agoraliberale

Partito politico membro di diritto del Movimento Europeo - Italia


 

 

Il ricordo di Leonardo Sciascia, in questi giorni in cui si celebrano i cento anni dalla sua nascita. è doveroso. Elio Cappuccio, dotato di quella particolare capacità di leggere ed interpretare gli avvenimenti della Storia, prevedibile in un cittadino di Siracusa che nel V secolo a.C. fu capitale della magna Grecia rivaleggiando con Atene e con Roma, ha dunque le carte in regola per riassumerne i tratti dell'impegno politico e letterario. Ho qualche perplessità riguardo il reale rapporto di dipendenza del PCI da Mosca che Elio indica come elemento di rottura fra lo scrittore ed il Partito. Berlinguer, che ne era il segretario in quegli anni, sul punto specifico era in assoluta discordanza con Pajetta, Ingrao Cossutta Magri Tortorella ed altri: riterrei, viceversa, del tutto naturale, il disagio di un Uomo costantemente alla ricerca di verità nascoste, di fronte all'obbligo di obbedire ciecamente a regole ideologiche e comportamentali, come in uso in formazioni politiche sia di estrema destra che di estrema sinistra . Oltremodo interessanti, poi, oltre che i richiami a " Candido" quelli alle le profetiche riflessioni sul " professionismo dell'antimafia" specie ove lette oggi, alla luce delle eloquenti vicende afferenti la gestione dei beni sottratti alla criminalità organizzata, della polvere irrespirabile nascosta sotto i tappeti delle stanze presidenziali di Confindustria Sicilia e, perchè no, alle confessioni dell'ormai ex magistrato Palamara. ( P. Dante)

 

Leonardo Sciascia. Passione, Ragione e Ironia


Elio Cappuccio 28 Gennaio 2021 tratto dal Blog della Fondazione Luigi Einaudi Onlus

 


L’opera di Leonardo Sciascia, come la sua vita, è sempre stata votata ad una incessante ricerca della verità, animata, con spirito illuministico, dalla ragione critica e dal dubbio. Questo stile di esistenza e di scrittura ha consentito a Sciascia di accostarsi a questioni che potevano riguardare la politica, la fede, il diritto, con un atteggiamento profondamente laico, che non gli rese facile la sua breve esperienza di consigliere comunale (eletto come indipendente nelle liste del del P.C.I.) a Palermo, dal 1975 al 1977.
Candido, pubblicato proprio nel 1977, quando si conclude, con le dimissioni, la sua vicenda in consiglio comunale, esprime chiaramente la distanza di Sciascia da ogni concezione ideologica della politica. Egli avverte un maggior senso di libertà in Hugo e Zola che in Marx. I primi, a suo avviso, sembrano guardare al passato, ma si proiettano in realtà verso il futuro, mentre Marx sembra indicarci il futuro, ricordandoci però il passato. E’ qui evidente che Sciascia attribuisce alla letteratura una dimensione utopica che non riconosce nei movimenti rivoluzionari, destinati, quasi sempre, a trasformare i sogni in incubi. Sciascia non riusciva a comprendere come, dopo la rivolta ungherese del 1956 e dopo l’intervento sovietico a Praga nel 1968, i comunisti non mettessero radicalmente in questione, in Occidente, il loro rapporto con l’Unione Sovietica. Non avrebbe mai potuto condividere la convinzione di Giancarlo Pajetta, per il quale tra la verità e la rivoluzione sarebbe sempre stato giusto scegliere la rivoluzione. Non riusciva inoltre ad accettare la strategia del compromesso storico, ritenendo che l’alleanza fra comunisti e democristiani avrebbe consolidato un sistema di potere che, in Sicilia particolarmente, si manifestava in modo arrogante e violento. La sua avversione al consociativismo e il suo impegno in difesa delle libertà civili lo avvicinò così, sempre più, a Marco Pannella e ai Radicali.
Il Candido di Sciascia riprendeva il racconto filosofico volterriano, considerato un modello ineguagliabile di ironia illuministica, da cui, come accade per ogni opera originale, avrebbero potuto derivare, per usare un’espressione di Montesquieu, altre cinquecento o seicento opere. Candido, che si trova a vivere nell’Italia del secondo dopoguerra, tra ex fascisti divenuti devotamente democristiani o comunisti, si avvicina al P.C.I. con grandi speranze, che presto lasceranno il posto a profonde delusioni. Pensa di donare una sua proprietà in vista della costruzione di un ospedale, ma prende atto che il partito difende altri interessi, e non gradisce la donazione.
Lasciata la Sicilia, Candido si mette in viaggio e si ferma a Torino con la cugina Francesca. Qui comincia a frequentare una sezione del P.C.I. Durante una riunione i compagni dicevano che bisognava essere pronti ad abbandonare l’Italia nel caso di un colpo di Stato, ritenuto da loro imminente. Nel sentire che le mete indicate erano la Francia, il Canada, l’Australia, Candido chiese come mai nessuno pensasse all’Unione Sovietica. Non ci fu risposta : “alcuni lo guardarono torvamente, altri mugugnarono”. Qualche giorno dopo seppe, “che i compagni lo consideravano ormai, per le battute di quella sera, un provocatore”. Ne rimase amareggiato fino a quando, tornando una sera da una di quelle riunioni, Francesca disse : “E se fossero soltanto degli imbecilli?”. Fu questo, scrive Sciascia, “il principio della liberazione, della guarigione”.
Giunto a Parigi, che appare come il luogo della ragione, libera da ogni principio d’autorità, Candido si sentirà svincolato da ogni appartenenza e acquisirà pienamente la propria autonomia. Ripenserà allora alle parole del proprio mentore, Don Lepanto, il quale, diversamente dall’ingenuo Pangloss del Candide volterriano, si proponeva, come un saggio scettico, di coltivare il proprio giardino, quel retrobottega, avrebbe detto Montaigne, che rappresenta il luogo privilegiato della nostra libertà e della nostra autonomia, che dobbiamo difendere da ogni ingerenza esterna.
La scelta di allontanarsi dal comunismo, che costituì un trauma per molti intellettuali, diviene, per Candido-Sciascia, una soluzione liberatoria, come dovette esserlo per quanti si sentivano di nessuna chiesa, come avrebbe potuto dire Giulio Giorello. In una lettera al Cardinale Pappalardo del 1976 Sciascia scriveva che si è atei come si è cristiani, imperfettamente sempre. Avrebbe condiviso l’opinione di Bobbio, secondo cui, piuttosto che tracciare la differenza tra credenti e non credenti, bisognerebbe distinguere tra chi cerca e chi non cerca.
Il 10 gennaio 1987 Sciascia pubblica, sul Corriere della sera, I professionisti dell’antimafia, in cui critica il criterio seguito dal Csm nella nomina di Paolo Borsellino a procuratore di Marsala. All’anzianità di servizio, come previsto, si era infatti preferita la particolare competenza di Borsellino nell’ambito della criminalità di stampo mafioso. Tutto ciò, secondo Sciascia, avrebbe creato un pericoloso precedente, favorendo una sorta di rendita di posizione per quei magistrati che avessero avuto ambizioni di carriera. Divennero presto chiare, a Borsellino, le intenzioni di Sciascia, che non aveva sollevato riserve su di lui, ma sul metodo adottato. Possiamo cogliere, alla luce di quanto in questi anni è accaduto, tutta la valenza profetica dell’analisi critica di Sciascia.
Il 15 gennaio 1987, su la Repubblica, Giampaolo Pansa si scagliò contro la presa di posizione di Sciascia, collocandolo nell’ “Italia della palude”. La critica di Pansa fu condivisa da molti settori della Sinistra e la risposta di Sciascia non si fece attendere. Su L’Espresso del 25 gennaio del 1987 apparve così un suo graffiante epigramma: “ Pansa dice che mi pensa Dunque Pansa pensa? Ma se Pansa pensa cos’è mai il pensare? Forse è solo un pansare.
In questo rapporto conflittuale con l’ Intellighenzia “progressista” viene in mente che nel 1979, in Nero su nero, Sciascia, con grande spregiudicatezza, aveva individuato la figura del cretino di sinistra, “mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero solo a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione”.
L’impegno civile di Sciascia si manifestò, con grande generosità, in occasione del processo a Enzo Tortora. Su Panorama del 7 settembre 1986 criticò energicamente la requisitoria del pubblico ministero Armando Olivares, “bel nome da vice regno spagnolo”, denunciando, in base alle prove, l’infondatezza dell’accusa e l’errore giudiziario. Non si può non pensare, in proposito, a un passo de Il contesto. Il presidente Riches descrive all’ispettore Rogas la sua visione della giustizia, facendo ricorso al rito della messa. Il sacerdote, afferma con convinzione Riches, “può anche essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri : ma il fatto che sia stato investito dall’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge : la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi”. Nello Stato di diritto, quando i giudici godono del loro potere invece di soffrirne, scriveva Sciascia, “la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli”.
Nel momento in cui il potere assoluto del giudice prevale sulle garanzie dell’imputato, avvertiamo il clima dei tribunali dell’inquisizione o degli stati totalitari. Nel 1947, in Teoria della verità materiale del processo penale, il giurista sovietico Michail Solomonoviĉ Strogoviĉ si contrapponeva alla “verità probabile” delle concezioni proceduralistiche. La verità materiale, sosteneva Stragovic, “è nel processo penale sovietico una verità nel senso proprio di questa parola…” . Si assiste qui alla messa in scena della transustanziazione del presidente Riches in versione staliniana.
Emerge allora la contrapposizione tra due modelli alternativi del diritto. La verità cui aspira il modello sostanzialistico, e totalitario, ha scritto Luigi Ferrajoli, “è la cosiddetta verità sostanziale o materiale, cioè una verità assoluta … Viceversa, la verità perseguita dal modello formalistico quale fondamento di una condanna è a sua volta una verità formale o processuale … Questa verità non pretende di essere la verità, non è conseguibile mediante indagini inquisitorie estranee all’oggetto processuale , è di per sé condizionata al rispetto delle procedure e delle garanzie di difesa”.
Si tratta dunque di una verità che può essere considerata opinabile, e che porta con sé i rischi, ma anche la forza emancipatrice, di quel pensiero critico e antidogmatico che l’illuminismo di Sciascia ha sempre incarnato.

 

 

CAMILLO CAVOUR, UN CARBONARO IMPERTINENTE

di Michele d'Elia 

Cadetto svogliato, ironizza sulla sua uniforme rossa "da lacchè ", insofferente di ogni disciplina, salvo quella che imporrà a se stesso e agli altri, Camillo di Cavour, il 14 novembre 1831 lascia l'esercito del Re.Essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, aveva ventuno anni ed impegnò subito giovinezza, energie e curiosità in una miriade di iniziative: uomo d'affari, studioso di economia e matematica, commerciante, banchiere ma non troppo, giocatore e finanziere, a volte poco accorto, amante irrequieto, ma soprattutto, con i soldi del padre, viaggiatore moderno, agricoltore e giornalista. Per il padre Michele e per tutto il parentado Camillo era fonte di scandalo e fibrillazione: un guaio nella costumata Torino. Non aveva né arte né parte né titoli di studio. Il Marchese Michele si risolse a procurargli un ruolo sociale: nel gennaio del 1832 chiese all'Intendente provinciale di Alba e al Governatore della Divisione di Cuneo di nominarlo sindaco di Grinzane, 300 abitanti. Così avvenne. rimarrà sindaco per quasi trent'anni.Il giovane, tuttavia, non si acquietava: da sindaco, il 7 settembre 1832, scrisse al suo amico Salmour, a Dresda, chiedendo "se vi fosse in Germania un partito politico avente lo scopo di nazionalizzare il paese; se l'idea di nazionalità fosse penetrata nelle masse; quale fosse l'influenza del clero e della nobiltà; quali le simpatie per i popoli non tedeschi, per esempio russi e francesi "(1)A Milano la lettera fu intercettata dalla censura austriaca che informò il suo ministro a Torino. Tutto finì sul tavolo di Carlo Alberto; risultato: per molti anni Cavour sarà sorvegliato dai due governi.Le domande poste dal giovane sindaco, disegnavano, in nuce,l'orizzonte liberale e nazionale al quale tendeva. La politica restava sotto traccia, ma esplodeva a tratti nelle frasi quasi beffarde con le quali derideva la Corte e il Re. Questi lo vedeva come fumo negli occhi dai tempi dell'Accademia, parimenti ricambiato.I1 25 agosto 1842, Carlo Alberto, pur con molti dubbi, approvava lo statuto dell'Associazione Agraria Piemontese, di cui Cavour fu consigliere e mai presidente.Presto i comizi agrari su base provinciale si diffusero nel Regno e furono veicolo di liberalismo. Un partito liberale organizzato non esisteva, ma i liberali sì; e cominciavano a farsi sentire.Essi erano fedeli alla Monarchia, ma per salvarla bisognava cambiare il clima generale, "rompere gli schemi ", come Camillo proclamava ai quattro venti.Impietoso il quadro della Torino carloalbertina. "...avete ragione di parlare d'inferno, perché da quando vi ho lasciato vivo in una specie di inferno intellettuale, cioè in un paese dove intelligenza e scienza vengono considerate cose infernali da chi ha la bontà di governarci... "(2)La passione politica esplode nuovamente il 17 dicembre 1847, quando fonda con Balbo e Pietro di Santa Rosa, 'I1 Risorgimento - " ' o quando il 7 gennaio 1848 i direttori dei giornali torinesi – un bel gruppo di teste calde – si riuniscono all'Albergo Europa di Torino, sotto la presidenza di Roberto D'Azeglio, fratello maggiore di Massimo. Dall'intervento del Conte: "A che servono le riforme che non concludono e non contengono nulla? Perché avanzare richieste che, accettate o respinte turbano ugualmente lo Stato e minano l'autorità morale del governo? Chiediamo una Costituzione. Il governo, non potendo più reggersi su quelle basi che l'hanno finora sorretto, le sostituisca con altre conformi allo spirito dei tempi, al progresso delle civiltà; e le sostituisca, prima che sia troppo tardi, prima che l'autorità sociale cada in dissoluzione dinanzi alle grida del popolo..(3).E' una sfida al Re e al suo governo ma anche un atto di fede nella Corona.Come sappiamo, lo Statuto approvato il 4 marzo 1848, apparve sulla Gazzetta Piemontese, oggi Gazzetta Ufficiale, domenica 5 marzo. La visione politica cavouriana fondata su elementi concettuali straordinari, nel quadro socio-politico del Regno di Sardegna e in particolare culturalmente sabaudo più che convincere e attrarre, spaventa. Infatti alle elezioni politiche del 26 aprile 1848, indette per la prima legislatura, Cavour è sconfitto in tutti i collegi in cui si candida, da Torino a Iglesias. Ci riesce nelle suppletive del 26 giugno: negli stessi collegi. E' ancora sconfitto nelle elezioni del 22 gennaio 1849, a Torino.Ritenta e viene eletto il 15 luglio a Torino I e Finalborgo. Opta per la Capitale. Sarà sempre rieletto.Nel 1850, da semplice deputato, in un discorso alla Camera affermò: "Io dirò dunque ai signori ministri, progredite largamente nella via delle riforme, e non temete che esse siano dichiarate inopportune; non temete d'indebolire la potenza del trono costituzionale che è nelle vostre mani affidato, perché invece lo rafforzerete; invece con ciò farete sì salde radici; che quand'anche s'innalzi intorno a noi la tempesta rivoluzionaria, esso potrà non solo resistere a questa tempesta, ma altresì, raccogliendo attorno a sé tutte le forze vive, potrà condurre la nostra nazione a quegli alti destini cui è chiamata. "L’11 ottobre 1850 fu nominato Ministro dell'Agricoltura, poi delle Finanze e della Marina.Ricoprirà tutti i ministeri tranne quello dell'Istruzione. Si lamentava di non avere fatto studi classici e di parlare a fatica l'italiano. La sorte gli ha risparmiato i nostri ministri, istruzione compresa.Definì la proprietà privata 'fondamento dell'ordine sociale". Grazie all'ardita alleanza con la Sinistra moderata di Urbano Rattazzi, isolò l'Estrema Sinistra, i radicali, i repubblicani e i mazziniani; e costrinse alle dimissioni Massimo D'Azeglio, ormai privo di maggioranza parlamentare.Il 2 novembre 1852 Cavour fu eletto Presidente del Consiglio. Nasceva così il primo centro-sinistra della nostra storia politica. L'autorevolezza della Corona garantirà questo passaggio indolore.Secondo Giuseppe Massari: "... tutti coloro i quali hanno giudicato la politica del Conte di Cavour nella questione romana come una politica di artifizi più o meno sottili e di espedienti più o meno ingegnosi hanno preso grandissimo abbaglio, hanno completamente sconosciuta la elevatezza del suo concetto e la grandezza dello scopo cui mirava raggiungere.I discorsi da lui pronunziati nella Camera dei deputati ed in Senato furono la esposizione lucida della sua politica: non usò reticenze, non adoperò artifizi rettorici; non era un ministro che andava in busca di suffragi e alla ricerca di una maggioranza, ma bensì uno statista tutto compreso ed infiammato da un sublime pensiero, dal pensiero di assicurare la unità e la prosperità della sua patria e di procacciare ad un tempo a tutto il mondo il beneficio inestimabile della pace religiosa mediante l'attuazione ampia e sincera del principio di libertà. Vasto concetto degno della mente vastissima".(4)Con Vittorio Emanuele II Cavour formò una strana coppia, le cui divergenze sfociavano spesso in alterchi, vuoi per le nozze di Clotilde con Girolamo Napoleone, vuoi perla cessione di Nizza e della Savoia, vuoi per i rapporti con Garibaldi. Lo scontro più acceso e più noto si verificò all'indomani della vittoria di Solforino e San Martino, il 24 giugno 1859. La sera dell'11 luglio a Monzambano, nel quartier generale del Re, il Presidente del Consiglio seppe dell'Armistizio di Villafranca, voluto da Napoleone III, del quale il Sovrano l'aveva tenuto all'oscuro, anche perché sapeva dell'avversione trai due."Mi farò cospiratore, mi farò rivoluzionario... "gridò Cavour.Vittorio Emanuele reagì: "Oh! per lor signori (i politici) le cose vanno sempre bene perché aggiustano tutto con le dimissioni, ma chi non si può levare d'impaccio sono io che non posso dimettermi... " (5).Cavour presentò le dimissioni ed il Re le accettò. Primo Ministro fu nominato il Generale Lamarmora.Cozzavano tra loro due indirizzi politici: da un lato la concretezza del Re, sul quale gravavano le responsabilità delle scelte effettive dello Stato; dall'altra il panorama ideale, che nel corso degli anni Cavour si era costruito ideologicamente.Il concetto della "Libera Chiesa in libero Stato ", pronunciata nel celebre discorso del 27 marzo 1861, in realtà era stata già chiarita molti anni prima, il 18 maggio 1848, quando su '11 Risorgimento " aveva scritto: "Fra le maggiori, le più importanti conquiste della civiltà moderna, è certamente da annoverarsi la libertà di coscienza e quindi la libertà di culti ... “(6).Decisioni, queste ed altre, affatto rivoluzionarie, sostenute da una Monarchia che ne intuiva la lungimiranza e la qualità. La Corona seppe ricondurre il mito garibaldino dei Mille e ogni velleità repubblicana, nell'alveo costituzionale del Regno dell'Italia Unita che si veniva costruendo.Infine, l'Italia meridionale.Cavour è netto: "L'Italia del settentrione è fatta ... ma vi sono ancora i Napoletani... Bisogna moralizzare il Paese,... ma non si pensi di cambiare i Napoletani con l'ingiuriarli. Niente stato d'assedio, nessun mezzo da governo assoluto. Tutti sono buoni di governare con lo stato d'assedio. Io governo con la libertà e mostrerò ciò che possono fare di quel paese in dieci anni di libertà. In venti anni saranno le province più ricche d'Italia. No, niente stato d'assedio, ve lo raccomando. " (7)Il 6 giugno 1861 Cavour morì.Carlo Alberto, in gioventù, lo aveva apostrofato: "Carbonaro impertinente! (8) Fu profeta.

Note:

(1)Francesco Cognasso,'Cavour', Dall'Oglio Ed. Milano, 1974, pag. 48(2)Lettera del 24 agosto 1843 ad Augusto De La Rive, di ritorno da un lungo viaggio a Londra, Parigi e Ginevra. in Il Conte di Cavour, William De La Rive, Ed: Club del Libro, Milano, 25 settembre 1960 pag 354 e seg.(3) In W. De La Rive, op. cit. pag. 203.(4) Giuseppe Massari, 71 Conte di Cavour, Ed. A.Barion – Ed. popolari, Sesto San Giovanni 1935, pag. 366. Prima edizione 1872.(5)Arturo Carlo Iemolo "Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni- Torino 1957 pagg. 231-232, in M. D'Elia, "Progresso storico, Ed. Trevisini, Milano 1988, pag. 118.(6) In Giuseppe Talamo 'Liberali italiani, Cavour; Il Mulino, Bologna,Gennaio 1962, pag. 41.(7) N. Valeria 'La lotta politica in Italia dall'Unità al 1925, Ed. Le Monnier, Firenze 1962.(8)Diario del Segretario del Re, De Gubernatis, in E Cognasso, op. cit. pag. 46.