali, secondo la lezione di Marco Pannella, rifuggono, invece, dalle concezioni generali e dalle ideologie; risolvono la lotta politica in un’azione volta a raggiungere pochi obiettivi precisi, di volta in volta individuati. Non importa cosa si era stati prima dell’azione per quell’obiettivo determinato. Non importa cosa si diventerà dopo. L’importante è ritrovarsi nell’azione ora. Impostazione non originale, che nella cultura politica italiana è stata propugnata soprattutto da Gaetano Salvemini e poi dal suo allievo Ernesto Rossi. Rossi faceva sempre appello alla concretezza, contro "l’erba trastulla ideologica". Così Pannella poteva definirsi nello stesso tempo liberale, democratico, socialista, comunista, perché in fondo non dava alcun peso a queste etichette.

Se si aderisce ad una concezione generale si punta sull’educazione, si incoraggia a coltivare ideali, si studia la storia: insomma, si tende a far maturare un’identità e poi a consolidarla. Si vuole che anche lo strumento per l’azione politica, ossia il partito, sia concepito in questo modo: con una forte, precisa, identità ideale e tale da promuovere la crescita di nuovi soci ispirati dalla medesima appartenenza ideale.

Della Vedova, Bonino e Tabacci non avranno un grande futuro se intendono rappresentare la causa liberale in assenza di liberali in carne ed ossa.

C’è poi un problema urgente di linea politica. Insieme a tanti liberali italiani, dichiaratamente tali, mi sono impegnato a suo tempo contro il progetto di riforma della Costituzione voluto dall’allora Segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi. Quel progetto era sbagliato nei suoi contenuti di merito, mediocre, scritto male. Il 4 dicembre 2016, il giorno del referendum costituzionale, per me resta una data importante, da festeggiare. Potessi ritornare indietro boccerei ancora, non una, ma mille volte quella riforma scriteriata. Bisogna avere chiara consapevolezza che il Movimento Cinque Stelle e la Lega hanno potuto affermarsi nel Paese per gli errori, non secondari, compiuti dal Partito Democratico.

Di conseguenza, apparire oggi come un alleato minore del Partito Democratico non ha alcuna capacità di attrazione nei confronti dell’opinione pubblica liberale, non esercita alcun appeal presso di questa. Considerate le caratteristiche della Lega e del Movimento 5 Stelle, sta nelle cose che ci possano essere convergenze ed alleanze con il PD. Purché sia chiaro a tutti che si mantiene sempre la propria autonomia critica e che si e capaci di dire dei "No" molto fermi, tutte le volte che occorra. La domanda che purtroppo sorge spontanea è se le liste di "Più Europa" siano state poco competitive appunto per non disturbare più di tanto i risultati elettorali del Partito Democratico.

Devo ricordare l’infelice caso della lista denominata "Scelta Europea" che, nelle elezioni europee del 25 maggio 2014 ottenne appena 197.942 voti (tra i quali, il mio), pari allo 0,72%? Quella lista era, teoricamente, sostenuta da Scelta Civica, la formazione politica fondata da Mario Monti. C’erano candidati espressi da Scelta Civica, tra i quali una donna ministro, ex Segretaria del partito. I maggiorenti ed i quadri di quel partito, tuttavia, preferirono votare e far votare il Partito Democratico; di lì a poco in tanti si sarebbero felicemente accasati nel PD.

Poiché su tutti questi punti non vedo chiarezza, finora mi sono ben guardato dall’iscrivermi a "Più Europa". Se i dirigenti di questo partito sono interessati ad avere l’adesione non tanto mia, considerato che, anche per ragioni anagrafiche, sono poco interessato alla lotta politica contingente, quanto l’adesione di tante altre validissime persone di formazione liberale, pensino bene al da farsi.

 

 

 

Un voto liberale a "Più Europa"

di Livio Ghersi

Palermo 11 maggio 2019

 

In Sicilia, come a Napoli, come penso in genere nel Meridione d’Italia, c’è un proverbio che, nella sua traduzione italiana, suona così: "la miglior parola è quella che non si dice". Non dire, per non giudicare, per non muovere critiche ad altri, per non scoprire il proprio pensiero, per non schierarsi laddove prendere partito potrebbe essere pericoloso. Insomma, la logica del farsi i fatti propri e campare tranquilli.

La predetta logica non può essere condivisa da chi pensa, invece, che i convincimenti ideali abbiano valore soltanto se ci sono persone in carne ed ossa disposte a manifestarli e difenderli nel dibattito pubblico. Un dibattito pubblico libero e partecipato è ciò che anima un sistema democratico liberale. L’emergere del conflitto delle opinioni, degli interessi, degli ideali, è cosa buona e santa, dal punto di vista liberale. Perché proprio confrontando le argomentazioni portate a sostegno delle diverse tesi in contrasto, ogni singolo cittadino può maturare il proprio orientamento, con chiara consapevolezza dei vantaggi e degli svantaggi che ciascuna proposta in discussione comporta.

C’è però una questione di metodo, che dal punto di vista liberale, riveste un’importanza fondamentale: chi interviene nel dibattito pubblico deve concentrarsi sulle argomentazioni che intende spendere a supporto delle proprie tesi, sforzandosi di trovare le formulazioni migliori, più intelligenti, più efficaci. Non deve, invece, essere aggressivo, verbalmente violento, nei confronti di chi esprime opinioni differenti. L’insulto personale, il turpiloquio, le volgarità, degradano chi se ne serve e squalificano i convincimenti ideali che egli intenderebbe sostenere. Il dialogo sarà tanto più proficuo ed interessante quanto più avrà un tono civile: conflitto ideale sì, ma nel pieno rispetto reciproco fra i contendenti. Bisogna imparare a dissentire, mantenendo la capacità di riconoscere i meriti, la solidità culturale, l’onestà intellettuale, dell’avversario, quando abbia tali requisiti.

Ci sono molte vie che portano al liberalismo. I pensatori inglesi e francesi sono stati storicamente importanti, ma non bisogna trascurare, né sottovalutare, il pensiero italiano. Consideriamo quello che potrebbe essere considerato un pensatore minore e che, invece, in rapporto alla sua giovane età, era un autentico genio: Piero Gobetti (1901-1926). Nel libro "La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia", pubblicato nel 1924, Gobetti scriveva con mirabile sintesi quanto finora ho cercato di spiegare riguardo alle caratteristiche del metodo liberale: «Il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità: il vizio storico della nostra formazione politica consisterebbe nell’incapacità di pesare le sfumature e di conservare nelle posizioni contradditorie un’onesta intransigenza suggerita dal senso che le antitesi sono necessarie e la lotta le coordina invece che sopprimerle» (Si veda "Scritti politici" di Gobetti, Torino, Einaudi, 1960, p. 921).

Qualunque politico di professione vi dirà che "l’onesta intransigenza" è cosa da intellettuali, ma che nella pratica politica è addirittura controindicata: perché bisogna valutare l’opportunità di dire, o non dire (si ritorna sempre al principio del discorso), una determinata cosa in un dato momento; perché la politica è l’arte del possibile e richiede, continuamente, compromessi per ottenere qualche risultato, laddove se ci si attestasse su una rappresentazione fedele e pura dei propri convincimenti ideali non si otterrebbe alcunché.

In effetti, se l’intellettuale cerca la verità ed il politico di professione cerca il risultato, si tratta di mestieri diversi. Infatti nel 1919 Max Weber ha distinto "l’etica della convinzione" dalla "etica della responsabilità" ed è soltanto questa seconda che si addice alla politica come professione (Politik als Beruf). Poiché gli esseri umani non sono puri spiriti, non sono angeli, per proporsi come politici di professione occorrono anche altri requisiti: in primo luogo un supplemento di energia vitale, che non si risolve soltanto nelle virtù della forza morale e del coraggio, ma richiede anche una dose non trascurabile di ambizione personale e cieca fiducia in sé stessi. Fin qui siamo nella fisiologia; la patologia è altra cosa.

Di conseguenza, ci sarà sempre una differenza fra pensatori liberali e politici dichiaratamente liberali. Per restare all’esperienza italiana, da una parte abbiamo Benedetto Croce, Francesco Ruffini, Adolfo Omodeo, Guido De Ruggiero, Piero Gobetti, Mario Pannunzio; nell’altra schiera incontriamo Camillo Benso di Cavour, Quintino Sella, Marco Minghetti, Giovanni Giolitti, Giovanni Amendola, Giovanni Malagodi. La caratteristica della tradizione liberale, però, è quella di pretendere che anche i politici di professione abbiano cultura politica e spessore ideale. Così, quando si è chiamati a servire le Istituzioni, ci si può sempre imbattere in un rappresentante politico che è, al tempo stesso, un fior di intellettuale: è il caso di Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955.

Ahimè siamo caduti molto in basso se consideriamo i non molti che oggi si propongono per difendere il pensiero liberale nel dibattito pubblico e, ovviamente, il discorso vale anche per me che scrivo. Ancora più preoccupante, però, è la condizione del sistema politico-istituzionale italiano: che appare squilibrato proprio perché privo di una rappresentanza dichiaratamente democratico liberale che, da una posizione tendenzialmente "centrista", possa interloquire con forze politiche, tanto di centrosinistra, quanto di centrodestra, conducendo un’azione di lobby a favore della prevalenza del buon senso, del buon vivere civile, della coesione nazionale, dell’indissolubile appartenenza dell’Italia all’Unione Europea, che si vorrebbe tanto più forte politicamente ed autenticamente federale.

La mancanza di una componente dichiaratamente democratico liberale è una caratteristica quasi esclusiva del sistema politico italiano. Non avviene così in Germania, dove c’è la realtà della FDP ("Freie Demokratische Partei") che opera dal dicembre 1948 e che ha espresso due Presidenti della Repubblica Federale Tedesca: Theodor Heuss, dal 1949 al 1959, e Walter Scheel, dal 1974 al 1979. Non è così nei Paesi Scandinavi, in Olanda e in Belgio, che elegge Guy Verhofstadt. Non è così in Spagna dove c’è la realtà emergente di Ciudadanos, ossia il partito della cittadinanza. Le recenti vicende della Brexit nel Regno Unito, evidenziando le spaccature interne dei due maggiori partiti, conservatore e laburista, hanno offerto nuove opportunità di affermazione ai "Liberal Democrats", formazione convintamente pro-Europa.

L’asserita differenza del sistema politico italiano denota che, secondo me, il partito di Forza Italia, nonostante le frequenti evocazioni del liberalismo, non è e non è mai stato una forza politica autenticamente liberale. Per la sua natura di partito padronale, perché il suo orizzonte è sempre stato limitato al centrodestra, per il modo in cui ha concretamente governato dando spazio alla confusione fra politica ed affarismo ed a quelli che vengono definiti gli "spiriti animali" del capitalismo. All’interno del Parlamento Europeo, Forza Italia è collegata con il Gruppo del Partito popolare europeo, non con l’ALDE.

In una precedente occasione (nell’articolo titolato "Costruzione europea") ho cercato di spiegare perché le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo il prossimo 26 maggio sono davvero importanti. É consigliabile che quanti più elettori italiani possibile vadano a votare. Per quanto mi riguarda, non mi faccio gli affari miei ma, in questa occasione, avverto la responsabilità di prendere partito. Sostengo, quindi, che si debba votare la lista di "Più Europa".

Lista non improvvisata, ma già presente nelle elezioni politiche italiane del 2018, dove ottenne, per il rinnovo della Camera dei deputati, il 2,56 % del totale dei voti espressi sul piano nazionale. La lista dovrebbe godere oggi di un consenso sensibilmente maggiore, anche per una serie di alleanze di cui dopo dirò. Il voto a "Più Europa" porterebbe a due esiti: 1) nell’immediato, contribuirebbe a far superare la soglia di sbarramento nazionale del quattro per cento, determinando quindi l’elezione di alcuni parlamentari convintamente schierati a sostegno dell’Unione Europea e che, nell’ambito del Parlamento Europeo, aderirebbero all’ALDE, ossia il Gruppo parlamentare dei liberali democratici europei; 2) in prospettiva, un successo nelle elezioni europee sarebbe un incentivo al rafforzamento di un raggruppamento democratico liberale in Italia, potenzialmente capace di ottenere, in prosieguo di tempo, rappresentanza nel Parlamento nazionale ed in tutte le altre Istituzioni rappresentative, a livello regionale e locale.

I principali dirigenti politici di "Più Europa", Benedetto Della Vedova, che ne è Segretario, Emma Bonino e Bruno Tabacci sono persone conosciute, stimabili e stimate. Emma Bonino è una radicale storica, ma il suo percorso nelle Istituzioni, con rilevanti responsabilità ricoperte, ha dimostrato che possiede una propria spiccata personalità. Marco Pannella poteva consigliarla, ma fino ad un certo punto. Ciò spiega perché i più stretti pannelliani, quelli del Partito radicale transnazionale per intenderci, non soltanto non hanno aderito a "Più Europa", ma ne prendono le distanze.

Tabacci, l’unico fra i tre leaders che non è personalmente candidato nelle elezioni europee, si è formato nella Democrazia Cristiana. Partito alla fine logorato da una troppo lunga gestione del potere, ma che ha tantissimi meriti nella storia nazionale e che ha espresso politici di grande livello qualitativo, quali Alcide De Gasperi e Aldo Moro; i quali, però, hanno incarnato politiche sensibilmente differenti fra loro. L’orientamento di Tabacci è di centrosinistra, senza possibilità di equivoci. Il che, nelle condizioni attuali del sistema politico italiano, significa esseri disponibili all’intesa con Partito Democratico, ma nel contempo rivendicare autonomia dallo stesso. Siamo così al paradosso che un ex democristiano è il politico che finora si è dato più da fare per dar vita nel nostro Paese ad un raggruppamento tendenzialmente centrista e di indirizzo sostanzialmente liberaldemocratico. Non ripercorro tutte le tappe in tal senso. Basti ricordare il progetto di Alleanza per l’Italia (API), formazione fondata nel novembre del 2009, insieme a Francesco Rutelli.

Tra gli odierni alleati di "Più Europa", che concorrono alle sue liste, permettetemi di ricordare, in primo luogo, il Partito repubblicano (PRI), ossia una formazione storica italiana di sicure tradizioni liberaldemocratiche; questo esprime validi candidati in quasi tutte le circoscrizioni elettorali. Poi c’è la nuova formazione di "Italia in comune", che ha come esponente più conosciuto Federico Pizzarotti: come dire l’idealismo originario del Movimento Cinque Stelle, quando coltivava il sogno di un complessivo rinnovamento dell’Italia. I concreti problemi di amministrazione di una città importante, quale Parma, affrontati con apprezzabili risultati, hanno irrobustito politicamente la posizione di Pizzarotti e dei suoi amici.

Cito infine il Partito socialista (PSI), il cui nuovo Segretario è Enzo Maraio. Anche il PSI esprime candidati in quasi tutte le circoscrizioni. In questo caso l’alleanza non è in nome della ricostruzione politica del campo della liberaldemocrazia, ma di una migliore articolazione del centrosinistra.

Non bisogna credere troppo ai sondaggi; ritengo, ad esempio, che la Lega non otterrà il consenso che viene ora ipotizzato. Per quel che valgono, i sondaggi collocano la lista di "Più Europa" tra il tre ed il quattro per cento. Ciò significa che la soglia di sbarramento è davvero superabile. È un’occasione da non perdere.

Palermo, 10 maggio 2019

 

Costruzione europea

di Livio Ghersi

Palermo, 14 aprile 2019

 

Il 26 maggio 2019 si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. In cinque anni, il tempo trascorso dalle precedenti elezioni europee tenutesi nel maggio del 2014, il mondo della politica è profondamente cambiato.
1) È cambiata l’Unione Europea. I cittadini del Regno Unito hanno deciso, a maggioranza, che il proprio Stato esca dall’Unione. Il Regno Unito aveva aderito alle Comunità Europee il 1° gennaio 1973. Aveva preferito però mantenere una posizione distinta e, in particolare, non aveva fatto propria la politica di integrazione monetaria avviata con il Trattato di Maastricht del 1992. Così, mentre la maggioranza degli Stati Membri ha adottato l’euro, moneta circolante dal 2002, a Londra è rimasta la sterlina. Il Regno Unito è parte integrante dell’Europa, dal punto di vista storico e culturale. Molti valori della nostra civiltà hanno fondamento nell’esperienza inglese. Si pensi alle garanzie della libertà personale, già affermate dalla Magna Charta Libertatum del 1215, e più precisamente normate nell’Habeas Corpus Act del 1679. Si pensi ancora alla concezione del governo rappresentativo ed al ruolo del Parlamento. Si pensi al contributo del pensiero scozzese ed inglese alla moderna economia politica: da Adam Smith, a Thomas Robert Malthus, a David Ricardo, a John Maynard Keynes. Di conseguenza, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea si è subito posta come una dolorosa frattura, dal punto di vista sentimentale, prima che politico. Alcuni ritenevano però che da un male potessero derivare anche effetti positivi. Nel senso che, venuta meno la propensione britannica a frenare i processi di integrazione europea per salvaguardare la propria eccezionalità, si poteva anche verificare che l’Unione Europea fosse più coesa. Nel contempo, i più convinti anglofili sopravvalutavano la capacità del Regno Unito di trovare nuovi equilibri per sé soddisfacenti; a supporto di questa previsione ottimistica si potevano richiamare almeno quattro ragioni: perché il Regno Unito è membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU; ha un tradizionale rapporto d'amicizia con gli Stati Uniti d'America; vanta forze armate tra le migliori in ambito NATO; ha consolidati rapporti di cooperazione e di interscambio commerciale con i Paesi già facenti parte del Commonwealth britannico. Tenuto conto che il referendum popolare si è tenuto nel mese di giugno del 2016, a distanza di tre anni tutte le previsioni si sono dimostrate sbagliate. Siamo in pieno psicodramma Brexit. Il Regno Unito ha difficoltà notevoli, rese in modo a tutti evidente dai profondi contrasti all’interno delle forze politiche rappresentate nel Parlamento britannico. Nel contempo, l’Unione Europea finora non si è data alcun progetto credibile per un proprio rilancio nell’immediato futuro. Una ragionevole soluzione sarebbe quella di conservare quanto più è possibile dei rapporti di interscambio commerciale e di cooperazione fra l’Unione Europea ed il Regno Unito, nel reciproco interesse. Se poi dall’amicizia nascesse qualcosa di più in futuro, tanto meglio.
2) È cambiata la politica internazionale. Dal 20 gennaio 2017 Donald Trump è presidente degli Stati Uniti d’America. Da allora abbiamo iniziato ad ascoltare lo slogan "America first". Da allora sentiamo parlare di guerra commerciale con la Cina, nel frattempo divenuta potenza economica, commerciale e militare di primaria grandezza. Da allora è sempre più chiaro che gli Stati Uniti di Trump hanno pochissima simpatia per l’Unione Europea e perseguono, invece, l’antica politica del "divide et impera" nei confronti dei singoli Paesi europei.
Al tempo delle precedenti elezioni europee non si parlava ancora del sedicente "califfato", che sarebbe stato proclamato nel mese di giugno, ma erano già maturate le condizioni per la nascita del cosiddetto Stato islamico dell'Iraq e della Siria (ISIS). Oggi i fanatici dell’ISIS sono stati sconfitti ovunque e non controllano più porzioni significative di territorio. Nel contempo, Aleppo e Damasco si sono nuovamente riunite in un’unica realtà statuale e la prospettiva di uno smembramento della Siria sembra superata; ciò è positivo. La Siria, tuttavia, non è ancora pacificata. Nella parte settentrionale del Paese c’è il rischio di un conflitto aperto tra la Turchia e le milizie curde. Più in generale, in tutto il Medio Oriente non potrà esserci vera pace finché permarrà l’antagonismo tra l’Iran e l’Arabia Saudita. Con lo Stato di Israele che soffia sul fuoco, in funzione anti-iraniana.
Anche il continente africano è inquieto. Quando a maggio voteremo, forse si sparerà ancora intorno a Tripoli, in Libia. L’Italia non ha la forza, da sola, di garantire che la Libia resti uno Stato unitario; né ha la forza, da sola, di pacificare e di stabilizzare politicamente il Paese. Come italiani, abbiamo il massimo interesse a che la Libia e l’intero Nord Africa siano pacifici ed ordinati; siamo però uno Stato troppo fragile, dal punto di vista della coesione nazionale, per lasciarci coinvolgere in un conflitto armato nel Nord Africa. Per l’Italia sarebbe un’avventura fatale e chiunque abbia buon senso dovrebbe impegnarsi per non farci commettere questo errore. Qui si vede quanto sarebbe necessaria una politica estera e della difesa autenticamente europea. Vogliamo che l’Unione Europea parli con una sola voce in questa materia. Finché non sarà così, Italia e Francia, tanto per fare un esempio, si illuderanno di poter realizzare i propri interessi, l’una a discapito dell’altra, senza accorgersi che per questa via si indeboliranno reciprocamente e non avranno altro risultato che quello di avere scatenato forze che non controllano.
3) È cambiata la politica interna italiana. Le elezioni europee del 2014 determinarono il massimo successo politico ottenuto da Matteo Renzi, leader del Partito democratico. Dal 1° giugno 2018 è in carica il governo presieduto da Giuseppe Conte, basato sull’alleanza fra il Movimento 5 Stelle e la Lega. I due partiti che esprimono il governo sono, per ragioni diverse, poco adatti a rinsaldare i legami fra l’Italia e l’Unione Europea.
La Lega è l’erede della "Lega Nord" fondata da Umberto Bossi: un partito che aveva nel cuore non l’Italia, ma la "Padania", che sminuiva in sede storica il valore del Risorgimento italiano, disprezzava gli italiani meridionali, detti "terroni", aveva come massimo obiettivo che il gettito fiscale riscosso al Nord non fosse più gestito da "Roma ladrona", ma fosse amministrato autonomamente dai rappresentanti politici del Nord. Oggi la proposta di concedere una speciale autonomia a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, ai sensi dell’articolo 116 della Costituzione, tende a risultati non molto diversi, nella sostanza, dagli originari progetti della Lega Nord. Nel frattempo, però, il partito si presenta come una "destra nazionale", capace di assorbire in sé e di riciclare tanto ceto politico meridionale. La "sovranità nazionale" è la nuova bandiera per raccogliere il consenso; peccato che la sovranità effettiva degli Stati europei sia finita in larga parte già al termine della prima guerra mondiale e, definitivamente, dopo la seconda guerra mondiale.
Nell’attuale mondo globalizzato le decisioni importanti, di ordine economico, monetario, commerciale, sono assunte da poche super-potenze. Anche tutte le politiche che, nel prossimo futuro, si renderanno necessarie per salvaguardare gli equilibri ambientali del Pianeta Terra, con particolare riferimento al clima, alla riduzione dell’inquinamento, al trattamento dei rifiuti, al contenimento degli indici di sviluppo demografico, saranno concordate da pochi centri di potere mondiale.
In questa situazione, la "sovranità" di un Paese come l’Italia si risolve nella scelta se continuare ad essere un alleato subordinato degli Stati Uniti d’America, o cambiare riferimento e diventare alleato subordinato di altra potenza. La scelta europea, la voglia di consolidare l’attuale Unione Europea ed anzi trasformarla in una realtà politica molto più forte, costruita su basi federali, ha un solo significato: operare affinché anche l’Unione Europea diventi realmente un centro di potere mondiale, in grado di interloquire alla pari con Stati Uniti, Cina e Russia.
La scelta europea significa decidere, in coerenza con la nostra storia, la nostra cultura e la nostra civiltà, che il destino dell’Italia è legato indissolubilmente a quello della Germania, della Francia, della Spagna, dell’Austria, degli altri Stati Membri dell’Unione. Legato nel bene e nel male. Al contrario, distruggere l’Unione Europea significherebbe condannarsi ad un futuro in cui tutti i singoli Stati europei non avranno alcun peso effettivo nella dimensione globale e saranno, ciascuno, vassalli di questa o quella superpotenza extraeuropea.
Il nuovo nazionalismo della Lega sembra muovere dal criterio che non ci siano nemici a destra; così flirta con ogni possibile destra: neofascisti, postfascisti, CasaPound, senza andare troppo per il sottile. Il tutto per avere più forza contro la "sinistra". Ma dove sarà mai questa pericolosissima "sinistra" in Italia? Viene voglia di rileggere un martire antifascista, Piero Gobetti, il quale nel novembre del 1922, poco dopo la marcia su Roma, scriveva: «Amici miei, la lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio».
La Lega non ha torto quando sostiene che occorre una politica per disciplinare i flussi dell’immigrazione; è pura demagogia, infatti, sostenere che si debba accogliere tutti quelli che lo chiedano. Non si comprende però perché una posizione di per sé spiacevole (non è mai piacevole dire di no a persone bisognose di aiuto) debba essere resa ancor più spiacevole da un linguaggio razzista. Che cosa c’entra l’islamofobia, ossia l’ossessione contro gli islamici? Chi scrive sa di essere ignorante, ma quel poco che sappiamo ci dimostra che la storia degli Arabi, dei Turchi, degli Iraniani è legata strettamente a quella di tanti Stati europei, in particolare mediterranei, e che questi popoli meritano il nostro massimo rispetto. Che cosa c’entra l’ostentato disprezzo nei confronti dei Rom?
Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle, un vecchio proverbio diceva che «le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni». Il populismo asseconda la spesa pubblica per nobili finalità di coesione sociale, ad esempio l’idea di un reddito di cittadinanza, ma non sa prevedere cosa significhi una politica economica basata sul deficit strutturale di bilancio e, quindi, su un debito pubblico crescente. Anche qui torna l’argomento della "sovranità". Può mai essere sovrano un Paese che, per finanziare le proprie politiche, deve chiedere in prestito risorse finanziarie via via crescenti a creditori esteri? La gente deve sapere che il debito viene poi pagato con gli interessi. Più aumenta il debito pubblico, maggiore sarà la parte del bilancio dello Stato utilizzata per il cosiddetto "servizio del debito": pagare i titoli del debito pubblico (BOT, CCT, eccetera) alle rispettive scadenze, maggiorati dei relativi interessi. Arriva alla fine un momento in cui o non si trova più alcuno disposto a prestare, ovvero gli interessi pretesi sono economicamente insostenibili.
Tutte le altre "criticità" del Movimento 5 Stelle sono da tempo dibattute: la sottovalutazione dell’importanza delle competenze tecniche e delle professionalità, nella pretesa, fintamente democratica, che tutti possano essere chiamati ad assumere qualsiasi responsabilità amministrativa o di governo. La concezione secondo cui la democrazia rappresentativa e il parlamentarismo sarebbero superati e si potrebbero sostituire con una non meglio precisata democrazia diretta. L’ossessione per la redistribuzione della ricchezza, per finalità di giustizia sociale, trascurando l’esigenza di garantire le condizioni affinché l’economia del Paese produca nuova ricchezza. San Francesco può essere, forse, fonte di ispirazione e modello per la Chiesa Cattolica e per un Papa; sfortunato però il Paese i cui governanti volessero trasferirne il messaggio in indirizzi politici!
Insomma, la conclusione è che la situazione politica attuale è molto più difficile di quanto non fosse cinque anni fa. Le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo sono un appuntamento realmente importante e gli elettori devono avvertire la responsabilità di dare, con il loro voto, un indirizzo che predetermini il cammino da svolgere in futuro.
L’unica via d’uscita, a giudizio di chi scrive, è votare una lista sicuramente schierata a sostegno dell’Unione Europea, anzi decisa ad impegnarsi per il suo rafforzamento politico, e mossa dalla convinzione che il destino dell’Italia e quello dell’Europa siano indissolubilmente legati.