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Partito politico membro di diritto del Consiglio Italiano del Movimento Europeo


 

 

Quindici giorni in quindici righe ( 1 -15 ottobre)

 

Tratto da " Il Liberale qualunque" e scritto dal prof. Franco Chiarenza

 

La scena politica internazionale è dominata dall'intervento armato della Turchia contro i curdi i quali in Siria sono stati determinanti per sconfiggere l'ISIS; per Erdogan i curdi (tutti sbrigativamente definiti terroristi perchè vogliono mantenere la loro identità nazionale) sono più pericolosi dei fanatici miliziani dello stato islamico. Trump ha cambiato opinione tre volte in pochi giorni: prima ha ritirato i soldati americano dando a Erdogan un chiaro segnale di via libera, poi, spaventato dalle reazioni internazionali e dalla possibilità che i russi prendano il posto degli americani in Siria, è tornato sui suoi passi. Infine, quando ha visto il pericolo di una fuga in massa dei terroristi (quelli veri) prigionieri dei curdi, si è arrabbiato intimando a Erdogan di smettere minacciando rappresaglie destinate a cadere nel vuoto. Il leader turco però tira dritto. L'Europa, partner fondamentale per l'economia turca, mostra ancora una volta divisioni e debolezza. Un teatrino di dilettanti in cui l'unico che sa quel che vuole (l'allontanamento dei curdi dalla sua frontiera) è Erdogan.

In Italia tutta l'attenzione è concentrata sulla manovra finanziaria da definire entro ottobre. Continua il consueto gioco di lasciare trapelare anticipazioni per saggiare le reazioni e poi fare marcia indietro finchè non si trova qualche tampone più accettabile; c'è una linea di continuità tra Conte 1 e Conte 2, ma anche tra Tria e Gualtieri. Il fatto è – come ha denunciato energicamente Bonomi all'assemblea dell'Assolombarda – che non si scorge un'inversione di tendenza verso la crescita e gli investimenti; si continua invece con una visione assistenziale elettoralistica. Intanto Grillo scende a Napoli alla “convention” dei Cinque Stelle per sostenere l'alleanza col PD e rintuzzare i mal di pancia sempre più rumorosi. Di Maio è salvo: fino a quando?

 

 

 

 

Tanto tuonò che piovve.


Le elezioni europee

 

Tratto da Il Liberale Qualunque - di Franco Chiarenza - giugno 2019


Le previsioni più o meno sono state rispettate. Poche sorprese quindi dai risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento dell'Unione Europea. Ora che il temporale è passato mostrandosi meno devastante dello tsunami che alcuni avevano a più riprese preannunciato, cerchiamo di capire quali sono le conseguenze che dovremo trarne.
a) - I “sovranisti” sono cresciuti (come previsto), ma non fino al punto di rovesciare l'ampia maggioranza europeista. Essendo molto divisi tra loro potranno costituire un blocco frenante ma non ispirare un progetto alternativo, come dicono di voler fare.
b) – I popolari (democratici cristiani) sono diminuiti (come previsto) ma restano il primo partito in Europa. Sono però deboli perchè riflettono le difficoltà del paese in cui hanno maggior peso, la Germania. Il loro candidato alla presidenza della Commissione (Manfred Weber) potrebbe non farcela.
c)- La vera (e unica) sorpresa è costituita dai Verdi che sono cresciuti ovunque e potrebbero essere determinanti per le future maggioranze parlamentari. Hanno le idee chiare, una leadership credibile (sia in Germania che in Francia), inseriscono perfettamente la loro sensibilità ambientale nelle istituzioni dell'Unione che difendono senza riserve (euro compreso).
d) – I liberaldemocratici hanno consolidato la loro terza posizione. Purtroppo in gran parte per l'apporto dei liberali inglesi (che hanno raccolto molti voti anti-Brexit) che verrà meno quando l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione giungerà a compimento, probabilmente in ottobre.
e) – Il sorpasso dei sovranisti francesi sul partito di Macron non è una sorpresa. I candidati “europeisti” hanno sempre prevalso sulla destra soltanto al ballottaggio; il voto europeo conferma che la Francia è purtroppo spaccata in due e lo resterà per molto tempo, come la Gran Bretagna. Sarà un caso che entrambe siano ex-imperi coloniali che scontano resistenze nazionaliste, certamente irrazionali ma in grado di aggregare i tanti motivi di protesta che inevitabilmente si formano in una società democratica? Comunque non vi saranno conseguenze a breve termine per Macron; la sua debolezza non deriva dall'incalzare di Marina Le Pen ma dal venir meno (per diverse ragioni) di interlocutori credibili in Germania e in Italia con cui fare blocco in Europa.
f) – In Gran Bretagna le elezioni hanno assunto inevitabilmente il carattere di un secondo referendum sulla Brexit. Non stupisce quindi il successo dell'anti-europeista Farange, peraltro compensato dall'avanzata dei liberal-democratici (europeisti) e dalla tenuta dei laburisti (molti dei quali europeisti). Ne esce, ancora una volta, un paese diviso a metà che la nuova leadership conservatrice non potrà facilmente governare. Nuove elezioni saranno inevitabili, salvo un improbabile accordo tra conservatori e laburisti per una soft Brexit. Ma nel frattempo cosa sarà successo in Europa? 

 

 

IL CAVOUR DI BORTOLO BELOTTI

(prefazione di Valerio Zanone alla recentissima ristampa anastatica per Gabrielli Editori, del volume di Bortolo Belotti già pubblicato da “Unitas”nel 1925 e titolato “La parola di Camillo Cavour”)

 

L'istituto per la storia del Risorgimento ha di recente pubblicato, a cura di Domenico Maria Bruni, la Cronaca di Roma di Nicola Roncalli(1). Alla data dell'8 giugno 1861 vi si legge che "la polizia intimò ai caffettieri, sotto pena di arresto, di non fare contemporaneamente i sorbetti di limone, fragola e pistacchio, formanti i tre colori". Quel giorno, mentre a Roma i gendarmi pontifici davano la caccia ai gelati tricolori, nella sobria cappella di Santena Camillo Cavour era sepolto accanto al nipote Augusto, caduto in battaglia a Goito nel 1848.

Il giorno prima i funerali del presidente del Consiglio avevano attraversato Torino fra una folla di militari, cittadini e contadini dei poderi del Conte. C'era tutta la città ad eccezione della famiglia reale, a prova della meschina antipatia del Re verso il suo primo ministro.

Ma insieme alla cittadinanza torinese era presente in spirito anche il comitato nazionale romano, che soltanto il 15 giugno riuscì a diffondere il suo comunicato: "Romani! Una grande sciagura ha percorso la nostra patria, e il cuore di ogni vero italiano piange oggi lagrime amarissime sulla tomba del conte di Cavour" (2) Nel manifesto del comitato romano Cavour assumeva la statura del profeta biblico: "Simile a Mosè poté liberare il suo popolo dalla servitù straniera, poté condurlo sui limiti della terra promessa, ma gli fu vietato di entrarvi, pago della certezza che quel popolo avrebbe avuto una patria".

Adesso si avvicina, insieme al 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, anche quello della morte del suo maggiore artefice. Ne verranno nuovi apporti alla già sterminata bibliografia cavouriana e fra essi, dopo la prima edizione del 1925, il libro La parola di Camillo Cavour di Bortolo Belotti, ristampato per iniziativa del nipote Gianluca La Villa.

Il liberale bergamasco Bortolo Belotti ha trovato nel 2007 un eccellente biografo in Ivano Sonzogni.(3)

Bortolo Belotti nacque a Zogno in Val Brembana il 26 agosto 1877 da famiglia della borghesia bergamasca. Dopo la prima formazione in collegi religiosi studiò giurisprudenza al collegio Ghislieri di Pavia e nel 1900 si avviò alla professione di avvocato civilista a Milano. Iniziò presto anche il corso della vita pubblica come consigliere comunale prima a Zogno poi a Milano, e consigliere provinciale di Bergamo.

Nel 1913 fu eletto deputato al Parlamento nella lunga legislatura del tempo di guerra, e fu rieletto nel 1919 e nel 1921. Nel 1919 fu sottosegretario al Tesoro nel governo di Nitti, nel 1921 ministro dell'Industria nel governo di Bonomi.

All'attività politica ed alla professione Belotti accompagnava studi umanistici e ricerche storiche sulla sua terra, quali la biografia di Bartolomeo Colleoni ed una ponderosa Storia di Bergamo.

La sua vita sarebbe stata quella di un tranquillo borghese liberale di cultura e mentalità ottocentesca, fedele alla tradizione della Destra Storica e devoto alla memoria di Cavour, se dopo lo Grande Guerra l'Italia giolittiana non fosse stata sconvolta e rapidamente travolta dall'insorgenza del fascismo, verso il quale Belotti manifestò l'iniziale condiscendenza e la tardiva resipiscenza purtroppo comuni alla classe liberale del tempo.

Belotti partecipò al congresso fondativo del partito liberale italiano che si tenne in Bologna dall'8 al 10 ottobre 1922, ormai alla vigilia della marcia su Roma.

I liberali si organizzavano in partito quando già socialisti e popolari avanzavano con i propri apparati sulla strada aperta dalla proporzionale. E la proporzionale a sua volta era il portato del suffragio universale che la democrazia liberale aveva accettato prima della grande guerra; e la guerra come scrisse Missiroli aveva "affilato il suffragio come la selce affila una lama".

Le sparse membra del parlamentarismo e dell'associazionismo liberale si raccoglievano a Bologna quasi alla vigilia della marcia su Roma, per cercare di svolgere nei confronti del fascismo incipiente un ruolo che inizialmente parve poter essere di raccordo con la classe di governo tradizionale; ma che in pochi anni dovette convertirsi in una opposizione di testimonianza. Le consumate saggezze parlamentari della classe liberale poco potevano contro lo scatenamento della piazza. Quell'anno 1922 fu dominato da quella che De Ruggiero chiamava "la plebe apolitica". Venne il fascismo, e molti anni sarebbero occorsi perché si formasse almeno una cognizione chiara circa la natura del fenomeno.

Il congresso di Bologna intendeva riunire le associazioni ed i gruppi che nelle elezioni del 1919 si erano presentati con una varietà di nomi diversi, ed i maggiori contrasti congressuali furono sul nome da dare al partito. Molti, in particolare le forti delegazioni piemontesi, propendevano per il nome di Partito liberale democratico, per distinguersi da nazionalisti e conservatori. Alla fine prevalse a maggioranza il nome di Partito liberale italiano, e i piemontesi si astennero. Si astennero anche i liberali bergamaschi rappresentati dal loro deputato Bortolo Belotti.

Belotti era un personaggio di primo piano del liberalismo lombardo: ma il congresso di Bologna non gli accordò una buona accoglienza. Nel libro di memorie intitolato Il rifiuto dell'Aventino, il segretario eletto dal congresso di Bologna, Alberto Giovannini, attribuisce le critiche rivolte a Belotti da una parte dei congressisti al fatto che egli avesse lasciato la destra parlamentare e accettato di partecipare al governo di Bonomi. Quel governo di coalizione durò soltanto pochi mesi ma l'opera di Belotti al ministero dell'Industria lasciò un segno non effimero quanto meno su un paio di questioni che lo stesso Belotti dopo la caduta del governo ebbe a rivendicare con una lettera al giornale di Giovannini, Libertà economica. La prima questione concerneva gli aiuti di stato alla marina mercantile che Belotti non accettò di prorogare, in linea con le esortazioni austere che Luigi Eínaudi rivolgeva dalla stampa ai governi del tempo. La seconda questione, più nota e spinosa, fu il fermo diniego opposto da Belotti alle pressioni per il salvataggio a carico dello Stato della Banca Italiana di Sconto travolta dalle speculazioni di borsa: un diniego che dopo qualche anno avrebbe procurato a Belotti la ritorsione di ambienti finanziari collusi con il nuovo regime.

Nel secondo congresso liberale, quello a Livorno nel 1924, Belotti criticava le imprese liberticide del governo fascista. Nell'aprile di quell'anno Belotti era stato escluso dal listone governativo, e non era riuscito a schierare in Lombardia la lista liberale presentata da Giolitti in Piemonte.

Per aprire del tutto gli occhi ai liberali ci volle il tracotante discorso mussoliniano del 3 gennaio. Dopo di allora l'opposizione liberale si avviò, seppure senza speranze, e trovò il suo manifesto nella "risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti" scritta da Croce e sottoscritta fra altri trecento anche da Belotti. Subito la linea di caduta verso la dittatura divenne precipitosa: scioglimento dei partiti, chiusura dei giornali non allineati, isolamento anche civile e sociale dei dissenzienti. E per Belotti estromissione dagli incarichi pubblici, anche i più innocui come il consiglio della Banca Popolare di Bergamo ed il Touring Club, le perquisizioni domiciliari, il ritiro del passaporto e, nel 1930, l'arresto ed il confino in Campania. Poi per oltre un decennio Belotti visse quasi da confinato in casa, ristretto nella vita locale e bersagliato ad ogni occasione di comparire in pubblico dalle minute umiliazioni in cui il fascismo era solito esercitare la sua solerzia più odiosa. Finalmente vennero nel 1943 la caduta del dittatore, l'8 settembre e per Belotti la fuga in Svizzera, dove si consegnò alla polizia di Chiasso esibendo come referenza la firma sotto il manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925.

A quel punto la vicenda di Belotti incrocia quella del quasi coetaneo Luigi Einaudi, anch'egli rifugiato in Svizzera, collaboratore come Belotti del supplemento per l'Italia della Gazzetta Ticinese, ed insieme a Belotti rappresentante del Partito liberale nel centro di studi per la ricostruzione italiana. Ma se per Einaudi la Svizzera fu il rifugio dal quale sarebbe decollato dopo la Liberazione il periodo più fulgido della sua vita, quella di Bortolo Belotti si chiuse il 24 luglio 1944 senza arrivare a vedere l'Italia liberata.

Torniamo indietro di vent'anni, alla fatidica estate del 1924.

Quell'anno Belotti utilizzò le vacanze a Zogno per scrivere la rievocazione cavouriana che viene ora ristampata.

II libro è dedicato ai giovani liberali per metterli in guardia contro coloro "che si chiamano liberali e non lo sono" e rispecchia "l'agitato periodo della vita politica italiana" che ormai imponeva alla retta coscienza liberale di Belotti la presa di distanza dal regime. La parola di Camillo Cavour offriva a Belotti uno schermo protettore per polemizzare contro "la tesi che il liberalismo fosse autorità", che già era stata sostenuta dai reazionari dell'Ottocento, ma "secondo un gusto che si rinnova ai nostri tempi".

Ora, a centocinquant'anni dalla morte di Cavour e dal compimento dell'unità nazionale, la ristampa del libro di Belotti ripropone la interpretazione storiografica del rapporto fra il Risorgimento ed il fascismo.

La dottrina ufficiale quale si legge tuttora nella voce "fascismo" dell'Enciclopedia italiana, largamente dovuta alla penna di Giovanni Gentile ma firmata da Mussolini, tendeva a sottostimare e svilire il carattere liberale del Risorgimento.

Fra i protagonisti del Risorgimento il fascismo simpatizzava esplicitamente con Mazzini e Garibaldi, non con Cavour. Il liberalismo dell'Ottocento era visto soltanto come un tentativo mancato di ciò che nel Novecento sarebbe diventato il fascismo, quando al secolo delle libertà individuali sarebbe trionfalmente subentrato il secolo dello Stato autoritario.

Ma se per un verso il fascismo tendeva a sminuire il carattere liberale del Risorgimento, per altro verso Gentile mirava piuttosto ad assorbire la libertà dell'individuo nello Stato, e lo Stato liberale nello Stato etico: “ Il liberalismo di cui, se mi fosse consentito, io parlerei, non è l'individualismo, né la concezione borghese: non l'individualismo, perché l'individualismo è solo un momento storico, glorioso ma tramontato fin dal principio del secolo XIX, del concetto dello Stato liberale" ... Il liberalismo, almeno da cento anni a questa parte, è concezione dello Stato come libertà e della libertà come Stato: doppia equazione nella cui unità trova adeguata espressione il principio liberale. Né lo Stato esterno all'individuo, né l'individuo concepibile come astratta particolarità, fuori dell'immanente comunità etica dello Stato, in cui egli realizza la sua effettiva libertà".

Muovendo da quelle premesse nel 1923 Gentile aderì al partito fascista scrivendo a Mussolini: "Liberale per profonda e salda convinzione, in questi mesi da che ho l'onore di collaborare all'alta Sua opera di Governo e di assistere così da vicino allo sviluppo dei principii che informano la Sua politica, mi sono dovuto persuadere che il liberalismo com'io l'intendo e come lo intendevano gli uomini della gloriosa Destra che guidò l'Italia del Risorgimento, il liberalismo della libertà nella legge e perciò nello Stato forte e nello Stato concepito come una realtà etica, non è oggi rappresentato in Italia dai liberali che sono più o meno apertamente contro di Lei, ma, per l'appunto, da Lei".(4)

Gentile si rendeva intellettualmente garante della continuità fra la Destra Storica ed il fascismo. E con ciò apriva il conflitto insanabile non soltanto con Croce ma anche con il suo discepolo Adolfo Omodeo che nel 1924 gli scriveva: "Non arrivo a scorgere lo Stato etico, perché non credo che la violenza sia forza". (5)

In quegli stessi mesi Bortolo Belotti chiamava la parola di Cavour a testimone della distanza invalicabile fra lo Stato liberale e lo Stato autoritario.

L'intento polemico del libro non ne compromette la validità di impianto, che tiene conto della letteratura cavouriana, arrivata allora alla terza generazione di storici: dai contemporanei Ruggiero Bonghi e William De la Rive, a Domenico Berti nel tardo Ottocento e a Francesco Raffini nel primo Novecento.

Del liberalismo cavouriano il libro di Belotti pone in rilievo l'inclinazione progressista rispetto al conservatorismo del vecchio Piemonte. Belotti cita in proposito l'entusiasmo manifestato dal giovane Cavour verso il senatore del Kentucky che nel 1835 fondava la società per l'abolizione della schiavitù.

Di quello stesso anno è la pubblicazione di uno dei primi scritti di Cavour, fra i pochissimi pubblicati in vita. Si tratta dello studio sulla inchiesta condotta dal governo dei whígs circa la legislazione per i poveri in Inghilterra.

Lo scritto, ristampato in edizione anastatica da Alberto Tallone per il centenario cavouriano del 1961, si intitola Extrait du rapport des commissaires de S.M. britannique, qui ont executé une enquete générale sue l'adminístration des fonds provenants de la taxe des pauvres en Angleterre, e fu pubblicato dal marchese Michele che intendeva assecondare la vocazione di "publiciste philantrope" del figlio cadetto; ma prudenzialmente, senza il nome dell'autore. Ne conseguì fra gli aristocratici piemontesi una discussione intorno ai rimedi contro il pauperismo che ebbe qualche influenza sulla legislazione successiva in materia di istituzioni di beneficenza.

La narrazione di Belotti passa in rassegna gli oppositori di Cavour nel decennio del governo subalpino: Balbo, Revel, Menabrea, Solaro, Beauregard.

Nell'insieme se ne ricava un autorevole repertorio dell'aristocrazia sabauda, prevenuta e indispettita di fronte al carattere anticonformista di cui Cavour diede prova per tutta la vita: paggio indisciplinato messo alla porta da Carlo Alberto per i suoi atteggiamenti "giacobini"; ufficiale del Genio spedito al forte di Bard per punizione del suo linguaggio troppo libero; parlamentare e ministro che preferiva alle uniformi l’abito borghese, provocando da parte del Re il rimprovero dl " andare vestito da avvocato".

Ma di queste cose nel libro di Belotti vi è scarsa traccia poiché la condizione politica del 1924 non gli lasciava agio per le divagazioni e l'aneddotica. I capitoli del libro sono tutti concentrati sui valori della libertà: civile, economica, politica, nazionale; la libertà che in quei mesi si veniva spegnendo in Italia.

Attraverso la mediazione di Belotti la parola di Cavour parla ai giovani liberali del 1924 della libertà di stampa, del libero scambio nei commerci internazionali, del rispetto per le garanzie statutarie, della separazione fra potere civile e potere religioso; le libertà ormai destinate a cadere ad una ad una sotto altrettanti colpi di maglio: la censura, il protezionismo corporativo, il partito unico, il privilegio concordatario.

Con la negazione delle libertà per un ventennio sarebbe anche l'eclisse di quella identità nazionale che aveva saputo coniugare l'unità della patria con le libertà dei cittadini: il Risorgimento dei liberali patrioti e dei patrioti liberali. Gli italiani sarebbero stati espropriati anche dell'appartenenza alla Patria, riservata soltanto ai fascisti.

Con ciò sarebbe stato deformato quello che Adolfo Omodeo definiva "il significato piano ed onesto del Risorgimento"(6) quel sentimento di nazionalità che si era diffuso in Europa nel 1848, sulle ali della fede romantica nel progresso, rívendicando i diritti delle nazioni come idea universale, e dunque idea immune dal nazionalismo aggressivo.

Poi alla poetica del Risorgimento era subentrata la prosa del pragmatismo giolittiano; e tuttavia, fra il liberalismo tricolore ed il neoliberalismo riformatore la linea di passaggio era stata piuttosto una linea di continuità.

In quella zona di interscambio fra destra liberale e liberalismo democratico può collocarsi quello che Belotti rivendicava come il "logico svolgimento" del liberalismo cavouriano:” (Una politica nazionale di libertà e di democrazia all'interno, e di dignitosa moderazione all'estero". Ma in quell'estate del 1924 il destino d'Italia aveva ormai smarrito quella linea di svolgimento e stava imboccando una deviazione ventennale, di cui Bortolo Belotti non avrebbe visto la fine.

                                                                                                  Valerio Zanone

note

(1) Vol. IV anni 1859/1861, Gangemi editore 2009

(2) Il testo integrale è nella Cronaca di Roma cit. pag. 390

(3) Ivano Sonzogni il pensiero e l’azione politica di un liberale nell’Italia del primo Novecento ed. Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo

(4) Cit da Francesco Perfetti, presentazione ai Discorsi Parlamentari di Giovanni Gentile, il Mulino 2004, pp. 35 – 37

(5) Maurizio Griffo, Adolfo Omodeo a Napoli, in “ Archivio storico del Sannio”, gennaio/giugno 2008, Edizioni Scientifiche Italiane

(6) Adolfo Omodeo, Difesa del Risorgimento, Einaudi 1951