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Partito politico membro di diritto del Movimento Europeo - Italia


Il prof. Chiarenza, dalle pagine del Liberale Qualunque, tiene gli occhi aperti sul lavoro della Presidente del Consiglio occupandosi, prima di concludere, anche delle sorti del terzo polo.

 

25 Aprile : a' nuttata e' passata

 

Ricordate Eduardo in “Napoli milionaria” dove c'era la celebre battuta “Ha da passà a nuttata”? Tutti noi che ci interessiamo di politica (cioè una piccola minoranza, gli altri erano più attratti dalla “Champions”) attendevamo Giorgia Meloni al varco ineluttabile del 25 aprile, la festa che celebra la Resistenza e che la sinistra ha sempre utilizzato per contrapporre ai suoi avversari politici ritenuti non abbastanza anti-fascisti la propria verginità partigiana, senza se e senza ma.
La ricorrenza serviva a richiamare la distinzione fondamentale su cui doveva fondarsi la Repubblica: da una parte i partiti che avevano scritto la Costituzione (comunisti compresi, a prescindere dalle loro simpatie per il totalitarismo sovietico) e dall'altra i nuovi arrivati (Forza Italia, Lega, Alleanza Nazionale).
I liberali, avendo fatto parte del CLN erano tollerati ma guardati con diffidenza.
Roba passata; il 25 aprile 2023 invece era questione di attualità.

25 aprile 2023

Nell'ottobre 2022 infatti, con una volata che ricordava le celebri imprese dei cavalli di razza quando gli ippodromi erano ancora di moda, il movimento politico “Fratelli d'Italia” aveva vinto le elezioni, facendo a pezzi la sinistra storica raggruppata nel PD e ridimensionando i suoi stessi alleati (a cominciare da Berlusconi).
Dopo un secolo esatto un partito che era nato e si era sviluppato sulla memoria storica del fascismo aveva conquistato il potere; senza camicie nere, evitando marce faticose, meno rumoroso di quello degli antenati, pieno di attenzione per i ceti moderati che gli avevano aperto la strada (come peraltro era avvenuto anche quando al posto di Meloni c'era Mussolini e il Crosetto di allora si chiamava Grandi).
A questo punto è cominciata una partita tutta ancora da giocare e che tiene ovviamente accesi i riflettori della pubblica opinione non soltanto in Italia ma in tutto il mondo dove nell'ultimo secolo sono cambiate molte cose.
Come avverrebbe d'altronde se i neo-franchisti di Vax assumessero la guida del governo in Spagna o Marina Le Pen vincesse le elezioni in Francia, mettendo in discussione ancora una volta la credibilità democratica delle nazioni mediterranee spesso percepite come il “ventre molle” dell'Europa.  Abbiamo visto la presidente Meloni nei primi mesi di governo dedicare infatti quasi tutto il suo tempo a rassicurare gli alleati europei e americani (soprattutto i secondi) con atteggiamenti netti anti-putiniani che si contrapponevano alle ambiguità filo-moscovite dei suoi alleati di governo.
In giro per il mondo senza un attimo di tregua, disseminando il cammino di scatti d'orgoglio, gaffes, ma anche nettezza di posizioni che gli sono valse – se non altro – il rispetto degli interlocutori (a cominciare da Macron che nei nostri confronti non riesce ad accantonare quegli atteggiamenti paternalistici da “soerette latine” abbastanza fastidiosi e ingiustificati).
Ma l'attesa di tutti era per il 25 aprile: cosa avrebbe fatto l'erede di una memoria quanto meno revisionista nella festa dell'anti-fascismo?

La lettera

Al di là della scontata partecipazione ufficiale all'omaggio all'Altare della Patria con Mattarella e le maggiori cariche istituzionali, Meloni ha scelto di entrare a gamba tesa nel dibattito mediante una lettera al Corriere della Sera.
Un intervento lungo e circostanziato in cui la presidente ha cercato di definire davanti alla parte più qualificata dell'opinione pubblica – lontano dalle piazze populiste – il suo rapporto con la memoria fascista e quindi anche la concezione di democrazia che dovrebbe caratterizzare il futuro della sua leadership facendo in modo che coincida con una visione conservatrice e moderata che in Europa ha molti punti di riferimento.
Al di là di alcune imprecisioni e di qualche aggettivo improprio nulla che non si possa considerare legittimo all'interno di una dialettica pluralista come quella che piace a noi liberali.
Lo smarcamento da ogni forma di totalitarismo (anche del passato) è netta e inequivocabile, il riconoscimento dei valori che hanno ispirato la Resistenza appare convinto e senza ambiguità.
In sostanza un testo coraggioso che riprende e approfondisce il discorso di investitura pronunciato nel parlamento appena eletto che si accingeva a votare la fiducia al suo governo; per i suoi contenuti in rapporto ai precedenti della sua carriera politica non si tratta di una correzione di rotta ma di una vera e propria conversione.
Ma la storia ci insegna che dei convertiti bisogna sempre diffidare e perciò non resta che rimettersi alla realtà fattuale dei prossimi mesi.
Nel frattempo però non si può nemmeno navigare in un continuo processo alle intenzioni attendendo ansiosamente i passi falsi del governo per poterlo delegittimare.
Non è così che si fa l'opposizione.
Occorre un progetto alternativo convincente in grado di riportare a casa quei tanti voti che la sinistra ha perso non per mancanza di “sinistrismo” ma, al contrario, per l'indifferenza che ha dimostrato nei confronti delle esigenze e delle preoccupazioni dei ceti medi tradizionalmente “centristi”.
Elly Schlein, imposta al vertice del PD dal suo presunto elettorato, non ha ancora rivelato le sue vere intenzioni e per ora naviga prudentemente sulla consueta linea del no su cui spera di mantenere unito il partito.
Calenda e Renzi, che si rivolgono a un elettorato più riflessivo, invece di chiarire pubblicamente le differenze di strategia che li dividono, hanno litigato come comari di cortile determinando un comprensibile disagio tra i loro stessi amici e dimostrando i limiti di ogni alleanza basata su leadership personali anziché su convergenze programmatiche.
Dalle ceneri del terzo polo emerge soltanto un' irrefrenabile auto-considerazione di personaggi che si sono attribuiti senza alcuna verifica una capacità di rappresentanza dell'elettorato “moderato” che si è dimostrata quanto meno velleitaria.
Ci vuole altro perchè l'Italia ritrovi una credibilità che le consenta di tornare ad essere parte attiva della costruzione di un'Europa liberale, alleata con gli Stati Uniti ma al tempo stesso punto di equilibrio della grande cintura democratica che circonda le velleità egemoniche russe e cinesi, con le quali bisognerà pure fare i conti ma su posizioni di forza, proponendo un nuovo progetto di convivenza in grado di affrontare i problemi economici, ambientali e sociali che le future generazioni dovranno risolvere.

Roma -  03 maggio 2023                                                Franco Chiarenza

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Valerio Zanone, commemorando Bobbio nell'ormai lontano 2013, affronta il problema della Libertà in irredimibile contrasto con il fascismo e l'autoritarismo, ed indi, il problema del decadimento della classe politica come fenomeno che impedisce l'affermazione della democrazia in senso compiuto. Si tratta di riflessioni di assoluta attualità che aiutano a comprendere la gravità delle condizioni di convivenza cui siamo costretti.

 

 LA TORINO DI BOBBIO 

(Valerio Zanone - 25 febbraio 2013)

 

Sono grato a Luigi Bonanate , prima ancora che per l'invito, per il contributo che Bonanate ha prestato alla pubblicazione del libro, a conclusione del comitato nazionale per il centenario della nascita di Norberto Bobbio.Il presidente del comitato Gastone Cottino ha voluto che l'opera dedicata a riordinare gli scritti e gli archivi di Bobbio si concludesse con una descrizione di gruppo, come i quadri che si vedono nelle pinacoteche: intorno alla figura di Bobbio, che è fuori scena ma evocata quasi ad ogni pagina, campeggiano i ritratti di Leone  Ginzburg, Giorgio Agosti, Alessandro Galante Garrone, Massimo Mila, Giulio Einaudi.E come accade nei quadri, per capire il gruppo va guardato il paesaggio sullo sfondo: che è il paesaggio inconfondibile di Torino rivissuta attraverso la giovinezza e le vite di quei personaggi, nel tempo dell'antifascismo e della liberazione; già nell'Italia segregata degli anni trenta, vite intellettuali aperte alla cultura internazionale; ed insieme strettamente legate ai luoghi ed ambienti subalpini; i luoghi della cultura che circola da secoli intorno al palazzo che ci ospita, poche decine di ettari dove si concentrano le biblioteche, le sedi universitarie, i monumenti maggiori della storia torinese; e visibili al fondo delle strade la collinadelle domeniche e le montagne delle vacanze; ma soprattutto ambienti decisivi per gli incontri che segnano la vita.Certo l'aula di via Po, dove nel 1928 Agosti e Galante Garrone, insieme ad Aldo Garosci, Lodovico Geymonat, Mario Einaudi , Modesto Soleri si scontrano con i fascisti aggressori di Francesco Ruffini. Certo la casa editrice Einaudi, ospitale verso la letteratura russa tradotta da Ginzburg e la letteratura americana tradotta da Pavese. Ma prima e più, il liceo statale Massimo D'Azeglio, che per loro ( e si parva licet anche per noi ), è stato più di una scuola, meglio è stato una scuola non solo di studio ma di vita; quasi un imprinting. Penso da sempre che ciascuna generazione trovi la sua impronta in un anno memorabile. Ho avuto finora il tempo di vederne quattro: il 1945 con la liberazione, il 1968 on la contestazione, il 1989 con la caduta del Muro, il 2001 con la caduta delle Twin Towers.Ebbene, nella generazione torinese cui appartengo, quella cresciuta con l'impronta del 1945, l'ambiente del D'Azeglio è stato determinante, per la tradizione dei suoi docenti ed anche per la composizione dei suoi studenti. Per cognizione più diretta comincerò dai secondi.Nei primi anni cinquanta, forse anche dopo, la localizzazione in via Parini favoriva nel D'Azeglio una convergenza interclassista. Ci venivano dalla Crocetta i figli dell'alta borghesia, da porta Nuova i pendolari della cintura, dal borgo commerciale di via S. Secondo i ragazzi del ceto medio. Il comportamento dei professori, rivestiti di una dignità sociale inversamente proporzionale agli stipendi, era, come si dice della legge, eguale per tutti. Avevamo ogni mattino quattro o cinque ore per sperimentare la società degli eguali.E quanto ai professori, c'era in alcuni di loro il ricordo personale, in tutti il lascito morale, dei docenti che nel ventennio avevano dato la prova del dissenso dalla dittatura.Mio padre studente al D' Azeglio aveva conosciuto il professore di italiano Umberto Cosmo. Siccome si legge ogni tanto che il fascismo sarebbe accettabile se non avesse perduto la guerra, o almeno se non avesse ceduto ai nazisti sulle leggi razziali, é il caso di ricordare qualche motivo antecedente di antifascismo. Nel 1926 Umberto Cosmo ricevette dal ministro dell'Istruzione Pietro Fedele l'intimazione di discolparsi entro quindici giorni dalla sua incompatibilità rispetto alle "direttive politiche del governo". Cosmo rispose che a scuola non aveva mai fatto propaganda politica; ma quanto alle opinioni degli "uomini nati e cresciuti nella libertà" egli non riconosceva altro giudice che la coscienza: Perciò, aggiunse, "in quest'ora così grave per me, così dolorosa per la mia famiglia" ( sapeva bene cosa lo aspettava, aveva scritto quasi per presagio un libro intitolato "con madonna povertà" ) Cosmo augurava al suo successore di portare la stessa libertà e dignità sulla cattedra dalla quale egli era costretto a scendere. Dunque, quando si parla dell'impronta antifascista ricevuta al D'Azeglio, quella lettera del 1926 basta a legittimare il 1945 come anno memorabile della nostra generazione.In quegli anni era studente al D'Azeglio un altro personaggio del quintetto, Massimo Mila. Il ricordo indiretto che ho di Mila offre una ulteriore considerazione, per la sintesi che negli anni più duri i dissenzienti dalla dittatura seppero trovare fra culture politiche altrimenti non coniugabili. Mi è accaduto molti anni fa di visitare la casa di Massimo Mila, ai piedi della collina di Superga, e dare uno sguardo ai suoi libri. C'erano gli scritti storiografici di Croce, stampigliati sulla copertina con il timbro di Regina Coeli. Il Croce mirabilmente descritto da Bobbio nei saggi di politica e Cultura, aveva rischiarato con la luce della libertà il buio del carcere anche ai comunisti come Mila.Quell'antifascismo aveva d'altra parte radici lontane, anch'esse molto subalpine, nei dissenzienti del Settecento studiati da Gobetti, e poi nella corrente democratica del Risorgimento, che non risultò vincente ma ha lasciato anch'essa la sua impronta, riaffiorata con evidenza nell' anniversario dell'Unità d'Italia.Nel Risorgimento anche fra i democratici, i protoradicali, la sinistra del tempo, era autentico il sentimento patriottico, che poi diede prova di sé nei sacrifici della Grande Guerra; restò estraneo alla retorica del ventennio; e infine riemerse, con il nome di secondo Risorgimento, nella Resistenza, nella Liberazione, nella Repubblica e nei principi fondamentali della Costituzione, che sono gli eredi in linea diretta della costituzione romana del 1849.Di ciò, fra i personaggi del quintetto l'interprete più significativo anche per la sua professione di storico è Galante Garrone, al quale anche si devono, per i decenni successivi, le cronache del disincanto, che sempre accompagna la transizione dalla poesia dei letterati alla prosa del governo.E con il disincanto dopo gli anni cinquanta si chiude anche il trentennio di storia della cultura torinese, da Gobetti a Pavese, in cui Norberto Bobbio ci ha lasciato la narrazione di molti dei personaggi fin qui richiamati, per arrivare alla definizione in chiaroscuro del piemontesismo inteso come "idea che vi sia un carattere particolare del piemontese, di cui occorre trovare l'origine storica, la peculiarità, le affinità e le differenze rispetto alle altre figure regionali, i pregi e i difetti, soprattutto i pregi".

" Il nostro Bobbio" è il titolo della celebrazione pronunciata da Luigi Bonanate davanti al Capo dello Stato. Bonanate avverte di aver mutuato l'uso del possessivo dallo stesso Bobbio, che in quel modo usava accostarsi ai filosofi preferiti. Bonanate ricorda poi che Bobbio era uno di quei maestri che scendono volentieri dalla cattedra per mettersi in discussione con tutti e così, scrive Bonanate "ciascuno di noi ha potuto avere il suo Bobbio".Ciò è tanto vero che non soltanto i suoi continuatori ed interpreti nell'accademia, ma molti comuni cittadini hanno avuto la fortuna di avere un loro Bobbio, e non è dunque per vanità che adesso vorrei dire qualcosa del mio; poiché nello sterminato epistolario di Bobbio anch'io conservo un mazzetto dei suoi autografi, che nella scrittura degli ultimi anni spaziavano ogni parola ed un poco anche le singole lettere, quasi a far circolare dentro le parole la sospensione del dubbio metodico.Si comincia dal 1971, quando Bobbio mi incaricò di scrivere per il Dizionario di politica della UTET alcune voci fra le quali "laicismo" (allora non era ancora prescritto derubricarlo in "laicità").La politica entra nel carteggio nel 1978, con un biglietto dove Bobbio scrive "La ringrazio di essere stato il primo e l'ultimo a pensare a me come a possibile candidato alla presidenza della Repubblica"'Era accaduto che dopo le dimissioni di Leone l'alternanza favorisse una candidatura laica. Presi l'iniziativa di avanzare in un'intervista il nome di Bobbio che però suscitò la diffidenza di Craxi, piuttosto incline a sospettare congiure nel suo accampamento. In realtà la mia idea alquanto ingenua era soltanto che dopo gli scandali servisse insediare al Quirinale il mentore della trasparenza,la democrazia che svela gli arcana imperii. Il nome di Bobbio comparve in alcuni scrutini alternato a quello di Antonio Giolitti, poi alla sedicesima votazione tutti convergemmo su Sandro Pertini, neppure lui peraltro nelle grazie del segretario socialista. Bobbio ritornò a Torino con visibile sollievo, nel 1984 fu nominato da Pertini senatore a vita.Nel l99l fra i cinque senatori a vita fu nominato un altro torinese, Gianni Agnelli. Ricordo in quell'anno per l'anniversario dell'Unità l'apertura straordinaria dell'aula del parlamento subalpino dove i due senatori sedevano accanto sulle panche tarlate dei padri della patria. Era la rappresentazione fisica dei due titoli di eccellenza della città nel mondo, l'alta cultura e la grande industria.Sul binomio Bobbio/Agnelli si trova in un libro di Aldo Cazzullo un aneddoto divertente. Negli anni ottanta Bobbio inizio la sua collaborazione alla Stampa, durata fino agli ultimi anni. Con lui scrivevano sul giornale altri personaggi della cultura torinese riconducibili alla tradizione dell'azionismo. L'aneddoto che circolava allora nella redazione della Stampa era la visita di un noto finanziere che sentendo dire dal direttore "qui abbiamo molti azionisti" aveva risposto meravigliato "credevo che l'azionista unico fosse Agnelli".Negli anni ottanta i rapporti epistolari erano passati dal Lei al Tu, e nell'ultima lettera ritrovata, che è della fine del 1997, Bobbio scriveva: " fra un liberale di una certa specie come sei tu, ed un socialista di una certa specie, come credo di essere io, ci sono molti punti di convergenza". Perciò mi considero autorizzato a dire ancora qualche parola su ciò che Bobbio ha significato per un liberale della mia specie. Come scrisse più volte, Bobbio privilegiava nella letteratura politica cinque classici (Hobbes, Locke, Rousseau, Kant, Hegel), e cinque moderni (Croce, Cattaneo Kelsen Pareto, Weber). Penso che dei cinque classici due soltanto, Locke e Kant, possano collocarsi sull'asse centrale del liberalismo; mentre fra i cinque moderni mi riesce difficile trovare un filo conduttore comune.Peraltro è lo stesso Bobbio nel saggio del 1955 su "Benedetto Croce e il liberalismo", a scrivere: "chi volesse oggi capire il liberalismo non mi sentirei di mandarlo a scuola da Croce . Gli consiglierei piuttosto di leggere i vecchi monarcomaci e Locke e Montesquieu e Kant, il Federalist e Constant e Stuart Mill. In Italia più Cattaneo che non gli hegeliani napoletani, compreso Silvio Spaventa; e gli metterei in mano più il Buongoverno di Einaudi che non la Storia come pensiero e come azione,che pure fu il libro certamente più importante dei movimenti di opposizione" (le letture carcerarie di Mila, appunto).Insomma fra i due cataloghi, quello dei dieci privilegiati da Bobbio e quello da Bobbio consigliato ai liberali, soltanto pochi nomi sono in comune. E la spiegazione potrebbe forse cercarsi nella missione stessa che Bobbio attribuiva agli uomini di cultura, quella di seminare dubbi piuttosto che raccogliere certezze.Ciò che i liberali della mia specie hanno cercato nel magistero di Bobbio non è tanto la ortodossia del liberalismo teorico quanto la cognizione dei suoi limiti storici, o come Bobbio diceva anche a proposito della democrazia, delle sue promesse non mantenute.Su Bobbio filosofo del dubbio si è detto tanto o forse anche troppo, perché nel suo pensiero sempre aperto al confronto civile non mancavano fondamenti di certezza di cui anche gli siamo debitori. Cito almeno tre certezze fondamentali.In primo luogo la certezza della democrazia, che è sempre in arretrato con le sue promesse eppure è la sola strada per procedere: "l'unica via di salvezza è lo sviluppo della democrazia". Il termine "sviluppo" non convinceva Einaudi, che ci avvertiva un accento forestiero. Può darsi che proprio in quella accezione Bobbio l'abbia usato, nel senso proprio di rimozione dei nodi che avviluppano, di liberazione dai lacci che legano gli individui nelle restrizioni della diseguaglianza sociale.Poi, la certezza dei diritti individuali che anch'essi si sviluppano nella sequenza delle epoche storiche, dai diritti civili del Settecento ai diritti politici dell'Ottocento ai diritti sociali del Novecento, fino alla quarta generazione dei diritti che è stato il taglio prospettico degli scritti di Bobbio negli anni novanta.Ed anche , ma problematica come una continua scommessa, la certezza nella libertà, quale puo cogliersi nel confronto fra due scritti di Bobbio, del 1968 e del 1986. Nel Profilo ideologico del novecento, di fronte all'ondata contestativa del 1968 Bobbio aveva scritto: "la libertà si può anche sprecare. Si può sprecarla fino al punto di farla apparire inutile". Ma alla ristampa del Profilo nel 1986 Bobbio aggiunse in postfazione : "Francamente non mi sentirei più di dire che la libertà sia stata inutile.Si può essere liberi per convinzione o per assuefazione. Non so quanti italiani siano veramente amanti convinti della libertà. Forse sono pochi. Ma molti sono coloro che avendola respirata per molti anni non ne potrebbero più fare a meno, anche se non lo sanno."Qui possiamo ritornare alle prime pagine del nostro libro, al quaderno clandestino del 1932 dove Leone Ginzburg scriveva della politica che si risolve in amministrazione quando appunto la libertà sia diventata patrimonio abituale.Ma finché la libertà non sia acquisita come condizione abituale e non sia garantita come patrimonio comune, la società civile non può disertare dalla vita pubblica.Pensando al tragico destino che lo attendeva, assumono il tono di una sfida eroica le parole di Ginzburg: "Ci si libera dalla politica attraverso la politica".Negli ultimi articoli di Bobbio sulla Stampa ritorna sovente la presa di distanza dei cittadini dalla politica , la lontananza che si aggrava in distacco e poi in rifiuto. Ma una democrazia abituata alla libertà deve tenere fede a Ginzburg, solo nella buona politica può esserci la liberazione dalla cattiva politica. E' il caso di pensarci anche stasera.

 

 

IL CAVOUR DI BORTOLO BELOTTI

 

(prefazione di Valerio Zanone alla recentissima ristampa anastatica per Gabrielli Editori, del volume di Bortolo Belotti già pubblicato da “Unitas”nel 1925 e titolato “La parola di Camillo Cavour”)

 

L'istituto per la storia del Risorgimento ha di recente pubblicato, a cura di Domenico Maria Bruni, la Cronaca di Roma di Nicola Roncalli(1). Alla data dell'8 giugno 1861 vi si legge che "la polizia intimò ai caffettieri, sotto pena di arresto, di non fare contemporaneamente i sorbetti di limone, fragola e pistacchio, formanti i tre colori". Quel giorno, mentre a Roma i gendarmi pontifici davano la caccia ai gelati tricolori, nella sobria cappella di Santena Camillo Cavour era sepolto accanto al nipote Augusto, caduto in battaglia a Goito nel 1848. Il giorno prima i funerali del presidente del Consiglio avevano attraversato Torino fra una folla di militari, cittadini e contadini dei poderi del Conte. C'era tutta la città ad eccezione della famiglia reale, a prova della meschina antipatia del Re verso il suo primo ministro. Ma insieme alla cittadinanza torinese era presente in spirito anche il comitato nazionale romano, che soltanto il 15 giugno riuscì a diffondere il suo comunicato: "Romani! Una grande sciagura ha percorso la nostra patria, e il cuore di ogni vero italiano piange oggi lagrime amarissime sulla tomba del conte di Cavour" (2) Nel manifesto del comitato romano Cavour assumeva la statura del profeta biblico: "Simile a Mosè poté liberare il suo popolo dalla servitù straniera, poté condurlo sui limiti della terra promessa, ma gli fu vietato di entrarvi, pago della certezza che quel popolo avrebbe avuto una patria".

Adesso si avvicina, insieme al 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, anche quello della morte del suo maggiore artefice. Ne verranno nuovi apporti alla già sterminata bibliografia cavouriana e fra essi, dopo la prima edizione del 1925, il libro La parola di Camillo Cavour di Bortolo Belotti, ristampato per iniziativa del nipote Gianluca La Villa.Il liberale bergamasco Bortolo Belotti ha trovato nel 2007 un eccellente biografo in Ivano Sonzogni.(3)Bortolo Belotti nacque a Zogno in Val Brembana il 26 agosto 1877 da famiglia della borghesia bergamasca. Dopo la prima formazione in collegi religiosi studiò giurisprudenza al collegio Ghislieri di Pavia e nel 1900 si avviò alla professione di avvocato civilista a Milano. Iniziò presto anche il corso della vita pubblica come consigliere comunale prima a Zogno poi a Milano, e consigliere provinciale di Bergamo.Nel 1913 fu eletto deputato al Parlamento nella lunga legislatura del tempo di guerra, e fu rieletto nel 1919 e nel 1921. Nel 1919 fu sottosegretario al Tesoro nel governo di Nitti, nel 1921 ministro dell'Industria nel governo di Bonomi.All'attività politica ed alla professione Belotti accompagnava studi umanistici e ricerche storiche sulla sua terra, quali la biografia di Bartolomeo Colleoni ed una ponderosa Storia di Bergamo. La sua vita sarebbe stata quella di un tranquillo borghese liberale di cultura e mentalità ottocentesca, fedele alla tradizione della Destra Storica e devoto alla memoria di Cavour, se dopo lo Grande Guerra l'Italia giolittiana non fosse stata sconvolta e rapidamente travolta dall'insorgenza del fascismo, verso il quale Belotti manifestò l'iniziale condiscendenza e la tardiva resipiscenza purtroppo comuni alla classe liberale del tempo.Belotti partecipò al congresso fondativo del partito liberale italiano che si tenne in Bologna dall'8 al 10 ottobre 1922, ormai alla vigilia della marcia su Roma. I liberali si organizzavano in partito quando già socialisti e popolari avanzavano con i propri apparati sulla strada aperta dalla proporzionale. E la proporzionale a sua volta era il portato del suffragio universale che la democrazia liberale aveva accettato prima della grande guerra; e la guerra come scrisse Missiroli aveva "affilato il suffragio come la selce affila una lama".Le sparse membra del parlamentarismo e dell'associazionismo liberale si raccoglievano a Bologna quasi alla vigilia della marcia su Roma, per cercare di svolgere nei confronti del fascismo incipiente un ruolo che inizialmente parve poter essere di raccordo con la classe di governo tradizionale; ma che in pochi anni dovette convertirsi in una opposizione di testimonianza. Le consumate saggezze parlamentari della classe liberale poco potevano contro lo scatenamento della piazza. Quell'anno 1922 fu dominato da quella che De Ruggiero chiamava "la plebe apolitica". Venne il fascismo, e molti anni sarebbero occorsi perché si formasse almeno una cognizione chiara circa la natura del fenomeno.Il congresso di Bologna intendeva riunire le associazioni ed i gruppi che nelle elezioni del 1919 si erano presentati con una varietà di nomi diversi, ed i maggiori contrasti congressuali furono sul nome da dare al partito. Molti, in particolare le forti delegazioni piemontesi, propendevano per il nome di Partito liberale democratico, per distinguersi da nazionalisti e conservatori. Alla fine prevalse a maggioranza il nome di Partito liberale italiano, e i piemontesi si astennero. Si astennero anche i liberali bergamaschi rappresentati dal loro deputato Bortolo Belotti. Belotti era un personaggio di primo piano del liberalismo lombardo: ma il congresso di Bologna non gli accordò una buona accoglienza. Nel libro di memorie intitolato Il rifiuto dell'Aventino, il segretario eletto dal congresso di Bologna, Alberto Giovannini, attribuisce le critiche rivolte a Belotti da una parte dei congressisti al fatto che egli avesse lasciato la destra parlamentare e accettato di partecipare al governo di Bonomi. Quel governo di coalizione durò soltanto pochi mesi ma l'opera di Belotti al ministero dell'Industria lasciò un segno non effimero quanto meno su un paio di questioni che lo stesso Belotti dopo la caduta del governo ebbe a rivendicare con una lettera al giornale di Giovannini, Libertà economica. La prima questione concerneva gli aiuti di stato alla marina mercantile che Belotti non accettò di prorogare, in linea con le esortazioni austere che Luigi Eínaudi rivolgeva dalla stampa ai governi del tempo. La seconda questione, più nota e spinosa, fu il fermo diniego opposto da Belotti alle pressioni per il salvataggio a carico dello Stato della Banca Italiana di Sconto travolta dalle speculazioni di borsa: un diniego che dopo qualche anno avrebbe procurato a Belotti la ritorsione di ambienti finanziari collusi con il nuovo regime.Nel secondo congresso liberale, quello a Livorno nel 1924, Belotti criticava le imprese liberticide del governo fascista. Nell'aprile di quell'anno Belotti era stato escluso dal listone governativo, e non era riuscito a schierare in Lombardia la lista liberale presentata da Giolitti in Piemonte.Per aprire del tutto gli occhi ai liberali ci volle il tracotante discorso mussoliniano del 3 gennaio. Dopo di allora l'opposizione liberale si avviò, seppure senza speranze, e trovò il suo manifesto nella "risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti" scritta da Croce e sottoscritta fra altri trecento anche da Belotti. Subito la linea di caduta verso la dittatura divenne precipitosa: scioglimento dei partiti, chiusura dei giornali non allineati, isolamento anche civile e sociale dei dissenzienti. E per Belotti estromissione dagli incarichi pubblici, anche i più innocui come il consiglio della Banca Popolare di Bergamo ed il Touring Club, le perquisizioni domiciliari, il ritiro del passaporto e, nel 1930, l'arresto ed il confino in Campania. Poi per oltre un decennio Belotti visse quasi da confinato in casa, ristretto nella vita locale e bersagliato ad ogni occasione di comparire in pubblico dalle minute umiliazioni in cui il fascismo era solito esercitare la sua solerzia più odiosa. Finalmente vennero nel 1943 la caduta del dittatore, l'8 settembre e per Belotti la fuga in Svizzera, dove si consegnò alla polizia di Chiasso esibendo come referenza la firma sotto il manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925.