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La linea politica del Movimento Cinque Stelle

Di Livio Ghersi

29 ottobre 2019

 

Sono tra coloro che vorrebbero che il Governo presieduto da Giuseppe Conte restasse in carica per un periodo sufficientemente lungo da darsi una fisionomia di governo chiara e tale da poter essere apprezzata da un numero crescente di italiani. La maggioranza che sostiene il Governo, viceversa, non naviga al momento in buone acque. Le elezioni regionali in Umbria hanno contribuito a peggiorare i suoi rapporti interni.

La forza politica che mi sembra abbia più problemi di tenuta è oggi il Movimento Cinque Stelle. Cosa comprensibilissima, considerato che, in questa stessa diciottesima Legislatura, ha mutato il proprio sistema di alleanze, passando da un un’intesa di governo con la Lega, ad un’intesa di governo con il Partito Democratico ed altre forze di centro-sinistra. I parlamentari del Movimento sembrano frastornati e si vedono, fra loro, pericolose tendenze centrifughe.

Anche altri partiti hanno difficoltà. Poiché conosco meglio la classe dirigente del Partito Democratico, sono abbastanza sicuro che questo troverà, comunque, il modo di risolvere i problemi del proprio assetto interno. Nicola Zingaretti fa quello che deve fare un Segretario politico: media e si preoccupa di garantire l’unità in un partito necessariamente plurale. Il PD, poi, ha ancora qualche capacità di visione e di elaborazione teorica perché ha conservato dentro di sé forze intellettuali non banali (cito, per tutti, Gianni Cuperlo, il quale, non essendo più parlamentare, può essere lodato, senza che alcuno abbia motivo di adombrarsi). Tanti parlamentari del PD sono dotati di una buona esperienza politica; non sono né improvvisatori, né dilettanti allo sbaraglio.

Molto più difficile la condizione del Movimento Cinque Stelle. Il suo problema fondamentale è già stato individuato da tempo. Lo stesso Luigi Di Maio ne ha diffusamente parlato a Napoli, in occasione della festa per il decimo anniversario della costituzione del Movimento. Si tratta di darsi un’organizzazione interna, composta sia da promotori e responsabili dell’attività in tutti i territori del Paese (almeno, a partire dalla dimensione regionale), sia da responsabili delle linee di indirizzo politico per grandi aree tematiche.

C’è però una questione preliminare di cui Di Maio non parla perché riguarda sé stesso. Egli è attualmente impegnato nella responsabilità di ministro degli Esteri. Si tratta di un ruolo oggettivamente delicato, che comporta impegni e scadenze quotidiani, che richiede studio e preparazione di ogni argomento, che risulta tanto più impegnativo per chi, come Di Maio, è un neofita in materia. Se egli vuole far bene il ministro e mantenere contemporaneamente il ruolo di Capo della nutrita delegazione dei ministri del Movimento Cinque Stelle nel governo Conte, non può fare anche il Capo politico del Movimento. Non lo può fare perché non ne ha il tempo materiale.

Al Movimento Cinque Stelle serve disperatamente, invece, un Capo politico che sia un coordinatore organizzativo; il quale per quindici / sedici ore al giorno si occupi esclusivamente di dare un efficace assetto interno al Movimento. Il che significa, nella prima fase, incontrare tutti coloro che hanno qualcosa da dire, qualcosa di cui lamentarsi, qualcosa da proporre.

L’assetto passa dalla costruzione dell’organizzazione nei territori e dalla formazione dei dipartimenti tematici. Nell’uno e nell’altro caso, si tratta di individuare persone affidabili, competenti, motivate e questa selezione ha di per sé una valenza politica delicatissima. C’è, però, una questione ancora più urgente. Il Movimento segue proprie regole bislacche per cui, ad esempio, l’avvicendamento dei presidenti dei Gruppi parlamentari alla Camera ed al Senato si effettua con una frequenza ravvicinata (di fatto, restano in carica poco più di un anno).

Alla Camera la attuale consistenza del Gruppo parlamentare del Movimento Cinque Stelle è davvero ragguardevole: 216 deputati, a fronte dei 124 deputati della Lega e degli 89 deputati del PD. Il presidente Francesco D’Uva ha esaurito il proprio mandato e, da più di due settimane, non si riesce ad eleggere il successore. Il gruppo è retto da un vicepresidente vicario, Francesco Silvestri, persona simpatica, ma che finora non ha avuto i numeri per diventare presidente. Anche la effettiva capacità di guida di un gruppo parlamentare così numeroso è questione di importanza prioritaria in una democrazia parlamentare qual è quella italiana.

Se ci fosse un Capo politico, veramente tale, non dovrebbe dormire la notte pur di trovare soluzione al problema di dare un assetto stabile ai gruppi parlamentari. Perché è dai gruppi che il Movimento trae la sua forza per realizzare il proprio programma nelle Istituzioni.

Mi permetto di dare questi, non richiesti, consigli al Movimento Cinque Stelle proprio perché non ho alcunché in comune con esso. Non l’ho mai votato e mi pare estremamente difficile che ciò possa accadere in futuro. Ragiono, quindi, con la freddezza ed il distacco di un osservatore esterno. Il quale, però, in questa fase, non si augura un crollo del Movimento Cinque Stelle perché ciò significherebbe la caduta dell’attuale Governo, il ricorso alle elezioni anticipate, la più che probabile vittoria elettorale di una coalizione nominalmente di "centrodestra", ma effettivamente molto di destra, guidata da Salvini.

La manovra economica è stata delineata nelle sue linee essenziali, ma deve ancora essere approvata dal Parlamento. Non è stato fatto comprendere agli italiani che l’aumento dell’Iva avrebbe comportato effetti economici molto negativi per loro, nella concreta vita quotidiana. Di conseguenza, si è presentato il fatto che si si sia evitato l’aumento dell’Iva come cosa scontata; invece, non era per nulla facile. Da qui, è dipeso l’errore di consentire agli avversari del Governo di parlare soltanto di ciò che manca nella manovra economica, oppure di lamentarsi per l’introduzione di piccole nuove tasse, talora molto creative.

Nessuna forza politica ha il coraggio di dire con onestà intellettuale che le risorse finanziarie disponibili sono poche. Che un debito pubblico come quello italiano è un macigno che comporta effetti negativi rilevantissimi. Che, pertanto, è impensabile che si possano finanziare politiche economiche sempre in deficit, perché ogni nuovo deficit di bilancio accresce il debito pubblico. Nessuna forza politica ha il coraggio e l’onestà intellettuale di dire che si se si vogliono servizi pubblici rivolti alla generalità dei cittadini, quali il servizio sanitario, l’istruzione scolastica, l’ordine pubblico nelle città, questi servizi si devono finanziare in qualche modo. Il modo classico di finanziare i servizi pubblici rivolti alla generalità è quello del prelievo fiscale, ossia, imposte e tasse.

Affermare che si debba pagare il meno possibile di imposte e tasse, argomento abituale delle destre, significa dire una cosa che suona in modo accattivante, significa attrarre "popolarità". Il problema resta poi: chi paga gli agenti delle Forze dell’ordine, le loro divise, il loro addestramento, le loro armi, le autovetture che utilizzano, le tecnologie di cui dispongono? Chi paga il servizio sanitario nazionale, che deve assicurare le cure anche a quanti non si possono permettere di pagarle? Chi paga le scuole che devono garantire a tutti i bambini, di qualunque estrazione sociale, di ottenere una formazione di base, che consenta poi loro di portarsi avanti nella vita? Eccetera. Eccetera. La demagogia è una brutta bestia. É il cancro della democrazia. In Italia, purtroppo, non c’è una destra liberale che abbia senso dello Stato, che si preoccupi di tenere in ordine i conti pubblici, che faccia pagare le tasse a tutti senza favoritismi per alcuno. No, a noi è toccata in sorte la destra peggiore, quella irresponsabile e populista, quella che se ne frega dell’equilibrio dei conti pubblici, che sostiene che evadere le tasse è giusto, che fantastica di "tasse piatte", ottimali per chi è ricco.

Di fronte a questa destra, le forze politiche responsabili dovrebbero impegnarsi in un grande lavoro di convincimento culturale dell’opinione pubblica, da sviluppare capillarmente nei territori. Un Paese si salva e progredisce se ci sono forze morali, prima che politiche, disposte ad impegnarsi e battersi per il suo futuro. Altrimenti, restano soltanto la disgregazione ed il caos. Le forze politiche dell’attuale maggioranza dovrebbero sentire la responsabilità dei tempi in cui viviamo. Occorrono compattezza e disciplina, spirito di sacrificio del proprio interesse particolare, per difendere l’interesse generale. Si comprende che una forza politica nuova, come Italia Viva, cerchi di affermarsi, marcando la propria identità. É assolutamente sbagliato, tuttavia, prendere le distanze dalla manovra economica del Governo e dichiarare che si intendono presentare emendamenti per modificarla in questo o quel punto. Così si mina definitivamente la compattezza di una maggioranza che, in questo momento, è fin troppo fragile. Matteo Renzi dimostri di poter essere molto meglio di come finora è stato descritto.

Per tornare al Movimento Cinque Stelle, il testo della legge costituzionale che modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, riducendo il numero dei parlamentari, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 12 ottobre 2019, n. 240. Il cammino, tuttavia, è ancora lungo se si vuole che quella riforma entri in vigore ed abbia un effetto positivo per il funzionamento delle nostre Istituzioni rappresentative. I fatidici tre mesi dalla pubblicazione scadranno nel mese di gennaio del 2020 e si dovrà vedere se, per quella data, sarà in campo una richiesta di Referendum popolare confermativo.

L’intesa finora raggiunta tra Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico, Liberi ed Uguali ed Italia Viva circa le ulteriori riforme costituzionali da approvare, per trovare un migliore equilibrio istituzionale dopo la riduzione del numero dei parlamentari, è assai meschina, di corto respiro.

Può andar bene la decisione di abbassare il limite di età per eleggere i senatori, consentendo anche ai diciottenni di eleggerli (al momento, l’età per votare per il Senato è fissata a 25 anni).

Del tutto irrazionale, mi sembra, invece, eliminare le caratteristiche che fanno del Senato un ramo del Parlamento con una natura diversa rispetto a quella della Camera dei deputati. I padri Costituenti vollero due camere, con caratteristiche fra loro diverse, perché pensavano che il procedimento legislativo fosse una cosa seria, quindi dovesse essere approfondito e meditato, e che una seconda Camera potesse servire a rimediare a eventuali errori e sviste della prima, migliorando così la qualità complessiva della legislazione.

Un Senato eletto su base regionale non è una bizzarria. In futuro, un più complessivo progetto di riforma della Costituzione potrebbe anzi valorizzare tali caratteristiche del Senato, in materie come l’ordinamento degli enti locali, l’eventuale razionalizzazione dell’assetto delle Regioni esistenti (nel senso di ridurne il numero), la finanza regionale e locale. Il sostenere che, dopo la riduzione del numero dei parlamentari, al Senato alcune Regioni rischierebbero di restare senza rappresentanza è una grossolana falsità: la previsione dell’articolo 57 della Costituzione, dopo la riforma, è che nessuna Regione o Provincia autonoma (si intende, Trento e Bolzano) possa avere un numero di senatori inferiore a tre. Restano invariate le previsioni per il Molise (due senatori) e per la Valle d’Aosta (uno). La circostanza che una lista regionale, pur ottenendo, al Senato, un consenso intorno al venti per cento possa non ottenere rappresentanza, è cosa che, personalmente, non mi addolora più di tanto. Il Senato degli Stati Uniti d’America, per fare un esempio, elegge soltanto due rappresentanti per ogni Stato, quand’anche si tratti di uno Stato grande e popoloso come la California.

Miope mi sembra anche la logica che riguarda la determinazione del Collegio elettorale per l’elezione del Presidente della Repubblica. I rappresentanti della maggioranza si sono accordati per ridurre il numero dei delegati regionali designati ai sensi dell’articolo articolo 83, secondo comma, della Costituzione. Elettori che, attualmente, sono, complessivamente, 58.

Parlo di miopia perché l’attuale maggioranza coltiva l’aspirazione ad eleggere, con le sole proprie forze parlamentari, il prossimo Presidente della Repubblica, alla scadenza del mandato del Presidente Mattarella. Di conseguenza, conta i numeri col bilancino del farmacista. Bisognerebbe preoccuparsi, invece, di esaltare il ruolo del Presidente della Repubblica quale "Capo dello Stato" e rappresentante della "unità nazionale", come recita l’articolo 87 della Costituzione.

Di conseguenza, non soltanto bisognerebbe confermare gli attuali 58 cosiddetti "grandi elettori" regionali. Bisognerebbe fare uno sforzo ulteriore: ho proposto di inserire in Costituzione un articolo aggiuntivo, dopo l’83, per disporre che partecipino di diritto all’elezione del Presidente della Repubblica, in ragione della loro carica: i presidenti delle Regioni, i sindaci dei Comuni capoluogo di Regione, i sindaci dei Comuni con popolazione superiore a 150.000 abitanti, che non siano capoluogo di Regione. Questi ultimi sindaci, secondo i dati Istat del Censimento generale della popolazione dell’ottobre 2011, sarebbero esattamente tredici: Catania, Verona, Messina, Padova, Taranto, Brescia, Prato, Reggio Calabria, Modena, Parma, Reggio Emilia, Livorno, Ravenna. Di conseguenza, secondo l’impostazione di questo eventuale articolo aggiuntivo, parteciperebbero all’elezione del Presidente della Repubblica ulteriori 55 grandi elettori.

Bisogna preoccuparsi del prestigio e della buona funzionalità delle Istituzioni: tanti presidenti delle Regioni e sindaci che contribuissero ad eleggere il Presidente della Repubblica, aumenterebbero la dignità politica della sua carica e renderebbero l’immagine plastica dell’unità nazionale che si realizza intorno a lui.

Palermo, 29 ottobre 2019                                            Livio Ghersi

 

 

 

Greta e il voto ai sedicenni

Di Livio Ghersi

02 ottobre 2019

 

Greta Thunberg ha sedici anni, essendo nata in Svezia il 3 gennaio del 2003.

É soltanto una coincidenza che Greta abbia sedici anni e che nel dibattito politico italiano sia entrato l’argomento di riconoscere il diritto di voto ai sedicenni?

La mia prima reazione, di fronte a questa proposta, è stata quella di pensare che almeno da venticinque secoli, ossia dai tempi di Platone, la ragionevolezza contrasta con i sofisti ed i demagoghi, ossia i sedicenti democratici. Sofisti e demagoghi conoscono l’arte di blandire e sussurrano parole dolci nelle orecchie di coloro dei quali cercano il consenso. Riflettendo meglio, tuttavia, mi sono chiesto se siano questi i tempi in cui sia ancora possibile fare appello alla ragionevolezza; o se non siamo davanti al probabile scatenamento di forze irrazionali. Eppure, ciò che averto come dovere è continuare a stare, comunque, dalla parte della ragionevolezza.

L’ex Presidente Enrico Letta, già sperimentato come uomo di governo, moderato e responsabile, non può essere diventato, di colpo, un volgare demagogo. Più probabile che egli sia smarrito; cosicché, fingendo di orientare gli altri, in realtà esprima la propria personale ansia.

A molti Greta fa antipatia, perché la si ritiene un personaggio costruito dagli organi di informazione di massa. Fosse anche un fenomeno virtuale, meramente massmediatico, resta il fatto che i cambiamenti climatici sono una realtà con cui tutti dobbiamo fare i conti. Anche coloro che ancora si ostinano a negarli, non possono ignorare fenomeni quali lo scioglimento dei ghiacciai, a partire dalle calotte polari dell’Antartide a Sud e della Groenlandia a Nord. I ghiacciai si sciolgono perché la temperatura media del pianeta si è elevata. Altro fenomeno di cui tutti ormai abbiamo fatto esperienza è quello delle precipitazioni piovose, meno frequenti, ma molto più intense, tanto da produrre effetti rovinosi ed alluvioni. Viviamo in Italia, ma il clima sembra diventato quello dei Tropici.

Invitata all’ONU, la sedicenne Greta ha parlato con i toni di un antico profeta biblico. Non aveva tutti i torti, perché, quando si discute di ambiente, i professionisti della politica sono abilissimi nello svicolare dall’argomento più serio, ossia quello che parte dalla constatazione che, in un pianeta che ha dimensioni finite (quindi, non può crescere), anche lo sviluppo economico non può essere illimitato, così come non può essere illimitata la crescita demografica.

Bisogna sapere che intorno al 1910, ossia poco prima che iniziasse la prima guerra mondiale, la popolazione complessiva del pianeta era stimata in un miliardo e 600 milioni circa. Il 31 ottobre 2011 è stato proclamato "Day of Seven Billion" per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla circostanza che, a quella data, la popolazione globale aveva raggiunto la cifra di sette miliardi di esseri umani. Se mettiamo a confronto le cifre vediamo che, nell’arco di cento anni (dal 1910 al 2011), ossia di un secolo, la popolazione mondiale è cresciuta del 437,5 per cento. I previsti ritmi di incremento demografico, in particolare per il continente africano, lasciano tranquilli soltanto coloro che li ignorano.

Qualora gli attuali circa otto miliardi di esseri umani consumassero ed inquinassero quanto un cittadino medio degli Stati Uniti d’America, il futuro del mondo umano, quale l’abbiamo conosciuto, non si misurerebbe più in secoli, ma il tempo ancora utile si consumerebbe nello spazio di cinquant’anni.

Di questo, tuttavia, si preferisce tacere, per non fare emergere troppe contraddizioni e per non alimentare troppi conflitti. I professionisti della politica preferiscono raccontare, invece, una "favola bella" che, parafrasando la Pioggia nel pineto di D’Annunzio, oggi vorrebbe "illuderci". La favola bella è quella della "Green economy", o economia verde che dir si voglia. Ma quali limiti allo sviluppo economico? No, l’economia verde può diventare essa stessa business. Niente divieti e proibizioni, ma un fiorire di "incentivi", che renderebbero economicamente conveniente essere ecologicamente virtuosi.

La politica degli "incentivi" piace molto ai governi, che riservano a sé stessi il potere discrezionale di concederli. Piace molto anche a quegli imprenditori che non si fanno troppi scrupoli. Vengono alla memoria, ad esempio, diversi scandali connessi all’incentivazione di impianti per la produzione di energia mediante pale eoliche. Scandalo significa sperpero di denaro pubblico, attraverso comportamenti truffaldini nei confronti dell’erario.

Greta ha duramente stigmatizzato quei governanti e quei politici che, nella Sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, riducevano tutta la gigantesca questione dei cambiamenti climatici, a un problema di denaro, di elargizione di incentivi mirati, appunto. Si è rivelata, tuttavia, in tutta la sua fragilità di una ragazzina di sedici anni, quando ha accusato i medesimi governanti e politici di "aver rubato" i suoi sogni, ossia i sogni di tutte le nuove generazioni. Il diritto ai sogni è una variante contemporanea di quel diritto alla felicità che i rappresentanti del popolo della Virginia, primo nucleo dei nascenti Stati Uniti d’America, vollero affermare nella loro Dichiarazione dei diritti, del giugno del 1776: «Tutti gli uomini sono nati egualmente liberi e indipendenti e hanno alcuni diritti innati, di cui, entrando nello stato di società, non possono mediante convenzione privare o spogliare la loro posterità; cioè il diritto di godere la vita e la libertà, mediante l’acquisto ed il possesso della proprietà e di perseguire e ottenere felicità e sicurezza» (articolo 1).

La vita umana è soltanto godimento e felicità? Domanda retorica, perché gli esseri umani sono mortali e, per di più, durante la loro intera esistenza, sono sempre costretti a misurarsi con difficoltà da superare, che richiedono rinunce e sacrifici; fanno continuamente esperienza del dolore e della malattia, laddove quella delle persone care può essere più insopportabile della propria.

Tutto ciò di cui Greta e con lei tutte le nuove generazioni ritengono di avere "diritto" non è altro che ciò che le precedenti generazioni hanno realizzato, con duro lavoro, rinunce, sacrifici, lotte, creatività, ingegno, tenace volontà, durante secoli e secoli. Il benessere materiale, la civiltà, il progresso tecnologico non sono un "diritto" acquisito una volta per sempre. Sono stati sofferta conquista; potrebbero essere facilmente vanificati e persi da chi non fosse all’altezza del compito di conservarli ed incrementarli. Al di là dei meriti e delle colpe, c’è il dato oggettivo che il Pianeta Terra è quello che è, non può espandersi, non può crescere ed ha riserve naturali finite (la più preziosa è l’acqua potabile). Molti, senza dirlo, si pongono nella logica di un rassegnato fatalismo: sia fatta la volontà di Dio. Questo, forse, è l’atteggiamento improntato a maggiore saggezza.

Dà appena un po’ di fastidio che un Papa, politico quanti altri mai, alimenti le speranze in un mondo migliore, più giusto ed accogliente nei confronti di tutti, come se questo mondo umano fosse a portata di mano e solo errati e miopi modi di ragionare impedissero la sua compiuta realizzazione. Quando invece – per restare alla terminologia religiosa – dovrebbe sapere meglio di chiunque altro che i segnali che registriamo fanno più pensare all’Apocalisse. Libro biblico, parte integrante del Nuovo Testamento. Se il Papa è un’autorità spirituale ha un grande ruolo da svolgere; se è solo un altro politicante, personalmente non so che farmene.

Torniamo alla proposta di riconoscere il diritto di voto ai sedicenni. Questa non tiene conto che la maggiore età si raggiunge al compimento dei diciotto anni. Si vuole anche abbassare la maggiore età a sedici anni?

L’argomento del diritto di voto ha tutta una serie di implicazioni, delle quali non tutti hanno piena consapevolezza. Oggi tutti ragioniamo in termini di suffragio universale. Questo, coerente con la logica della democrazia, è, tuttavia, una conquista recente. Le prime votazioni a suffragio universale in Italia si sono tenute il 2 giugno 1946 per eleggere l’Assemblea Costituente e per la scelta istituzionale fra monarchia e repubblica.

Nel sistema rappresentativo concepito storicamente dal costituzionalismo liberale, il diritto di voto non era riconosciuto a tutti, ma soltanto a quanti erano parte attiva della comunità sociale. Parte attiva in due possibili significati: a) per il fatto di essere contribuenti, cioè finanziatori del pubblico erario attraverso il pagamento di imposte e tributi; b) per il fatto di essere in un rapporto di immedesimazione organica con o Stato, nel senso di costituirne l’apparato burocratico. Sub a) venivano in considerazione i proprietari di beni immobili e di terreni; nonché tutti coloro che svolgessero un’attività lavorativa, dalla quale derivassero comunque proventi per l’erario: quanti esercitavano una professione o un mestiere, conducevano un’industria o un commercio, o svolgevano un lavoro salariato. Sub b) venivano in considerazione i dipendenti dello Stato, si trattasse del più alto dirigente di un Ministero, o di un modesto impiegato esecutivo. Venivano in considerazione, a maggior ragione, gli appartenenti alle Forze armate, ossia quanti erano pronti a rischiare la propria vita a servizio della Patria, in tempi di pace come in tempi di guerra.

Nell’Italia immediatamente successiva al completamento del processo di unificazione nazionale, nel 1861, era anche richiesto il requisito di un minimo di cultura (saper leggere e scrivere); questo elemento privava del diritto di voto le grandi masse rurali, fortemente interessate dal fenomeno dell’analfabetismo. Ciò non andava bene perché i contadini erano un ceto economicamente produttivo; quindi, in relazione all’utilità sociale del loro lavoro, avrebbero avuto titolo a partecipare ai processi decisionali relativi alla cosa pubblica.

Il suffragio universale, viceversa, ha concesso il diritto di voto anche a persone che non danno alcunché allo Stato in termini di prelievo fiscale (nullatenenti) e che, temporaneamente o costantemente, non svolgono alcun lavoro produttivo (disoccupati). Questi soggetti, in quanto elettori, hanno però titolo per chiedere allo Stato qualcosa: un lavoro, beni come la casa d’abitazione, e servizi (assistenza sanitaria, pubblica istruzione per i figli, ordine pubblico, eccetera). Versando in condizione di oggettivo bisogno, questi elettori possono essere più facilmente indotti a cedere il loro consenso a quei politici che promettano loro di aiutarli singolarmente in modo concreto. Al fine di ottenere consenso, i politici più spregiudicati guardano proprio agli elettori in difficoltà e, per soddisfarne le esigenze, si servono della spesa pubblica. Ciò spiega le dinamiche del debito pubblico italiano, arrivato oggi alla percentuale del 135 % rispetto al Prodotto interno lordo (PIL). Nella storia dell’Italia unita, soltanto due volte fu raggiunto il pareggio di bilancio. La prima volta nel marzo del 1876, al tempo della "Destra storica", ossia il partito degli eredi di Camillo Benso di Cavour. Quel risultato fu conseguito da Marco Minghetti e Silvio Spaventa, i quali mettevano a frutto il gran lavoro svolto in precedenza da Quintino Sella. Ai tempi della Destra storica si pensava unicamente a ben amministrare e non c’era necessità di attivare spesa pubblica clientelare, appunto perché il diritto di voto era fortemente ristretto. La seconda volta fu nei primi tempi del fascismo, ed esattamente nel mese di aprile 1924, quando ministro delle Finanze era il liberista Alberto De Stefani. Il fascismo, al tempo, non ancora compiutamente regime, ma era pur sempre un governo autoritario, quindi svincolato dall’esigenza di cercare il consenso minuto con provvedimenti di spesa clientelari. Poi il regime fascista compromise fortemente l’equilibrio dei conti pubblici, soprattutto per la velleità di perseguire una politica estera di potenza, il che richiedeva crescenti spese per armamenti e per le Forze armate in genere.

Nei Paesi Scandinavi, nel Regno Unito, in Germania, i cittadini provano una sorta di vergogna a farsi assistere economicamente dallo Stato; lo fanno soltanto quando sono in condizioni di stringente necessità. Gli studenti e quanti ottengono prestiti di onore non vedono l’ora di poter restituire quanto hanno ricevuto, per diventare finalmente, grazie al loro lavoro, contribuenti e partecipare così al finanziamento della cosa pubblica. Ne fanno una questione di dignità personale. Da noi persiste una sciagurata mentalità per cui molti pensano che sia loro dovuto un intervento pubblico di sostegno, in qualsiasi forma corrisposto, che viene tranquillamente fatto coesistere con lavoro nero non dichiarato.

Dare il voto ai sedicenni significherebbe dare influenza politica a persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sarebbero ancora inserite nel circuito lavorativo e che non disporrebbero di risorse economiche proprie. Un elettorato perfetto per determinare una ulteriore espansione della spesa pubblica, quindi del debito pubblico.

Ci ricordiamo come eravamo a sedici anni? Un sedicenne è capace di grandi slanci ideali, ma non ha contezza della forza di resistenza della realtà; presume che ogni cambiamento sia possibile, che basti volerlo. Nel tempo tutti cambiamo; non soltanto nel fisico. Per nostra fortuna, anche la nostra mente cambia. Acquisiamo la consapevolezza dei nostri limiti individuali. I limiti si possono sempre superare, si può sempre progredire; ma non gratis: per ogni risultato che si vuole conseguire servono impegno, volontà, studio, sacrifici, rinunce. Alla fine, si diventa quello che ci si è impegnati a essere. Anche il livello culturale individuale non è un dato, ma un risultato. Saggezza è sapere di non sapere, insegnava Socrate. Però c’è una bella differenza fra il volere portarsi avanti e il considerare, invece, la propria ignoranza come una condizione felice.

Ci sarebbero tanti altri discorsi da sviluppare, tutti da riferire alla concreta conoscenza di come funzionano veramente le cose. Conoscenza che i sedicenni non hanno. A me, ad esempio, viene l’orticaria quando sento parlare di "rifiuti zero". Non ci si può limitare ad essere visionari ed immaginare un mondo ideale in cui ogni materia viene riciclata, in un ciclo continuo, senza scorie. Bisogna partire dalla presente realtà, molto lontana dal predetto ideale e vedere come arrivare, per gradi, ai traguardi che si vogliono raggiungere.

In materia di rifiuti, l’unico fatto certo è che scavare buchi nel terreno e poi interrare la spazzatura non è una soluzione. Così, oltre tutto, si mettono a rischio le falde idriche, che possono essere infiltrate dal percolato. La raccolta differenziata dei rifiuti non è facile da organizzarsi; ma è cosa buona e santa. Va dunque organizzata in tutte le città, grandi e piccole; ciò comporta, ovviamente, dei costi. La raccolta differenziata, però, ha senso soltanto a condizione che ad essa faccia seguito il trattamento differenziato delle singole tipologie di rifiuti. Ad esempio, i rifiuti organici, provenienti dagli alimenti, andrebbero "essiccati", per trasformarli in compost e, in ogni caso, per evitare il percolato. Non c’è alcun reale progresso, né alcun vantaggio per la collettività, quando, invece, si faccia pure la raccolta differenziata negli ambienti urbani, ma poi i rifiuti si ricongiungano e si mescolino in discariche incontrollate, senza alcun trattamento specifico. Anzi, in questo caso, verrebbero sprecati i costi aggiuntivi assunti per realizzare la raccolta differenziata.

Le discariche incontrollate sono una modalità di degrado dell’ambiente ed una fonte di inquinamento di gran lunga superiore al rischio di inquinamento da fumi derivanti dall’impiego di termovalorizzatori. Oltre tutto, i termovalorizzatori, nelle versioni più evolute, come nell’esperienza della Danimarca, sono dotati di filtri, da sostituirsi periodicamente, proprio per contenere e ridurre al minimo l’immissione nell’atmosfera di fumi e sostanze non salutari. I termovalorizzatori eliminano i rifiuti che, comunque, non si potrebbero riciclare ed in più producono energia, da immettere a servizio dello sviluppo economico. Perché demonizzarli? Perché indulgere ad un "fondamentalismo" verde che non è meno stupido, né meno dannoso, di qualunque altro fondamentalismo?

Sembra normale trasportare altrove i rifiuti che non si riesce a smaltire in loco, come avviene, ad esempio, a Napoli? Pagando, oltre tutto, un alto costo per questo servizio di trasferimento e smaltimento altrove? Ha senso che si critichino i termovalorizzatori e poi si paghi la Germania, che ci consente di smaltire parte dei nostri rifiuti in eccedenza, napoletani e non solo napoletani, negli impianti tedeschi? Per quanti si preoccupano di salvaguardare l’ambiente, la movimentazione ed il trasporto di rifiuti non comportano di per sé enormi rischi di inquinamento? Ci sono rifiuti che vengono trasportati perfino via mare; soltanto quest’idea mette i brividi.

Temo che di tutti questi risvolti molto pratici e concreti, i sedicenni sappiano ben poco. Seguirebbero il primo imbonitore che facesse balenare, davanti ai loro occhi, le magnifiche sorti e progressive della "Green econom

 

 

Non siamo nemici di Renzi

 di Livio Ghersi

20 settembre 2019

 

Si costituiscono due nuovi gruppi parlamentari: uno al Senato, denominato "Partito socialista – Italia viva", composto da 15 senatori; uno alla Camera, denominato "Italia viva", composto, al momento, da 25 deputati.

Si tratta di numeri importanti. Affinché lo si comprenda, faccio un esempio riferito alla storia politica italiana. Quando nel 1972, dopo dieci anni di opposizione alla formula del centro-sinistra, il Partito liberale di Giovanni Malagodi scelse di aderire alla nuova maggioranza parlamentare centrista che espresse il secondo Governo Andreotti, il PLI contava soltanto 20 deputati e 8 senatori.

Non è facile valutare serenamente la novità politica introdotta da Matteo Renzi, perché ogni parola spesa in suo favore irrita fortemente il Partito Democratico. Nel preciso momento storico in cui ci troviamo, l’interesse primario è che il Governo presieduto da Giuseppe Conte duri e, per durare, operi al meglio e sia efficace. Di conseguenza, nessuno ha voglia di irritare il PD.

Al contrario, si sprecano le critiche a Renzi. Romano Prodi, osservatore autorevole, dichiara che il nome "Italia viva" gli fa pensare ad uno yogurt e gli yogurt, si sa, hanno una data di scadenza. Come dire, operazione di corto respiro e personalistica. Si potrebbe commentare che il nome rovesciato della nuova formazione suona "viva l’Italia" e questo non è male.

Dal mio punto di vista, l’iniziativa di Renzi va guardata con interesse. Il sistema politico italiano, così come è attualmente strutturato, funziona male. Io, ad esempio, sono un "centrista" di formazione culturale liberale e da tempo sono costretto, elezione dopo elezione, a votare ciò che, di volta in volta, mi sembra meno peggio nelle condizioni date, ma non c’è alcuna forza politica che mi corrisponda, o dalla quale mi senta davvero rappresentato.

Il Partito Democratico è nato ufficialmente nel mese di ottobre del 2007, dalla unificazione di due precedenti soggetti politici: i Democratici di Sinistra, a loro volta derivanti dal PDS, e prima ancora dal PCI; e la Margherita, derivante dalla tradizione del popolarismo cattolico, con qualche elemento di contorno preso dalla tradizione dei partiti che un tempo venivano definiti "laici", come l’amico Valerio Zanone.

Il partito della Margherita decise nel suo Congresso dell’aprile 2007 di confluire nel nuovo soggetto politico del Partito Democratico, assumendo che questo dovesse rappresentare tutte le diverse tradizioni del riformismo italiano e che fosse l’espressione plurale dell’intera area politica del Centro-sinistra. In relazione alla legge elettorale maggioritaria, la dialettica politica era allora basata sul bipolarismo: o si stava con il Centro-destra, egemonizzato dalla personalità di Silvio Berlusconi, o si stava con il Centro-sinistra.

Va ricordato – e non si tratta di un fatto poco significativo – che Francesco Rutelli, ultimo presidente federale della Margherita, ha ritenuto di uscire dal Partito Democratico nel mese di ottobre del 2009, cioè appena due anni dopo la costituzione ufficiale del medesimo PD. Evidentemente, rispetto al progetto iniziale, qualcosa non ha funzionato.

Rutelli, in questa fase, è fuori dalla politica attiva. Fortunatamente, invece, ha ancora voglia di battagliare Bruno Tabacci, che, insieme a Rutelli, diede vita ad Alleanza per l’Italia (API). Tabacci, politico intelligente, ha dichiarato, a proposito dell’odierna iniziativa di Matteo Renzi, che la questione del "ruolo del Centro", la questione cioè di costituire stabilmente e consolidare "un’area centrale" «si pone ampiamente nel Paese». Ciò mi fa intendere che, una volta compiuti i necessari chiarimenti politici nei confronti di Più Europa, la cui Segreteria ha incomprensibilmente scelto di non votare la fiducia al Governo Conte, anche Tabacci potrebbe ritrovarsi insieme a Renzi. Il che sarebbe politicamente significativo, ben oltre il limitato peso numerico.

Bisognerebbe sentire cosa ha detto il protagonista, ossia lo stesso Matteo Renzi. Ha sostenuto che il Partito Democratico è attualmente strutturato secondo una rigida logica di correnti. Gran parte della lotta politica, dunque, si svolge all’interno del partito e non all’esterno, come sarebbe fisiologico.

Se è vero che è così, ed è vero, è inutile continuare a tenere preziose energie imprigionate nel partito. É preferibile che tali energie si rivolgano all’esterno ed animino un nuovo progetto politico. Ciò potrebbe convenire anche al medesimo Partito Democratico. La concorrenza è un toccasana; potrebbe, quindi, spingere il PD a riorganizzarsi in modo più efficace, per essere competitivo anche in un contesto in cui l’offerta politica complessiva muti e divenga più ampia.

Aggiungo io che, in un mondo ideale, si dovrebbe aderire ad un partito perché se ne condividono gli ideali ed i programmi. Nel mondo reale, un partito aduso ad esprimere governanti ed amministratori, a tutti i livelli, qual è il PD, esercita fascino attrattivo soprattutto nei confronti dei professionisti della politica, intendendo per tali quanti concepiscono la politica come un’opportunità di carriera personale. Poiché si tratta di acquisire posizioni di potere, un professionista della politica finisce per assumere, come il proprio peggior nemico, il collega di partito che abbia migliori chances per aver assegnato quell’incarico che il medesimo professionista vuole. Il competitore interno è mille volte più pericoloso dell’avversario esterno.

Nel mondo ideale, tutti i membri di un’associazione politica rispettano le regole statutarie ed accettano serenamente di stare in maggioranza, o di essere minoranza, secondo l’esito delle libere votazioni interne. Nel mondo reale, si guarda agli equilibri delle tessere e si contesta agli avversari interni la facoltà di fare nuove iscrizioni al partito, perché le nuove adesioni alterano i precedenti equilibri interni. Nella recente vicenda dell’elezione del Segretario regionale del PD in Sicilia, si è passati rapidamente dalla politica agli avvocati ed alla carta bollata. Davide Faraone, vicino a Renzi, infine ha visto la propria elezione alla Segreteria regionale annullata dal nuovo Segretario politico del PD, Nicola Zingaretti. Penso che non sia l’unico caso di una conflittualità interna esasperata.

Quanti oggi rimproverano a Renzi un eccesso di personalismo e di ambizione, avrebbero voluto che egli accettasse disciplinatamente (e, se possibile, silenziosamente) di essere minoritario all’interno del Partito Democratico. Anche questa è una pretesa.

A proposito dei partiti "personali", ricordo un saggio di Benedetto Croce del 1912, titolato Il partito come giudizio e come pregiudizio. Scriveva: «Parimenti l’uomo politico, che abbia un nuovo contenuto da far valere (e il nuovo contenuto più o meno l’abbiamo tutti, perché tutti valghiamo [Nota mia: forma desueta di valiamo] per qualcosa di nuovo finché viviamo e operiamo), quando pare che accetti un partito esistente – e in qualche misura l’accetta –, in realtà crea un nuovo partito, perché il nuovo pensiero produce un nuovo aggruppamento, o cangia le ragioni di un aggruppamento esistente, e anche quando serba le spoglie dei medesimi individui, vi mette dentro altre anime. (Riesce qualche volta, sebbene sia difficile, mettere il vino nuovo nelle botti vecchie)».

Così scriveva Croce quando era un osservatore disincantato delle dinamiche politiche, che valutava dall’esterno. Poi nel 1943, quando si trovò a rifondare il Partito liberale italiano, si preoccupò, al contrario, di dargli un’anima, di collegarlo strettamente ad una tradizione ideale, aspirando all’obiettivo, realisticamente impossibile, che un partito si mettesse davvero a servizio di un’idea.

Matteo Renzi ha appunto «un nuovo contenuto da far valere». Soprattutto ha energia e capacità realizzatrice. Ci si può occupare di politica in molti modi e tutti sono da salutare con favore quando denotino interesse per la cosa pubblica. Una cosa, tuttavia, è scrivere un articoletto ogni tanto; ben altra cosa è tirare su dal niente un partito politico nuovo, che riesca a raccogliere quantità significative di consenso in tutto il Paese e che riesca ad esprimere o, comunque, aggregare quantità rilevanti di parlamentari. Non è cosa facile, né semplice.

La Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista hanno espresso entrambi personalità politiche notevoli (De Gasperi e Moro, Togliatti e Berlinguer), ma non erano certamente i singoli leader a fare la differenza allo scopo della raccolta del consenso elettorale: c’erano macchine organizzative efficienti e ben rodate, affiancate da una pluralità di altri canali di comunicazione con le varie realtà sociali, culturali e territoriali. È stato nella cosiddetta "seconda Repubblica", dopo l’approvazione della legge 4 agosto 1993, n. 277, la quale ha introdotto i collegi uninominali e segnato l’avvio di un sistema elettorale basato sul maggioritario, che l’importanza del leader politico si è accresciuta enormemente. Così Silvio Berlusconi ha creato, dal niente, Forza Italia. Così Umberto Bossi fece sì che, nelle elezioni politiche del 5-6 aprile 1992, la Lega Nord eleggesse 55 deputati e 25 senatori, mentre cinque anni prima, nelle elezioni del giugno 1987, la Lega Lombarda aveva ottenuto soltanto due rappresentanti in Parlamento (un deputato e un senatore). Anche l’affermazione del Movimento Cinque Stelle nelle ultime elezioni politiche del marzo 2018, è stata straordinaria e clamorosa. Qui, però, il leader più autorevole per gli aderenti al Movimento, Beppe Grillo, non partecipa alle elezioni e non ricopre cariche istituzionali: influisce dall’esterno.

Troppo elettorato oggi si astiene; troppi elettori, tra quelli che votano, spostano continuamente il proprio consenso da un partito all’altro, senza che questo continuo cambiamento denoti altro che sentimenti di irritazione e di insoddisfazione. Si ritorna, dunque, al problema da cui siamo partiti: il sistema politico italiano, così come è attualmente strutturato, non risponde alle esigenze dei cittadini. Dovrebbe essere profondamente ripensato e ristrutturato.

Matteo Renzi ha dimostrato di avere indubbie capacità politiche quando, nello scorso mese di agosto, è intervenuto per bloccare la corsa alle elezioni anticipate, volute dalla Lega. Renzi ha anche, però, chiari limiti e difetti. Non per capriccio ci siamo opposti a lui, tanto per il modo in cui aveva concepito ed imposto, a colpi di fiducia, la legge elettorale 6 maggio 2015, n. 52 (cosiddetto "Italicum"), quanto per una critica puntuale nel merito della riforma costituzionale da lui proposta. Si pensi soltanto che il Senato riformato, secondo la legge costituzionale respinta dal Referendum del 4 dicembre 2016, sarebbe stato composto da 100 membri (troppo pochi per fare fronte alle attribuzioni assegnate al Senato medesimo) e per di più senatori a mezzo servizio, perché contemporaneamente in carica per altre rilevanti funzioni istituzionali: 74 consiglieri regionali e 21 sindaci!

Perché pensiamo che la personalità politica di un Silvio Berlusconi, al netto dell’abilità dell’uomo, non sia nemmeno lontanamente paragonabile alla personalità di un Alcide De Gasperi? Perché De Gasperi non ragionava in termini di convenienza del proprio partito, la DC, meno che mai ragionava in termini di convenienza personale, ma aveva senso dello Stato. Si preoccupava, cioè, di garantire soluzioni razionali, nell’interesse superiore dell’Italia, degli italiani tutti.

Senso dello Stato ed interesse di partito possono confliggere ed è proprio su questo terreno che si può valutare quanto valga davvero un politico: se sia uno statista, da ricordare nei libri di storia, o un politicante, quali tanti ce ne sono stati e tanti ce ne saranno.

Quando Renzi ha concepito la riforma costituzionale e quella elettorale, alla prima strettamente connessa, voleva conseguire degli obiettivi politici. Infischiandosene completamente della razionalità delle norme chiamate a dare forma giuridica a quegli obiettivi. Così operando, non si va lontano. Serve confrontarsi seriamente con chi è portatore di competenze specifiche nei vari campi (giuridico-costituzionale, amministrativo, economico, finanziario, eccetera) ed i tecnici non possono essere chiamati semplicemente ad avallare quanto vuole chi esercita il comando, ma devono fornire i loro argomentati consigli per migliorare la qualità complessiva di ogni progetto.

Anche il confronto con politici di diversa estrazione serve per arrivare a progetti più meditati ed equilibrati. L’uomo solo al comando decide più in fretta, ma si accorge degli errori quando ormai è troppo tardi.

Tutto ciò considerato, Matteo Renzi si situa nel campo democratico e, per il suo afflato sociale, ma anche per certe intemperanze caratteriali, ricorda Amintore Fanfani e le posizioni della sinistra democristiana fanfaniana (costruzione di case popolari, eccetera). Vediamo bene, dunque, tutta la differenza che intercorre con le posizioni culturalmente rozze e scopertamente autoritarie di un Matteo Salvini.

In conclusione, non siamo nemici di Renzi e valuteremo, senza pregiudizi, il suo operato futuro. A tutti deve essere data una seconda chance!