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Partito politico membro di diritto del Consiglio Italiano del Movimento Europeo


 

Valerio Zanone, commemorando Bobbio nell'ormai lontano 2013, affronta il problema della Libertà in irredimibile contrasto con il fascismo e l'autoritarismo, ed indi, il problema del decadimento della classe politica come fenomeno che impedisce l'affermazione della democrazia in senso compiuto. Si tratta di riflessioni di assoluta attualità che aiutano a comprendere la gravità delle condizioni di convivenza cui siamo costretti.

 

 LA TORINO DI BOBBIO 

(Valerio Zanone - 25 febbraio 2013)

Sono grato a Luigi Bonanate , prima ancora che per l'invito, per il contributo che Bonanate ha prestato alla pubblicazione del libro, a conclusione del comitato nazionale per il centenario della nascita di Norberto Bobbio.Il presidente del comitato Gastone Cottino ha voluto che l'opera dedicata a riordinare gli scritti e gli archivi di Bobbio si concludesse con una descrizione di gruppo, come i quadri che si vedono nelle pinacoteche: intorno alla figura di Bobbio, che è fuori scena ma evocata quasi ad ogni pagina, campeggiano i ritratti di Leone  Ginzburg, Giorgio Agosti, Alessandro Galante Garrone, Massimo Mila, Giulio Einaudi.E come accade nei quadri, per capire il gruppo va guardato il paesaggio sullo sfondo: che è il paesaggio inconfondibile di Torino rivissuta attraverso la giovinezza e le vite di quei personaggi, nel tempo dell'antifascismo e della liberazione; già nell'Italia segregata degli anni trenta, vite intellettuali aperte alla cultura internazionale; ed insieme strettamente legate ai luoghi ed ambienti subalpini; i luoghi della cultura che circola da secoli intorno al palazzo che ci ospita, poche decine di ettari dove si concentrano le biblioteche, le sedi universitarie, i monumenti maggiori della storia torinese; e visibili al fondo delle strade la collinadelle domeniche e le montagne delle vacanze; ma soprattutto ambienti decisivi per gli incontri che segnano la vita.Certo l'aula di via Po, dove nel 1928 Agosti e Galante Garrone, insieme ad Aldo Garosci, Lodovico Geymonat, Mario Einaudi , Modesto Soleri si scontrano con i fascisti aggressori di Francesco Ruffini. Certo la casa editrice Einaudi, ospitale verso la letteratura russa tradotta da Ginzburg e la letteratura americana tradotta da Pavese. Ma prima e più, il liceo statale Massimo D'Azeglio, che per loro ( e si parva licet anche per noi ), è stato più di una scuola, meglio è stato una scuola non solo di studio ma di vita; quasi un imprinting. Penso da sempre che ciascuna generazione trovi la sua impronta in un anno memorabile. Ho avuto finora il tempo di vederne quattro: il 1945 con la liberazione, il 1968 on la contestazione, il 1989 con la caduta del Muro, il 2001 con la caduta delle Twin Towers.Ebbene, nella generazione torinese cui appartengo, quella cresciuta con l'impronta del 1945, l'ambiente del D'Azeglio è stato determinante, per la tradizione dei suoi docenti ed anche per la composizione dei suoi studenti. Per cognizione più diretta comincerò dai secondi.Nei primi anni cinquanta, forse anche dopo, la localizzazione in via Parini favoriva nel D'Azeglio una convergenza interclassista. Ci venivano dalla Crocetta i figli dell'alta borghesia, da porta Nuova i pendolari della cintura, dal borgo commerciale di via S. Secondo i ragazzi del ceto medio. Il comportamento dei professori, rivestiti di una dignità sociale inversamente proporzionale agli stipendi, era, come si dice della legge, eguale per tutti. Avevamo ogni mattino quattro o cinque ore per sperimentare la società degli eguali.E quanto ai professori, c'era in alcuni di loro il ricordo personale, in tutti il lascito morale, dei docenti che nel ventennio avevano dato la prova del dissenso dalla dittatura.Mio padre studente al D' Azeglio aveva conosciuto il professore di italiano Umberto Cosmo. Siccome si legge ogni tanto che il fascismo sarebbe accettabile se non avesse perduto la guerra, o almeno se non avesse ceduto ai nazisti sulle leggi razziali, é il caso di ricordare qualche motivo antecedente di antifascismo. Nel 1926 Umberto Cosmo ricevette dal ministro dell'Istruzione Pietro Fedele l'intimazione di discolparsi entro quindici giorni dalla sua incompatibilità rispetto alle "direttive politiche del governo". Cosmo rispose che a scuola non aveva mai fatto propaganda politica; ma quanto alle opinioni degli "uomini nati e cresciuti nella libertà" egli non riconosceva altro giudice che la coscienza: Perciò, aggiunse, "in quest'ora così grave per me, così dolorosa per la mia famiglia" ( sapeva bene cosa lo aspettava, aveva scritto quasi per presagio un libro intitolato "con madonna povertà" ) Cosmo augurava al suo successore di portare la stessa libertà e dignità sulla cattedra dalla quale egli era costretto a scendere. Dunque, quando si parla dell'impronta antifascista ricevuta al D'Azeglio, quella lettera del 1926 basta a legittimare il 1945 come anno memorabile della nostra generazione.In quegli anni era studente al D'Azeglio un altro personaggio del quintetto, Massimo Mila. Il ricordo indiretto che ho di Mila offre una ulteriore considerazione, per la sintesi che negli anni più duri i dissenzienti dalla dittatura seppero trovare fra culture politiche altrimenti non coniugabili. Mi è accaduto molti anni fa di visitare la casa di Massimo Mila, ai piedi della collina di Superga, e dare uno sguardo ai suoi libri. C'erano gli scritti storiografici di Croce, stampigliati sulla copertina con il timbro di Regina Coeli. Il Croce mirabilmente descritto da Bobbio nei saggi di politica e Cultura, aveva rischiarato con la luce della libertà il buio del carcere anche ai comunisti come Mila.Quell'antifascismo aveva d'altra parte radici lontane, anch'esse molto subalpine, nei dissenzienti del Settecento studiati da Gobetti, e poi nella corrente democratica del Risorgimento, che non risultò vincente ma ha lasciato anch'essa la sua impronta, riaffiorata con evidenza nell' anniversario dell'Unità d'Italia.Nel Risorgimento anche fra i democratici, i protoradicali, la sinistra del tempo, era autentico il sentimento patriottico, che poi diede prova di sé nei sacrifici della Grande Guerra; restò estraneo alla retorica del ventennio; e infine riemerse, con il nome di secondo Risorgimento, nella Resistenza, nella Liberazione, nella Repubblica e nei principi fondamentali della Costituzione, che sono gli eredi in linea diretta della costituzione romana del 1849.Di ciò, fra i personaggi del quintetto l'interprete più significativo anche per la sua professione di storico è Galante Garrone, al quale anche si devono, per i decenni successivi, le cronache del disincanto, che sempre accompagna la transizione dalla poesia dei letterati alla prosa del governo.E con il disincanto dopo gli anni cinquanta si chiude anche il trentennio di storia della cultura torinese, da Gobetti a Pavese, in cui Norberto Bobbio ci ha lasciato la narrazione di molti dei personaggi fin qui richiamati, per arrivare alla definizione in chiaroscuro del piemontesismo inteso come "idea che vi sia un carattere particolare del piemontese, di cui occorre trovare l'origine storica, la peculiarità, le affinità e le differenze rispetto alle altre figure regionali, i pregi e i difetti, soprattutto i pregi".

" Il nostro Bobbio" è il titolo della celebrazione pronunciata da Luigi Bonanate davanti al Capo dello Stato. Bonanate avverte di aver mutuato l'uso del possessivo dallo stesso Bobbio, che in quel modo usava accostarsi ai filosofi preferiti. Bonanate ricorda poi che Bobbio era uno di quei maestri che scendono volentieri dalla cattedra per mettersi in discussione con tutti e così, scrive Bonanate "ciascuno di noi ha potuto avere il suo Bobbio".Ciò è tanto vero che non soltanto i suoi continuatori ed interpreti nell'accademia, ma molti comuni cittadini hanno avuto la fortuna di avere un loro Bobbio, e non è dunque per vanità che adesso vorrei dire qualcosa del mio; poiché nello sterminato epistolario di Bobbio anch'io conservo un mazzetto dei suoi autografi, che nella scrittura degli ultimi anni spaziavano ogni parola ed un poco anche le singole lettere, quasi a far circolare dentro le parole la sospensione del dubbio metodico.Si comincia dal 1971, quando Bobbio mi incaricò di scrivere per il Dizionario di politica della UTET alcune voci fra le quali "laicismo" (allora non era ancora prescritto derubricarlo in "laicità").La politica entra nel carteggio nel 1978, con un biglietto dove Bobbio scrive "La ringrazio di essere stato il primo e l'ultimo a pensare a me come a possibile candidato alla presidenza della Repubblica"'Era accaduto che dopo le dimissioni di Leone l'alternanza favorisse una candidatura laica. Presi l'iniziativa di avanzare in un'intervista il nome di Bobbio che però suscitò la diffidenza di Craxi, piuttosto incline a sospettare congiure nel suo accampamento. In realtà la mia idea alquanto ingenua era soltanto che dopo gli scandali servisse insediare al Quirinale il mentore della trasparenza,la democrazia che svela gli arcana imperii. Il nome di Bobbio comparve in alcuni scrutini alternato a quello di Antonio Giolitti, poi alla sedicesima votazione tutti convergemmo su Sandro Pertini, neppure lui peraltro nelle grazie del segretario socialista. Bobbio ritornò a Torino con visibile sollievo, nel 1984 fu nominato da Pertini senatore a vita.Nel l99l fra i cinque senatori a vita fu nominato un altro torinese, Gianni Agnelli. Ricordo in quell'anno per l'anniversario dell'Unità l'apertura straordinaria dell'aula del parlamento subalpino dove i due senatori sedevano accanto sulle panche tarlate dei padri della patria. Era la rappresentazione fisica dei due titoli di eccellenza della città nel mondo, l'alta cultura e la grande industria.Sul binomio Bobbio/Agnelli si trova in un libro di Aldo Cazzullo un aneddoto divertente. Negli anni ottanta Bobbio inizio la sua collaborazione alla Stampa, durata fino agli ultimi anni. Con lui scrivevano sul giornale altri personaggi della cultura torinese riconducibili alla tradizione dell'azionismo. L'aneddoto che circolava allora nella redazione della Stampa era la visita di un noto finanziere che sentendo dire dal direttore "qui abbiamo molti azionisti" aveva risposto meravigliato "credevo che l'azionista unico fosse Agnelli".Negli anni ottanta i rapporti epistolari erano passati dal Lei al Tu, e nell'ultima lettera ritrovata, che è della fine del 1997, Bobbio scriveva: " fra un liberale di una certa specie come sei tu, ed un socialista di una certa specie, come credo di essere io, ci sono molti punti di convergenza". Perciò mi considero autorizzato a dire ancora qualche parola su ciò che Bobbio ha significato per un liberale della mia specie. Come scrisse più volte, Bobbio privilegiava nella letteratura politica cinque classici (Hobbes, Locke, Rousseau, Kant, Hegel), e cinque moderni (Croce, Cattaneo Kelsen Pareto, Weber). Penso che dei cinque classici due soltanto, Locke e Kant, possano collocarsi sull'asse centrale del liberalismo; mentre fra i cinque moderni mi riesce difficile trovare un filo conduttore comune.Peraltro è lo stesso Bobbio nel saggio del 1955 su "Benedetto Croce e il liberalismo", a scrivere: "chi volesse oggi capire il liberalismo non mi sentirei di mandarlo a scuola da Croce . Gli consiglierei piuttosto di leggere i vecchi monarcomaci e Locke e Montesquieu e Kant, il Federalist e Constant e Stuart Mill. In Italia più Cattaneo che non gli hegeliani napoletani, compreso Silvio Spaventa; e gli metterei in mano più il Buongoverno di Einaudi che non la Storia come pensiero e come azione,che pure fu il libro certamente più importante dei movimenti di opposizione" (le letture carcerarie di Mila, appunto).Insomma fra i due cataloghi, quello dei dieci privilegiati da Bobbio e quello da Bobbio consigliato ai liberali, soltanto pochi nomi sono in comune. E la spiegazione potrebbe forse cercarsi nella missione stessa che Bobbio attribuiva agli uomini di cultura, quella di seminare dubbi piuttosto che raccogliere certezze.Ciò che i liberali della mia specie hanno cercato nel magistero di Bobbio non è tanto la ortodossia del liberalismo teorico quanto la cognizione dei suoi limiti storici, o come Bobbio diceva anche a proposito della democrazia, delle sue promesse non mantenute.Su Bobbio filosofo del dubbio si è detto tanto o forse anche troppo, perché nel suo pensiero sempre aperto al confronto civile non mancavano fondamenti di certezza di cui anche gli siamo debitori. Cito almeno tre certezze fondamentali.In primo luogo la certezza della democrazia, che è sempre in arretrato con le sue promesse eppure è la sola strada per procedere: "l'unica via di salvezza è lo sviluppo della democrazia". Il termine "sviluppo" non convinceva Einaudi, che ci avvertiva un accento forestiero. Può darsi che proprio in quella accezione Bobbio l'abbia usato, nel senso proprio di rimozione dei nodi che avviluppano, di liberazione dai lacci che legano gli individui nelle restrizioni della diseguaglianza sociale.Poi, la certezza dei diritti individuali che anch'essi si sviluppano nella sequenza delle epoche storiche, dai diritti civili del Settecento ai diritti politici dell'Ottocento ai diritti sociali del Novecento, fino alla quarta generazione dei diritti che è stato il taglio prospettico degli scritti di Bobbio negli anni novanta.Ed anche , ma problematica come una continua scommessa, la certezza nella libertà, quale puo cogliersi nel confronto fra due scritti di Bobbio, del 1968 e del 1986. Nel Profilo ideologico del novecento, di fronte all'ondata contestativa del 1968 Bobbio aveva scritto: "la libertà si può anche sprecare. Si può sprecarla fino al punto di farla apparire inutile". Ma alla ristampa del Profilo nel 1986 Bobbio aggiunse in postfazione : "Francamente non mi sentirei più di dire che la libertà sia stata inutile.Si può essere liberi per convinzione o per assuefazione. Non so quanti italiani siano veramente amanti convinti della libertà. Forse sono pochi. Ma molti sono coloro che avendola respirata per molti anni non ne potrebbero più fare a meno, anche se non lo sanno."Qui possiamo ritornare alle prime pagine del nostro libro, al quaderno clandestino del 1932 dove Leone Ginzburg scriveva della politica che si risolve in amministrazione quando appunto la libertà sia diventata patrimonio abituale.Ma finché la libertà non sia acquisita come condizione abituale e non sia garantita come patrimonio comune, la società civile non può disertare dalla vita pubblica.Pensando al tragico destino che lo attendeva, assumono il tono di una sfida eroica le parole di Ginzburg: "Ci si libera dalla politica attraverso la politica".Negli ultimi articoli di Bobbio sulla Stampa ritorna sovente la presa di distanza dei cittadini dalla politica , la lontananza che si aggrava in distacco e poi in rifiuto. Ma una democrazia abituata alla libertà deve tenere fede a Ginzburg, solo nella buona politica può esserci la liberazione dalla cattiva politica. E' il caso di pensarci anche stasera.

 

Quindici giorni in quindici righe (16 - 30 ottobre)

Tratto da " Il Liberale qualunque" e scritto dal prof. Franco Chiarenza

Due settimane intense quelle trascorse. In Italia le elezioni regionali in Umbria segnano una netta vittoria della destra; se nelle prossime consultazioni (in Emilia Romagna e in Calabria) il risultato dovesse ripetersi difficilmente l'attuale maggioranza di governo, già indebolita dalla scissione renziana del PD e dai mal di pancia dei Cinque Stelle, potrebbe reggere. Il governo intanto continua a limare la manovra di bilancio che dovrà affrontare il duplice vaglio della Commissione europea e del nostro Parlamento.

Le grandi novità sono all'estero. L'uccisione di Al Bagdadi (con la collaborazione decisiva dei curdi!!!) rafforza la posizione di Trump alle prese con l'avvio ufficiale della procedura di impeachment avviata dalla Camera americana. I rapporti tra Erdogan e Stati Uniti, dopo lo stop all'aggressione turca ai curdi, si sono ulteriormente inaspriti dopo le sanzioni votate dal Congresso.

In Israele Netanyahu non è riuscito a formare il governo; ora tocca al suo rivale Gantz. Le contorsioni britanniche a fronte della concreta attuazione della Brexit hanno prodotto un ulteriore rinvio (al prossimo anno) della data limite per evitare un'uscita senza accordo ma nel frattempo si va verso l'unico sbocco possibile, le elezioni anticipate che si svolgeranno il 12 dicembre. In Germania le elezioni regionali in Turingia confermano l'avanzata dell'estrema destra indebolendo la maggioranza di governo (esattamente come da noi con le elezioni in Umbria).

 

IL CAVOUR DI BORTOLO BELOTTI

(prefazione di Valerio Zanone alla recentissima ristampa anastatica per Gabrielli Editori, del volume di Bortolo Belotti già pubblicato da “Unitas”nel 1925 e titolato “La parola di Camillo Cavour”)

L'istituto per la storia del Risorgimento ha di recente pubblicato, a cura di Domenico Maria Bruni, la Cronaca di Roma di Nicola Roncalli(1). Alla data dell'8 giugno 1861 vi si legge che "la polizia intimò ai caffettieri, sotto pena di arresto, di non fare contemporaneamente i sorbetti di limone, fragola e pistacchio, formanti i tre colori". Quel giorno, mentre a Roma i gendarmi pontifici davano la caccia ai gelati tricolori, nella sobria cappella di Santena Camillo Cavour era sepolto accanto al nipote Augusto, caduto in battaglia a Goito nel 1848.

Il giorno prima i funerali del presidente del Consiglio avevano attraversato Torino fra una folla di militari, cittadini e contadini dei poderi del Conte. C'era tutta la città ad eccezione della famiglia reale, a prova della meschina antipatia del Re verso il suo primo ministro.

Ma insieme alla cittadinanza torinese era presente in spirito anche il comitato nazionale romano, che soltanto il 15 giugno riuscì a diffondere il suo comunicato: "Romani! Una grande sciagura ha percorso la nostra patria, e il cuore di ogni vero italiano piange oggi lagrime amarissime sulla tomba del conte di Cavour" (2) Nel manifesto del comitato romano Cavour assumeva la statura del profeta biblico: "Simile a Mosè poté liberare il suo popolo dalla servitù straniera, poté condurlo sui limiti della terra promessa, ma gli fu vietato di entrarvi, pago della certezza che quel popolo avrebbe avuto una patria".

Adesso si avvicina, insieme al 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, anche quello della morte del suo maggiore artefice. Ne verranno nuovi apporti alla già sterminata bibliografia cavouriana e fra essi, dopo la prima edizione del 1925, il libro La parola di Camillo Cavour di Bortolo Belotti, ristampato per iniziativa del nipote Gianluca La Villa.

Il liberale bergamasco Bortolo Belotti ha trovato nel 2007 un eccellente biografo in Ivano Sonzogni.(3)

Bortolo Belotti nacque a Zogno in Val Brembana il 26 agosto 1877 da famiglia della borghesia bergamasca. Dopo la prima formazione in collegi religiosi studiò giurisprudenza al collegio Ghislieri di Pavia e nel 1900 si avviò alla professione di avvocato civilista a Milano. Iniziò presto anche il corso della vita pubblica come consigliere comunale prima a Zogno poi a Milano, e consigliere provinciale di Bergamo.

Nel 1913 fu eletto deputato al Parlamento nella lunga legislatura del tempo di guerra, e fu rieletto nel 1919 e nel 1921. Nel 1919 fu sottosegretario al Tesoro nel governo di Nitti, nel 1921 ministro dell'Industria nel governo di Bonomi.

All'attività politica ed alla professione Belotti accompagnava studi umanistici e ricerche storiche sulla sua terra, quali la biografia di Bartolomeo Colleoni ed una ponderosa Storia di Bergamo.

La sua vita sarebbe stata quella di un tranquillo borghese liberale di cultura e mentalità ottocentesca, fedele alla tradizione della Destra Storica e devoto alla memoria di Cavour, se dopo lo Grande Guerra l'Italia giolittiana non fosse stata sconvolta e rapidamente travolta dall'insorgenza del fascismo, verso il quale Belotti manifestò l'iniziale condiscendenza e la tardiva resipiscenza purtroppo comuni alla classe liberale del tempo.

Belotti partecipò al congresso fondativo del partito liberale italiano che si tenne in Bologna dall'8 al 10 ottobre 1922, ormai alla vigilia della marcia su Roma.

I liberali si organizzavano in partito quando già socialisti e popolari avanzavano con i propri apparati sulla strada aperta dalla proporzionale. E la proporzionale a sua volta era il portato del suffragio universale che la democrazia liberale aveva accettato prima della grande guerra; e la guerra come scrisse Missiroli aveva "affilato il suffragio come la selce affila una lama".

Le sparse membra del parlamentarismo e dell'associazionismo liberale si raccoglievano a Bologna quasi alla vigilia della marcia su Roma, per cercare di svolgere nei confronti del fascismo incipiente un ruolo che inizialmente parve poter essere di raccordo con la classe di governo tradizionale; ma che in pochi anni dovette convertirsi in una opposizione di testimonianza. Le consumate saggezze parlamentari della classe liberale poco potevano contro lo scatenamento della piazza. Quell'anno 1922 fu dominato da quella che De Ruggiero chiamava "la plebe apolitica". Venne il fascismo, e molti anni sarebbero occorsi perché si formasse almeno una cognizione chiara circa la natura del fenomeno.

Il congresso di Bologna intendeva riunire le associazioni ed i gruppi che nelle elezioni del 1919 si erano presentati con una varietà di nomi diversi, ed i maggiori contrasti congressuali furono sul nome da dare al partito. Molti, in particolare le forti delegazioni piemontesi, propendevano per il nome di Partito liberale democratico, per distinguersi da nazionalisti e conservatori. Alla fine prevalse a maggioranza il nome di Partito liberale italiano, e i piemontesi si astennero. Si astennero anche i liberali bergamaschi rappresentati dal loro deputato Bortolo Belotti.

Belotti era un personaggio di primo piano del liberalismo lombardo: ma il congresso di Bologna non gli accordò una buona accoglienza. Nel libro di memorie intitolato Il rifiuto dell'Aventino, il segretario eletto dal congresso di Bologna, Alberto Giovannini, attribuisce le critiche rivolte a Belotti da una parte dei congressisti al fatto che egli avesse lasciato la destra parlamentare e accettato di partecipare al governo di Bonomi. Quel governo di coalizione durò soltanto pochi mesi ma l'opera di Belotti al ministero dell'Industria lasciò un segno non effimero quanto meno su un paio di questioni che lo stesso Belotti dopo la caduta del governo ebbe a rivendicare con una lettera al giornale di Giovannini, Libertà economica. La prima questione concerneva gli aiuti di stato alla marina mercantile che Belotti non accettò di prorogare, in linea con le esortazioni austere che Luigi Eínaudi rivolgeva dalla stampa ai governi del tempo. La seconda questione, più nota e spinosa, fu il fermo diniego opposto da Belotti alle pressioni per il salvataggio a carico dello Stato della Banca Italiana di Sconto travolta dalle speculazioni di borsa: un diniego che dopo qualche anno avrebbe procurato a Belotti la ritorsione di ambienti finanziari collusi con il nuovo regime.

Nel secondo congresso liberale, quello a Livorno nel 1924, Belotti criticava le imprese liberticide del governo fascista. Nell'aprile di quell'anno Belotti era stato escluso dal listone governativo, e non era riuscito a schierare in Lombardia la lista liberale presentata da Giolitti in Piemonte.

Per aprire del tutto gli occhi ai liberali ci volle il tracotante discorso mussoliniano del 3 gennaio. Dopo di allora l'opposizione liberale si avviò, seppure senza speranze, e trovò il suo manifesto nella "risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti" scritta da Croce e sottoscritta fra altri trecento anche da Belotti. Subito la linea di caduta verso la dittatura divenne precipitosa: scioglimento dei partiti, chiusura dei giornali non allineati, isolamento anche civile e sociale dei dissenzienti. E per Belotti estromissione dagli incarichi pubblici, anche i più innocui come il consiglio della Banca Popolare di Bergamo ed il Touring Club, le perquisizioni domiciliari, il ritiro del passaporto e, nel 1930, l'arresto ed il confino in Campania. Poi per oltre un decennio Belotti visse quasi da confinato in casa, ristretto nella vita locale e bersagliato ad ogni occasione di comparire in pubblico dalle minute umiliazioni in cui il fascismo era solito esercitare la sua solerzia più odiosa. Finalmente vennero nel 1943 la caduta del dittatore, l'8 settembre e per Belotti la fuga in Svizzera, dove si consegnò alla polizia di Chiasso esibendo come referenza la firma sotto il manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925.

A quel punto la vicenda di Belotti incrocia quella del quasi coetaneo Luigi Einaudi, anch'egli rifugiato in Svizzera, collaboratore come Belotti del supplemento per l'Italia della Gazzetta Ticinese, ed insieme a Belotti rappresentante del Partito liberale nel centro di studi per la ricostruzione italiana. Ma se per Einaudi la Svizzera fu il rifugio dal quale sarebbe decollato dopo la Liberazione il periodo più fulgido della sua vita, quella di Bortolo Belotti si chiuse il 24 luglio 1944 senza arrivare a vedere l'Italia liberata.

Torniamo indietro di vent'anni, alla fatidica estate del 1924.

Quell'anno Belotti utilizzò le vacanze a Zogno per scrivere la rievocazione cavouriana che viene ora ristampata.

II libro è dedicato ai giovani liberali per metterli in guardia contro coloro "che si chiamano liberali e non lo sono" e rispecchia "l'agitato periodo della vita politica italiana" che ormai imponeva alla retta coscienza liberale di Belotti la presa di distanza dal regime. La parola di Camillo Cavour offriva a Belotti uno schermo protettore per polemizzare contro "la tesi che il liberalismo fosse autorità", che già era stata sostenuta dai reazionari dell'Ottocento, ma "secondo un gusto che si rinnova ai nostri tempi".

Ora, a centocinquant'anni dalla morte di Cavour e dal compimento dell'unità nazionale, la ristampa del libro di Belotti ripropone la interpretazione storiografica del rapporto fra il Risorgimento ed il fascismo.

La dottrina ufficiale quale si legge tuttora nella voce "fascismo" dell'Enciclopedia italiana, largamente dovuta alla penna di Giovanni Gentile ma firmata da Mussolini, tendeva a sottostimare e svilire il carattere liberale del Risorgimento.

Fra i protagonisti del Risorgimento il fascismo simpatizzava esplicitamente con Mazzini e Garibaldi, non con Cavour. Il liberalismo dell'Ottocento era visto soltanto come un tentativo mancato di ciò che nel Novecento sarebbe diventato il fascismo, quando al secolo delle libertà individuali sarebbe trionfalmente subentrato il secolo dello Stato autoritario.

Ma se per un verso il fascismo tendeva a sminuire il carattere liberale del Risorgimento, per altro verso Gentile mirava piuttosto ad assorbire la libertà dell'individuo nello Stato, e lo Stato liberale nello Stato etico: “ Il liberalismo di cui, se mi fosse consentito, io parlerei, non è l'individualismo, né la concezione borghese: non l'individualismo, perché l'individualismo è solo un momento storico, glorioso ma tramontato fin dal principio del secolo XIX, del concetto dello Stato liberale" ... Il liberalismo, almeno da cento anni a questa parte, è concezione dello Stato come libertà e della libertà come Stato: doppia equazione nella cui unità trova adeguata espressione il principio liberale. Né lo Stato esterno all'individuo, né l'individuo concepibile come astratta particolarità, fuori dell'immanente comunità etica dello Stato, in cui egli realizza la sua effettiva libertà".

Muovendo da quelle premesse nel 1923 Gentile aderì al partito fascista scrivendo a Mussolini: "Liberale per profonda e salda convinzione, in questi mesi da che ho l'onore di collaborare all'alta Sua opera di Governo e di assistere così da vicino allo sviluppo dei principii che informano la Sua politica, mi sono dovuto persuadere che il liberalismo com'io l'intendo e come lo intendevano gli uomini della gloriosa Destra che guidò l'Italia del Risorgimento, il liberalismo della libertà nella legge e perciò nello Stato forte e nello Stato concepito come una realtà etica, non è oggi rappresentato in Italia dai liberali che sono più o meno apertamente contro di Lei, ma, per l'appunto, da Lei".(4)

Gentile si rendeva intellettualmente garante della continuità fra la Destra Storica ed il fascismo. E con ciò apriva il conflitto insanabile non soltanto con Croce ma anche con il suo discepolo Adolfo Omodeo che nel 1924 gli scriveva: "Non arrivo a scorgere lo Stato etico, perché non credo che la violenza sia forza". (5)

In quegli stessi mesi Bortolo Belotti chiamava la parola di Cavour a testimone della distanza invalicabile fra lo Stato liberale e lo Stato autoritario.

L'intento polemico del libro non ne compromette la validità di impianto, che tiene conto della letteratura cavouriana, arrivata allora alla terza generazione di storici: dai contemporanei Ruggiero Bonghi e William De la Rive, a Domenico Berti nel tardo Ottocento e a Francesco Raffini nel primo Novecento.

Del liberalismo cavouriano il libro di Belotti pone in rilievo l'inclinazione progressista rispetto al conservatorismo del vecchio Piemonte. Belotti cita in proposito l'entusiasmo manifestato dal giovane Cavour verso il senatore del Kentucky che nel 1835 fondava la società per l'abolizione della schiavitù.

Di quello stesso anno è la pubblicazione di uno dei primi scritti di Cavour, fra i pochissimi pubblicati in vita. Si tratta dello studio sulla inchiesta condotta dal governo dei whígs circa la legislazione per i poveri in Inghilterra.

Lo scritto, ristampato in edizione anastatica da Alberto Tallone per il centenario cavouriano del 1961, si intitola Extrait du rapport des commissaires de S.M. britannique, qui ont executé une enquete générale sue l'adminístration des fonds provenants de la taxe des pauvres en Angleterre, e fu pubblicato dal marchese Michele che intendeva assecondare la vocazione di "publiciste philantrope" del figlio cadetto; ma prudenzialmente, senza il nome dell'autore. Ne conseguì fra gli aristocratici piemontesi una discussione intorno ai rimedi contro il pauperismo che ebbe qualche influenza sulla legislazione successiva in materia di istituzioni di beneficenza.

La narrazione di Belotti passa in rassegna gli oppositori di Cavour nel decennio del governo subalpino: Balbo, Revel, Menabrea, Solaro, Beauregard.

Nell'insieme se ne ricava un autorevole repertorio dell'aristocrazia sabauda, prevenuta e indispettita di fronte al carattere anticonformista di cui Cavour diede prova per tutta la vita: paggio indisciplinato messo alla porta da Carlo Alberto per i suoi atteggiamenti "giacobini"; ufficiale del Genio spedito al forte di Bard per punizione del suo linguaggio troppo libero; parlamentare e ministro che preferiva alle uniformi l’abito borghese, provocando da parte del Re il rimprovero dl " andare vestito da avvocato".

Ma di queste cose nel libro di Belotti vi è scarsa traccia poiché la condizione politica del 1924 non gli lasciava agio per le divagazioni e l'aneddotica. I capitoli del libro sono tutti concentrati sui valori della libertà: civile, economica, politica, nazionale; la libertà che in quei mesi si veniva spegnendo in Italia.

Attraverso la mediazione di Belotti la parola di Cavour parla ai giovani liberali del 1924 della libertà di stampa, del libero scambio nei commerci internazionali, del rispetto per le garanzie statutarie, della separazione fra potere civile e potere religioso; le libertà ormai destinate a cadere ad una ad una sotto altrettanti colpi di maglio: la censura, il protezionismo corporativo, il partito unico, il privilegio concordatario.

Con la negazione delle libertà per un ventennio sarebbe anche l'eclisse di quella identità nazionale che aveva saputo coniugare l'unità della patria con le libertà dei cittadini: il Risorgimento dei liberali patrioti e dei patrioti liberali. Gli italiani sarebbero stati espropriati anche dell'appartenenza alla Patria, riservata soltanto ai fascisti.

Con ciò sarebbe stato deformato quello che Adolfo Omodeo definiva "il significato piano ed onesto del Risorgimento"(6) quel sentimento di nazionalità che si era diffuso in Europa nel 1848, sulle ali della fede romantica nel progresso, rívendicando i diritti delle nazioni come idea universale, e dunque idea immune dal nazionalismo aggressivo.

Poi alla poetica del Risorgimento era subentrata la prosa del pragmatismo giolittiano; e tuttavia, fra il liberalismo tricolore ed il neoliberalismo riformatore la linea di passaggio era stata piuttosto una linea di continuità.

In quella zona di interscambio fra destra liberale e liberalismo democratico può collocarsi quello che Belotti rivendicava come il "logico svolgimento" del liberalismo cavouriano:” (Una politica nazionale di libertà e di democrazia all'interno, e di dignitosa moderazione all'estero". Ma in quell'estate del 1924 il destino d'Italia aveva ormai smarrito quella linea di svolgimento e stava imboccando una deviazione ventennale, di cui Bortolo Belotti non avrebbe visto la fine.                                                                       

note:(1) Vol. IV anni 1859/1861, Gangemi editore 2009 (2) Il testo integrale è nella Cronaca di Roma cit. pag. 390 (3) Ivano Sonzogni il pensiero e l’azione politica di un liberale nell’Italia del primo Novecento ed. Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo(4) Cit da Francesco Perfetti, presentazione ai Discorsi Parlamentari di Giovanni Gentile, il Mulino 2004, pp. 35 – 37(5) Maurizio Griffo, Adolfo Omodeo a Napoli, in “ Archivio storico del Sannio”, gennaio/giugno 2008, Edizioni Scientifiche Italiane(6) Adolfo Omodeo, Difesa del Risorgimento, Einaudi 1951