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Partito politico membro di diritto del Movimento Europeo - Italia


Un bilancio su Mario Draghi.

 

Chi è più europeista? Chi è convinto che l’Unione Europea sia indissolubilmente legata agli Stati Uniti d’America e ne debba necessariamente condividere gli orientamenti (nelle politiche estera, della difesa, energetica, commerciale), oppure chi auspica che l’Unione Europea diventi un autonomo soggetto politico nello scenario internazionale? Ritengo di essere un europeista del secondo genere. Posto che, tanto a proposito, quanto più spesso a sproposito, si richiama il Manifesto di Ventotene, tengo a ricordare che Ernesto Rossi era un fautore dell’Unione Europea, ma, ad esempio, era contrario alla Nato.

La questione ha risvolti molto pratici. Numerosi commentatori hanno visto nella conclusione dell’esperienza del governo presieduto da Mario Draghi la fine del governo "più europeista" che l’Italia abbia espresso. Mi permetto di dissentire. Il presidente Draghi, appena sono iniziate le ostilità della Russia nei confronti dell’Ucraina, ha dato un’interpretazione di quella crisi perfettamente conforme alla lettura propria degli Stati Uniti d’America. Mentre il cancelliere tedesco Scholz, o il presidente della Repubblica francese, Macron, ogni tanto hanno ricordato che gli interessi di potenza propri degli Stati Uniti d’America e gli interessi economici della Unione Europea non sono necessariamente coincidenti, il presidente Draghi non ha mai avuto dubbi. Si è allineato su posizioni integralmente filoamericane. A partire dall’adesione entusiastica alla prospettiva che l’Ucraina entri a far parte dell’Unione Europea. Per quanto mi riguarda, sono in radicale disaccordo con le scelte compiute dall’Unione Europea nel merito della crisi ucraina. In un mio precedente articolo ho scritto che, a partire dalla data del 22 marzo 2022, mi consideravo ufficialmente all’opposizione rispetto al governo presieduto da Mario Draghi.

La posta in gioco va ben oltre la crisi ucraina. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel 1991, gli Stati Uniti d’America sono rimasti a lungo l’unica potenza globale. Così hanno finito per confondere i propri interessi di potenza con la legalità internazionale. La stessa concezione dei diritti umani è scaduta ad arma ideologica, con la quale "bastonare" tutti gli Stati "reprobi", ossia quelli che non si allineano al volere americano. La legalità internazionale imposta unilateralmente dagli Stati Uniti d’America non realizza alcuna esigenza di giustizia e di equità. Se sei uno Stato fedele alleato degli USA vieni giustificato e perdonato qualunque cosa abbia fatto; e, naturalmente, vieni protetto. Come non molti sanno, i cittadini degli Stati Uniti possono essere giudicati soltanto da corti statunitensi; non da corti di giustizia internazionali. Perché i diritti umani vanno tutelati e affermati, sì, ma sempre per gli altri.

Lo stesso sistema monetario è oggi largamente dominato dagli americani e dai loro più stretti alleati. Si pensi al sistema cosiddetto "Swift", acronimo di "Società mondiale per le telecomunicazioni finanziarie interbancarie". Si tratta di un’istituzione con sede a Bruxelles, in Belgio. Escludere uno Stato dal circuito Swift significa, tendenzialmente, rendere più difficili le transazioni interbancarie, cosicché i pagamenti che dovrebbero essere destinati a quello Stato siano molto ritardati, se non impediti del tutto. La conseguenza è che la Cina, la Russia, altri Paesi, stanno organizzandosi per attivare sistemi alternativi che consentano le transazioni interbancarie internazionali. C’è, quindi, un ordine internazionale che viene messo sempre più in discussione, da tutti i punti di vista.

Non auspico certamente che, al posto di un accettabile sistema di legalità internazionale, si instauri il caos. È fin troppo palese, tuttavia, che l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), non funzioni, non realizzi i suoi compiti di istituto e, così, come è al momento strutturata, sia nell’impossibilità di funzionare in modo efficiente. Servirebbe una molto significativa riforma dell’ONU. Ad esempio, eliminando i privilegi dei quali finora hanno goduto i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Privilegi legati alla circostanza che si trattava delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. Sono trascorsi 77 anni dal termine della seconda guerra mondiale. È venuto il momento di pensare ad un differente assetto internazionale, capace di determinare un nuovo equilibrio; quindi la ripresa di relazioni il più possibile pacifiche.

Dal mio punto di vista, la riforma dell’ONU avrà un senso se verrà realizzata in modo da affermare il principio del multilateralismo: ossia se sarà frutto del consenso di una pluralità qualificata di Stati (ad esempio, una maggioranza qualificata di quelli che fanno parte del Consiglio di Sicurezza), consenso espresso secondo apposite procedure. Soltanto se determinata nella logica multilaterale, la legalità internazionale potrà definirsi veramente tale e, quindi, acquistare autorevolezza. Quanto alla ipotetica, futura, composizione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, esso, secondo, me dovrebbe ricomprendere stabilmente tutti gli Stati che, attualmente, fanno parte del Gruppo denominato "G20". Istituito nel 1999, comprendente gli Stati, di tutti i continenti, più rilevanti dal punto di vista economico e finanziario. Un certo numero di Stati, scelti periodicamente dall’Assemblea generale, mediante elezione, verrebbero poi ad integrare la struttura del Consiglio di sicurezza.

L’esperienza di Draghi quale presidente della Banca Centrale Europea (BCE) è stata molto positiva e ha portato vantaggi all’Italia. La palese "impoliticità" di Draghi nella veste di presidente del Consiglio dei ministri italiano, è stata altrettanto evidente. Il Presidente della Repubblica Mattarella ha ritenuto che il prestigio personale di cui godeva l’uomo Draghi fosse sufficiente per assicurargli la guida politica, in una situazione caratterizzata da un Parlamento italiano, questo della XVIII Legislatura, assai problematico, con forze politiche e gruppi parlamentari molto frammentati al proprio interno. Sarebbe servita una capacità di convincimento e di mediazione che il presidente del Consiglio uscente non aveva nelle proprie corde. Del resto, i talenti sono distribuiti: è difficile che una stessa persona sappia fare tutto.

È curioso che un sicuro democratico, quale il presidente della Repubblica Mattarella, abbia ormai dato ripetute prove della sua contrarietà ad andare ad elezioni anticipate, anche quando è stato palese che le Camere non potessero funzionare altrimenti che in modo disordinato e politicamente contraddittorio. Che democratico è chi ricorre ad ogni scusa, ad ogni pretesto, purché non si voti, come se le elezioni fossero un male in sé? Nel Regno Unito, culla della democrazia rappresentativa, oppure in Spagna, non si fanno certamente drammi, quando è necessario ricorrere ad elezioni anticipate.

C’è poi un ulteriore argomento da considerare. Molti fra gli iniziali oppositori di Draghi ritennero di avversarlo, quando fu nominato presidente del Consiglio, perché lo considerano un "banchiere", molto legato alla finanza internazionale; ossia un "liberista". Io allora tifavo per lui per i motivi esattamente opposti. Speravo potesse mettere ordine nei disastrati conti pubblici italiani; lavorare perché, passando attraverso una fase espansiva, non si perdesse di vista la necessità di ridurre il debito pubblico nazionale.

A me sembra che Draghi, in economia, si sia rivelato un puro "socialdemocratico", un keynesiano, se vogliamo nobilitare la cosa. Ciò spiega il naturale feeling che il Partito Democratico prova per lui. Gli ho sentito parlare di dovere di "protezione" che lo Stato italiano deve assicurare nei confronti di tutti i cittadini in condizione di sofferenza economica. Per realizzare la predetta "protezione", tutto va bene: dall’alleggerimento delle bollette per i consumi di energia, alla riduzione dell’accise sulla benzina, eccetera. Provvedimenti con efficacia limitata, nel contesto di una grave crisi internazionale; in cui la situazione economica può peggiorare, ma è difficile migliori a breve termine. Così si butta il denaro pubblico dalla finestra e, nel giro di sei mesi, i cittadini sono più in difficoltà di prima.

Non si sta dalla parte dello Stato perché questo ci "protegge" economicamente. Il dovere di una classe dirigente degna di questo nome è cercare di far sì che lo Stato sia sempre più in grado di servire in modo efficiente i cittadini (tutti i cittadini) realizzando riforme di grande respiro. A partire da una diversa strutturazione della scuola pubblica e dei contenuti del suo insegnamento. Oggi la scuola pubblica italiana può piacere soltanto ai demagoghi. L’ignoranza dilagante non fa certo bene, né allo sviluppo economico, né al funzionamento delle istituzioni democratico-rappresentative. Lo Stato italiano deve recuperare credibilità nei confronti del mondo finanziario internazionale. Quindi finirla con la politica economica basata sui bonus, sulle mancette e sui provvedimenti corto respiro. Tale politica, a ben vedere, ha senso esclusivamente in una logica clientelare. Non per cercare di costruire un futuro migliore per la comunità nazionale.

Per quanto riguarda, infine, l’ormai famoso Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), potrebbe rivelarsi un bel titolo; ma, in non pochi casi, con una distanza incolmabile fra obiettivi dichiarati e possibilità di realizzazione pratica. Si sa che noi italiani possiamo brillare per molte cose; ma la capacità organizzativa, l’efficienza amministrativa, ci fanno difetto. Sono il nostro maggior punto debole. La burocrazia finisce sempre per trionfare, perché nessuno vuole assumersi un minimo di responsabilità decisionale e tutti fanno a gara per "coprirsi le spalle" da potenziali vicende giudiziarie e per scaricare la responsabilità su altri.

Aggiungo che lo Stato italiano si dovrebbe amare, a prescindere dalla "protezione" economica. Perché ci sente parte integrante ed attiva di una comunità nazionale, che ha in comune una bellissima lingua, una letteratura importante e molto ricca, tanti esempi umani delle precedenti generazioni dai quali poter trarre insegnamenti. Storia, costumi, tradizioni, letteratura, amore per la lingua, sono appunto alcuni dei valori che una scuola pubblica bastarda ha azzerato.

Palermo, 21 luglio 2022                                                        Livio Ghersi

 

 

Il presidente Draghi, più atlantico degli atlantici.

 

Ricordavo bene. Articolo 55, secondo comma, della Costituzione della Repubblica italiana: «Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione».

In nessun luogo del testo costituzionale è scritto che il Parlamento possa riunirsi in seduta comune quando si tratti semplicemente di ascoltare un capo di governo straniero, collegato da remoto, e fargli la claque. Sarebbe bastato che il predetto capo di governo avesse mandato un messaggio video-registrato, che poi i nostri canali televisivi avrebbero diffuso, senza scomodare il Parlamento. Già, ma l’idea che l’Istituzione parlamentare abbia un qualche carattere di solennità, non è più di moda. Gli italiani, nella loro massa – si sa – sono di cuore generoso e di bocca buona.

Giorni fa, il 12 marzo, mi aveva divertito leggere un’intervista del nostro ministro degli Esteri al quotidiano Corriere della Sera, in cui detto ministro, con la sua consueta sobrietà, aveva definito il presidente dell’Ucraina, Zelenski, "eroe mondiale". Al che, il mio modesto cervello aveva subito generato l’obiezione che, se fosse dipeso da Zelenski, la terza guerra mondiale sarebbe già deflagrata da tempo. Egli, infatti, non fa altro che chiedere agli Stati Uniti, alla Nato, ai singoli Paesi del cosiddetto "Occidente" che gli forniscano protezione aerea contro gli attacchi russi e tante armi, inclusi aerei da guerra di ultima generazione, per regolare i conti con i russi.

La riunione del Parlamento in seduta comune mi ha fatto scoprire un presidente Mario Draghi, per me assolutamente inedito, che parla come Luigi Di Maio. Il presidente Draghi vuole che l’Ucraina entri immediatamente, magari domani, a far parte dell’Unione Europea. Perché? Per darle uno "scudo protettivo": la guerra contro uno Stato membro dell’Unione Europea diverrebbe, automaticamente, la guerra contro l’intera Unione Europea.

Dal mio modesto punto di vista, siffatto orientamento non è razionale, perché aumenterebbe la gravità del conflitto in atto. Non è rispondente all’interesse dell’Unione Europea, perché questa dovrebbe, al contrario, tendere ad avere rapporti distesi, tanto con l’Ucraina, quanto con la Russia. Dovrebbe, appena sarà possibile, stipulare rapporti di interscambio economico e commerciale e di cooperazione sia con l’Ucraina, sia con la Russia. Ciò risulterebbe molto vantaggioso per tutti: per gli europei, per gli ucraini e per i russi. Gli unici a storcere il muso sarebbero gli americani. Il punto sta proprio qui.

Mario Draghi è il presidente del Consiglio dei ministri italiano, il quale "deve", in primo luogo, rappresentare al meglio gli interessi dell’Italia e difenderli? È un leader europeo, interessato al potenziamento dell’Unione Europea, il che significa che questa non può continuare ad essere un "nano politico", completamente asservito agli Stati Uniti d’America?

Mi sembra che Draghi si sia rivelato un perfetto "americano". I nostri estremisti di sinistra un tempo erano soliti scrivere questa parola inserendo la lettera "k" al posto della "c". Posto che vuole essere perfettamente allineato agli Stati Uniti d’America, sempre dal mio modesto punto di vista, e un "traditore", tanto dell’Italia, quanto degli ideali dell’Europa unita.

In precedenza, avevo scritto che Draghi era una delle poche persone "serie" rimaste in circolazione nell’attuale vita pubblica italiana. Ovviamente, continuo a vedere la differenza con politici del livello di Luigi Di Maio. Mi chiedo, tuttavia, a cosa serva Draghi se non riesce ad arginare alcuna delle "mattane" in politica economica che i partiti che compongono la sua maggioranza parlamentare continuano a pretendere e ad imporgli.

Mi si obietterà che Draghi non è Superman e deve tenere conto della composizione delle due Camere dell’attuale Parlamento. Con i rapporti di forza determinati dalle sciagurate elezioni del marzo 2018. Queste Camere continuano a trascinarsi stentatamente per nostra disgrazia e per la definitiva devastazione dei conti pubblici italiani. Qui una non piccola responsabilità è del Presidente della Repubblica Mattarella, il quale ha sempre trovato validi motivi per non sciogliere anticipatamente queste Camere, tutte le volte che avrebbe avuto la possibilità di farlo.

Nella mia agendina personale ho scritto, in corrispondenza alla data del 22 marzo 2022: da oggi mi considero ufficialmente all’opposizione rispetto al governo presieduto da Mario Draghi. E chi se ne frega? Direte voi. Il fatto è che può essere che non sia il solo a pensarla in questo modo. Tra sei mesi, quando in Italia si cominceranno a toccare con mano, in tutti i loro drammatici effetti, i risultati delle sanzioni economiche e commerciali che, con grande superficialità e leggerezza, oggi vengono decise contro la Russia, ne riparleremo. Intanto, godetevi il ministro Di Maio, fiero di affermare che, da oggi in poi, faremo volentieri a meno del gas e del petrolio russi.

Palermo, 23 marzo 2022                                        Livio Ghersi

 

 

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Le riflessioni di Livio Ghersi riguardo le vicende legate alla rielezione del presidente Mattarella riassumono l'essenza della critica liberale che, di norma, al solo odore delle pietanze populiste, vomita. 

 

Misurare gli applausi.

 

Alcuni giorni fa non ho potuto resistere e, in qualità di lettore abituale del Corriere della Sera, ho inviato una lettera al mio Quotidiano di riferimento. Assai breve, come si conviene in questi casi. Il destinatario, l’ottimo giornalista Aldo Cazzullo, si era, tuttavia, già pronunciato sul medesimo argomento. Di conseguenza, era logico che non volesse ritornarci per i miei begli occhi.

Il non venire pubblicati, quando si sostengono tesi molto minoritarie e non poco anticonformiste, è cosa che mi dà particolare fastidio. Non per sciocca vanità personale, ma per la nostalgia di quella cosa che per noi liberali è sacra e che si chiama libertà di stampa. Senza la quale un Paese libero non è veramente tale. Eccetera, eccetera.

Riporto, senza variare alcunché, i contenuti della mia breve letterina, finita nel cestino. «Il discorso del Presidente Mattarella è stato interrotto 55 volte dagli applausi dei grandi elettori. Questi si sono mostrati felici, come bambini, di poter esprimere consenso ad un discorsetto retorico, intriso di buoni sentimenti. A che serve la rappresentanza politica quando essa dimostra, continuamente, di non sapere fare, ma si limita ad enunciare solennemente cosa si "dovrebbe" fare, piagnucolando ed indignandosi poi per ciò che non si è fatto?

Tra le cose che questa rappresentanza politica non sa fare, c’è l’assicurare il fisiologico ricambio delle cariche istituzionali, alla loro scadenza. La gerontocrazia non può essere una soluzione efficiente. In ogni caso, una buona regola che vale, in ogni occasione, per tutte le persone serie, è: parchi di applausi». Fine del testo.

Ho fatto successivamente una ricerca per verificare se la questione della "gerontocrazia", ossia del potere attribuito ai vecchi, fosse stata diffusamente affrontata da qualcuno. Ho riscontrato che se ne era già occupato Pietrangelo Buttafuoco. Intellettuale che a me piace perché è abituato a "praticare" la libertà di stampa, non limitandosi a declamarla, come fanno i più. Oltre tutto è siciliano, ossia un po’ passionario e un po’ sanguigno, come sono io; quando non mi riesce di essere un kantiano, puramente razionale.

A me ha fatto davvero impressione che fra i candidati alla carica di Capo dello Stato, rappresentante dell’unità nazionale, ci fosse una nutrita sequenza di ottuagenari, tutti più o meno arzilli (alcuni, anche, un po’ "rincoglioniti", se mi si passa l’espressione; che riferisco doverosamente per primo a me stesso. Non sono ottuagenario, ma ho la mia brava malattia, assai limitante).

Ricordo che sono stati considerati candidati credibili: il giurista Sabino Cassese, 86 anni compiuti; il giornalista Gianni Letta, 86 anni compiuti; l’ex presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi, 85 anni compiuti; il giurista ed ex presidente del Consiglio dei ministri Giuliano Amato, 83 anni compiuti; l’ex presidente del Senato Marcello Pera, 79 anni appena compiuti. Non c’è qualcosa di strano, di stridente, posto che il mandato del Presidente della Repubblica dovrebbe avere la durata di sette anni?

Nulla di strano, concludo io, che sono malpensante: questa è l’ennesima conferma di quanto sia scadente la qualità di coloro che vengono ritenuti i principali leader dell’attuale classe politica. E di quanto cinismo, di quanto "pelo sullo stomaco", diano quotidiana dimostrazione, in particolare, i più alti dirigenti del Partito Democratico. Inclusi gli immancabili docenti di diritto costituzionale, nella loro consueta funzione "servente".

Nel migliore dei mondi possibili, bisognerebbe pensare a modificare la Costituzione, nel senso di limitare il diritto di elettorato passivo per l’accesso a determinate cariche. Se hai compiuto 80 anni non puoi più essere eletto alla carica di Presidente della Repubblica. Qualora si abbiano ancora sufficiente cervello e sufficiente salute si potranno sempre rendere ulteriori preziosi servizi alla comunità sociale e alla Patria: si potranno scrivere testi scientifici, libri di memorie, si potranno dare buoni consigli, eccetera. La diretta responsabilità istituzionale, invece, no; perché è la comunità nazionale che chiede di essere rappresentata da persona in perfetta efficienza, capace di fare fronte anche ai ritmi di lavoro più stringenti e alle emergenze più stressanti.

Esattamente per questi motivi criticai, in forma pubblica, il secondo mandato al Presidente Giorgio Napolitano e mi permetto di dissentire, con nettezza, rispetto al conferimento del secondo mandato al Presidente Mattarella.

Questi è una persona intellettualmente onesta ed aveva anche motivato, con buoni argomenti di diritto costituzionale, perché fosse contrario alla rielezione. Egli ha, tuttavia, un limite caratteriale ed un limite ideale. Il primo consiste nel non sapere mettersi contro ciò che la stragrande maggioranza della popolazione sembra pensare. Il limite ideale consiste nel fatto che è un cattolico democratico. Non un cattolico "liberale", alla maniera di Alessandro Manzoni, o di Alcide De Gasperi. Un cattolico democratico, della scuola di Dossetti, La Pira, Fanfani, o Moro. Tanto di cappello, si dirà. Alcuni però sono ancora in grado di valutare la differenza.

Un cattolico democratico è sempre pronto a piegarsi per "spirito di servizio" nei confronti degli altri. Un laico liberale, invece, preferirà farsi ammazzare piuttosto che fare una cosa che la sua coscienza gli dice essere profondamente sbagliata. Se sessanta milioni di persone "spingono" affinché si faccia cosa contraria a quanto comanda la coscienza, il laico liberale risponderà semplicemente, ma con una tenacia incrollabile, "si fottano!".

Qualora fosse stato a tutti chiaro, ma davvero chiaro, che il Presidente uscente non sarebbe stato, comunque, disponibile ad una rielezione e anzi avrebbe fatto mettere alla porta dai corazzieri chi avesse avuto il cattivo gusto di insistere, pure i dirigenti politici con tanto cinismo e tanto "pelo sullo stomaco" sarebbero stati costretti a trovare altre soluzioni.

Palermo, 06 febbraio 2022                                                                    Livio Ghersi