agoraliberale

Partito politico membro di diritto del Consiglio Italiano del Movimento Europeo


 IN DIFESA DELLO SCONTRO SULLE POLTRONE

di Riccardo Mastrorillo

tratto il 02 settembre 2019 da www.criticaliberale.it 


Ripartiamo da Einaudi e dal già citato resoconto della seduta dell‘8 gennaio 1947, della prima Sezione della seconda Sottocommissione della Commissione per la Costituzione
Ora, i programmi possono essere formulati da chiunque, e non si distinguono mai l’uno dall’altro: badando ad essi non si costruisce niente. Se v’è una costruzione solida, essa dipende dalle persone che rappresentano il programma e vogliono attuarlo. Figurarsi che soltanto con una votazione fatta su un programma si possa assicurare stabilità al Governo, è figurarsi qualcosa che può stare sulla carta, ma che non ha alcun rapporto con la realtà.
Diceva Einaudi, ed è la più lampante risposta alle ipocrisie stucchevoli cui stiamo assistendo in questi giorni, da parte dei più. Noi vogliamo rivendicare lo scontro sulle poltrone, vogliamo che siano pesate, oncia per oncia, le caratteristiche di tutti i candidati a ricoprire il ruolo di Ministro, chiediamo a gran voce un nuovo manuale “Cencelli”.
Le urgenze che dovrà affrontare, senza indugio, il futuro governo, le condizioni basilari per il ripristino della democrazia parlamentare sono poche ma essenziali.
Una nuova legge elettorale, che rimetta realmente nelle mani degli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, e che sia funzionale al sistema parlamentare, quindi priva di qualsiasi premio di coalizione, anzi, priva di qualsiasi meccanismo che preveda coalizioni: proporzionale pura, con due preferenze e senza sbarramenti, o uninominale secca all’inglese.
Una nuova legge sulla RAI, che tolga al governo il potere di nominare il consiglio di amministrazione, con un meccanismo che garantisca una concertazione tra maggioranza e opposizione, al fine di garantire un reale pluralismo, accetteremmo, per assurdo, pure il ritorno alla lottizzazione, ma la norma attuale va assolutamente cambiata.
Una legge sull’editoria, che stabilisca chiari e oggettivi limiti alla proprietà dei mezzi di informazione, norme sane sui diritti dei lettori e una seria politica di tutela della libertà e pluralità dell’informazione.
Una legge sul conflitto di interesse, con parametri oggettivi, che stabiliscano i casi in cui, chi governa, debba astenersi da decisioni palesemente conflittuali tra i propri e gli interessi del paese, ma soprattutto norme serie e applicabili sulla pubblicità dei potenziali interessi dei parlamentari, sui finanziamenti alla politica e ai candidati.
Una riforma che, modificando profondamente i decreti “sicurezza” di Salviniana memoria, metta al centro la sicurezza dello stato e non l’istigazione alla paura e all’odio.
Una politica ispirata all’economia circolare, un uso della fiscalità diretta e indiretta per favorire le pratiche di riconversione, per contenere tutti gli inquinamenti: ambientali, sociali e politici.
Per fare tutto questo, non serve un contratto di governo, non serve nemmeno un programma, servono, invece, persone affidabili, capaci e rette, che garantiscano con la loro credibilità, la corretta applicazione di questi principi, perché la democrazia non è solo indire elezioni.
Per questi motivi ci aspettiamo, ben consapevoli che saremo ancora una volta ignorati, che la scelta del Ministro per i rapporti con il parlamento ricada su una figura assolutamente e convintamente consapevole delle regole costituzionali di una Repubblica Parlamentare; ci aspettiamo che il Sottosegretario all’editoria sia una figura capace, convinta che, il pluralismo dell’informazione, non viene garantito solo dai tagli delle, quantunque eccessive, provvidenze statali; ci aspettiamo un ministro dell’Interno che svolga le sue funzioni dirigendo, dal Viminale, politiche di sicurezza e non girando il paese per seminare paure e odio. La lista sarebbe ancora parecchio lunga, ma ci accontenteremmo di queste poche, ma fondamentali condizioni, di queste poche figure specchiate.

 

 

 

MAZZINI, CROCE, UGO LA MALFA

 

Conferenza tenuta dal prof. Adelfio Elio Cardinale in occasione della cerimonia di attribuzione al medesimo della cittadinanza onoraria di Floridia

 

Eccellenze, Signor Sindaco, Autorità, Signore e Signori,

permettetemi -anzitutto -un omaggio a Floridia, nobile e antico centro abitato, che ebbe cominciamento attorno al 1100 in quel fertile sito denominato “Real Villa”, che Federico II assegnò poi a Gill di Assen, un professore. dell'Università "La Sorbona" di Parigi: città, pertanto, che ha iscritta l'alta formazione nel suo patrimonio genetico.

Nel 1626 il casale fu elevato a borgo, per merito di Lucio Bonanno, duca di Montalbano, sviluppandosi tra 2 rami del fiume Anapo, del quale è affluente il Ciane (in greco "l'azzurra").

Ma il sito e la località hanno scaturigini remote: Ciane -infatti, nella mitologia greca -era moglie di Anapo.

Avendo tentato di impedire il rapimento di Persefone, per il dolore si sciolse e divenne una fonte. Plutone spaccò il terreno, facendo così rinascere Ciane, che sgorgò sotto forma di sorgente d'acqua. Un nobile e arcaico lascito, per Voi cittadini.

Un saluto sentito e un omaggio al Sindaco Antonio Rudilosso, che con le cerimonie odierne, con alta lungimiranza, ha voluto testimoniare l'attenzione al mondo della cultura ed alla comunità scientifica, al di là delle singole persone.

Un pensiero grato e affettuoso, inoltre, al fraterno amico On. Prof. Enzo Santacroce, gentiluomo di forte caratura etica e di nobile animo, che nei suoi molti incarichi -istituzionali, politici e professionali -ha nobilitato il servizio con capacità e probità, non disgiunte da caratura morale, divenendo punto di riferimento non solo per la Vostra comunità e la Sicilia, ma per tutta l'Italia che crede nella perennità e serietà dei valori.

La mia conferenza non sarà una sinossi di note biografiche.

Nell'Italia contemporanea, infiacchita, sfiduciata, ed in declino, si vuole esaltare il "filo rosso" della continuità di grandi personalità che hanno tratti comuni, nel moto continuo e diacronico che si tramanda fra gli spiriti magni di maestri e maggiori.

Un'accademia civile e multanime espressione di un ricco paesaggio spirituale, che ha fatto ricco e moderno il nostro Paese affinché i giovani ne traggano esempio, incoraggiamento e speranza.

Oggi la Repubblica dovrebbe ripartire da Mazzini, dall'impegno politico come dovere morale dell' insegnamento di Giuseppe Mazzini.

Quest'anno ricorre il 200° anniversario del grande apostolo e patriota: egli, infatti visse dal 1805 al 1872.

Fu definito -con ammirazione e devozione -in tanti modi:  il più grande italiano del secolo… Nuovo Papa… Personalità di spessore uguale a Gorge Washington …Virtuoso come Savonarola ... Pensatore che, nella storia, viene subito dopo Cristo e Socrate…. Mosè dell'unità d'Italia.

Egli fu il fondatore del primo partito politico italiano e la sua opera omnia conta 100 volumi

e 10.000 lettere.

In vero egli scrisse centinaia di migliaia di lettere, quasi tutte perdute e distrutte per la paura che potessero venire in mano alla polizia.

Mazzini proponeva di integrare il linguaggio dei diritti con quello dei doveri e insisteva sul concetto di educazione morale quale aspetto essenziale del processo di emancipazione.

Non auspicava solo una più equa redistribuzione della ricchezza sociale, bensì una umanità resa migliore attraverso la libera associazione.

Anche il suo patriottismo aveva una forte connotazione religiosa.

Mazzini considerava infatti l'affermazione dei diritti delle nazionalità come la condizione affinché "l'idea divina possa attuarsi nel mondo".

In modo altrettanto categorico proclamò e visse una religiosità che era ricerca prima di essere verità, interiorità più che esteriorità, fede in un Dio eterno e nell'immortalità dell'anima che si traduceva nella convinzione profonda che il divino è nell'uomo, e che proprio perché ha in sé la divinità l'uomo deve essere libero.

Con la fondazione della Giovine Europa, decisa il 15 aprile 1834, ed articolata nella Giovine Italia, Giovine Svizzera, Giovine Germania e Giovine Polonia, nasceva, a giudizio di Mazzini, la "Giovine Europa dei popoli", destinata a sostituire la "Vecchia Europa dei Re".

"La vecchia Europa muore, diceva il grande pensatore : collocati alla vigilia di un'epoca organica noi dobbiamo aiutare con tutte le nostre forze la ricostituzione europea dell'Europa dei Popoli”.

L’idea di una comune civiltà europea formatasi al di sopra delle differenze statali e nazionali era presente in Mazzini, com'è noto, fin dagli scritti anteriori al 1830 sulla letteratura europea: come rileva ROSARIO ROMEO, siciliano di Giarre, uno dei più grandi storici del secolo scorso, politico di vasti e nobili orizzonti.

Contro chi oggi avversa l'Europa, ricordo che Mazzini affermava esservi un rilievo particolare alla missione affidata all'Italia: "L'Europa erra nel vuoto in cerca del nuovo vincolo, che annoderà in concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli individui".

Per Mazzini, in effetti, la nazione è bensì unificata dalla lingua e dal territorio, ma solo sequesti elementi esteriori sono a loro volta legittimati dalla storia.!

E soprattutto, è solo attraverso la conquista.di una nuova coscienza della propria missione e dunque della unità del fine, che ciascuna nazione acquista legittimità nella nuova età della storia.

Senza unità di principi di intento, di diritto, non v'è nazione, ma gente.

E' un messaggio che Mazzini riconfermava quasi alla fine della sua stagione, scrivendo, nel 1871: "Si, noi miriamo all'uomo".

Là dove Mazzini fu grande, è in quelle formule di morale collettiva, che valsero più di mille battaglie vinte, che rappresentarono un fermento potente per la gioventù italiana, uno stimolo incomparabile a congiungere l'azione col pensiero, a superare le divisioni e le lacerazioni. .

"Pensare e operare, la vita è dovere, il dovere è sacrificio" : l'etica del mazzianesimo, la sua "mirabile coerenza", è come un'autentica rivoluzione nel costume italiano.

In quel moto a carattere essenzialmente politico-diplomatico che fu il Risorgimento, egli portò un lievito, un fermento, un tormento religioso, che danno alla rinascita italiana un significato che non ebbe nessun altro movimento nazionale europeo.

Il pensiero mazziniano rappresentava, con l'affermazione dell'unità fra politica e morale, del nesso fra Stato e Chiesa, del vincolo fra democrazia e religione, la consacrazione solenne della necessità di un rinnovamento delle coscienze, di una riforma delle strutture sociali e politiche.

Ma l'eredità del mazzinianesimo, come messaggio di rinnovamento sociale nella fedeltà agli ideali di autodeterminazione dei popoli e di autogoverno repubblicano, rappresenterà un filone vitale e operante nella storia d'Italia.

Ecco l'impegno costante di tutta una vita che colloca Mazzini, anche con quella sua carica utopica e mistica, fra i grandi animatori del progresso storico, fra i creatori di una storia vivente e vitale ancora dopo 2 secoli.

Con la sua potenza educatrice e fascinatrice (ed ecco la "Mazzini Society" nella seconda guerra mondiale), ecco l'influenza del mazzinianesimo su "Giustizia e libertà" e sul Partito d'Azione.

Mazzini muore a Pisa l' Il marzo del 1872 in casa degli amici Rosselli, avvolto da uno scialle di lana a quadretti che aveva riscaldato gli ultimi istanti di vita di Carlo Cattaneo.

E' una morte affrontata con grande dignità e coerenza patriottica che subito ci dà la cifra di una vita vissuta con intenso impegno politico.

La politica separata dal potere. La politica come superamento degli interessi particolari nell'interesse generale; non senza un profondo fervore morale.

Sono principi mazziniani di sempre, eredità perenne dell'apostolo civile, dell'uomo che suggellò i doveri

dell'uomo.

Ancora pochi mesi prima di morire, Benedetto Croce confessava in una lettera a un amico che il "suo liberalismo" lo portava nel sangue, che nessuna forza umana o sovrumana sarebbe riuscita a scuotere nel suo cuore quelle convinzioni e quelle speranze alimentate dalla fede dei padri, nutrite dagli uomini del Risorgimento, che egli salutava maestri.

Capire il complesso della sua opera, per penetrare nel segreto della sua anima che è per tanta parte l'anima dell'Italia moderna.

Conservatore per origine, per educazione, per tradizione, per spirito familiare, Croce non condivise mai le chiusure, le asprezze, le inibizioni di quel conservatorismo italiano che degenerò nella reazione: come rileva, con magistrale sintesi, GIOVANNI SPADOLINI -altra grande figura laica di docente e statista -in un suo scritto.

Ecco perché Croce, pur accomunato allo spirito della Destra storica dalle consuetudini familiari, dagli orientamenti intellettuali, integrò sempre l'insegnamento dello zio SILVIO SPAVENTA con quello di Francesco De Sanctis, il moderato che aveva finito per aderire alla Sinistra storica e aveva parlato anche di una "Sinistra giovane".

La Storia d'Europa e con l'appello finale all'unità politica del vecchio continente, al nuovo Risorgimento europeo opposto alle "competizioni dei nazionalismi" e destinato a fondere tedeschi e italiani e francesi come il primo appello che risuona, oggi più vivo, più ammonitore che mai, nei nostri cuori.

Il magistero storico si unì senza soluzione di continuità col magistero morale e politico.

Ma Croce tenne sempre ferma la distinzione fra liberalismo e liberismo. Non arrivò mai ad identificare tout court il liberalismo col Partito liberale.

La grandezza del Croce politico, del Croce maestro di libertà, sta tutta nell'armonia fra la penetrazione, sempre attenta ed acuta, di una società in evoluzione e la fedeltà a certe posizioni immutabili, ad un certo costume costante.

La sua lezione è stata tale che nessuno può pensare di prescinderne.

Il laico parlava ai credenti: il credente parlava ai laici. Secondo una misura di tolleranza e di equilibrio che si identificava con la tradizione della vecchia Italia, che corrispondeva ad una vera e propria religione, custodita " in scrinio pectoris” e senza ostentazioni.

La religione e la civiltà "per la quale non possiamo non dirci cristiani", seoondo la sua famosa affermazione.

La lezione crociana è sempre valida ed è fatta di serietà, di sentenze non affrettate, espresse al momento giusto senza incertezze e ambiguità.

Stimo -ammoniva Croce -che ogni cittadino debba ascriversi a un partito, a quello che meglio risponde o è più affine ai suoi ideali, da capo o da gregario, perché ciò richiedono l'ordinata vita politica e morale, e la lealtà della lotta.

Essere superiore ai partiti?

Ma ogni uomo che si rispetti è, nel fatto, sempre superiore, perché non rinunzia al suo pensiero e alla sua coerenza morale, e un partito non è una setta o una mafia, in quanto consente il dissenso e l'opposizione.

Il suo messaggio ultimo è invece quello di non disperare mai, di impegnarsi sempre, fino al giorno della morte.

Per capire sul serio i libri di storia di Croce occorre non perdere mai il loro nesso con le opere filosofiche, e con i pensieri di etica e di politica; perché l'orizzonte problematico di Croce è unico e complesso e il suo lavoro si muove in molteplici direzioni, spinto però da una possente organica ispirazione.

Taluni lo ritennero, negli anni addietro, superato.

Sovviene alla memoria la felice immagine di Giordano Bruno, dei nani che ritengono di vedere più lontano del gigante, soltanto perché sono seduti sulle sue spalle.

Benedetto Croce rappresentò così la maggiore e più alta guida spirituale e intellettuale di tutta una generazione che nella lotta al fascismo andava formando la propria coscienza civile.

Il suo ruolo fu quello di severa coscienza morale e intellettuale, a sostegno dell'azione politica, sul magistero del quale si formarono le generazioni degli anni trenta.

Tutto ciò è stato in gran parte dovuto a Benedetto Croce: alla sua opera, al suo insegnamento, alla sua capacità di permeare una generazione politica di interessi filosofici, storici e morali.

Ricordare questo momento, significa ricordare che le classi dirigenti democratiche dell'Italia post-fascista lo hanno pensato e voluto padre e simbolo, culturale e morale, supremo valore civico, della nuova Italia che si andava formando.

lo -notava Croce -modestamente, so di vivere in un continuo colloquio con Dio, così serio e intenso che molti cattolici e molti preti non hanno mai sentito nelle loro anime. lo stimo che il più profondo rivolgimento spirituale nella storia dell'umanità sia stato il cristianesimo. Perché non possiamo non dirci cristiani. "Se non si avverte un continuo riferimento a quello che ci supera e che è eterno mancherebbe il fulcro della vita umana e non brutale".

E' un dialogo ricco di spunti sui rapporti tra filosofia e religione, sulla consonanza con coloro che credono negli ideali e nei sentimenti etici del cristianesimo.

Benedetto Croce si spegne nel mattino del 20 novembre 1952. Sul Corriere della sera Orio Vergani annotava che era morto "il professore" che non aveva insegnato in nessuna scuola e che aveva invece insegnato a tutti.

La vita intera -scriveva Croce, poco prima della sua fme -è preparazione alla morte, e non c'è altro da fare sino alla fine che continuarla, attendendo con zelo e devozione a tutti i doveri che ci spettano. La morte sopravverrà a metterci in riposo, a toglierci dalle mani il compito a cui attendevamo; ma essa non può fare altro che così interromperci, come noi non possiamo fare altro che lasciarci interrompere poiché in ozio stupido essa non ci può trovare.

Il 2005 è stato dichiarato dall'ONU l'anno di Einstein, in onore del fisico Premio Nobel, scopritore della relatività; il più grande uomo di scienza che abbia avuto l'umanità.

Mi piace ricordare quanto Einstein scrisse a Benedetto Croce: "Nessuna società umana può vantare vincoli tanto forti tra vivi e morti, come la comunità della cultura. Si conoscono i compagni di secoli passati come amici, e i loro detti non perdono mai fertilità e fascino".

Questo tentiamo di fare oggi con sobria semplicità: i Maestri del passato ci lasciano in eredità il pensiero più elevato e più maturo della civiltà moderna.

Definito CATONE, SAVANAROLA, CASSANDRA, Ugo La Malfa fu sempre un italiano atipico, scomodo, non classificabile.

Era nato a Palermo, nel 1903, in un quartiere popolare,da una famiglia di modeste originiFu un uomo di pensiero oltre che leader politico.

Anzi, il tratto che distingue la sua personalità nel panorama politico italiano ed europeo, fu la grande attitudine a coniugare la riflessione con l'azione politica e a considerare le idee come il substrato dell'azione politica.

Dotato di una straordinaria capacità di analisi anticipatrice dei problemi, nutrita da una passione civile di stampo risorgimentale, i suoi scritti sulla politica estera, sull'Europa, sullo sviluppo economico italiano, sul Mezzogiorno, sulla lotta politica in Italia, sono ancora oggi di grande attualità.

Oggi non è soltanto l'occasione per la celebrazione di uno dei protagonisti della lotta contro il fascismo e della ricostruzione democratica dell'Italia: è anche la riproposizione di una passione civile, di un pensiero e di un impegno politico nutriti di ideali che mantengono la loro piena validità nell'Italia contemporanea.

Allievo di Amendola - capo dell’opposizione parlamentare al fascismo - La Malfa divenne leader del Partito d'Azione: il sodalizio "ereticale e delle intelligenze",  nato da un gruppo di" intellettuali che ripresero il nome risorgimentale di scuola mazziniana; caratterizzato da personalità (Ferruccio Parri, Bruno Vicentini, Norberto Bobbio, Leo Valiani, Calamandrei, Ragghianti, Calogero, Tino, Cuccia) in vario modo collegate alla docenza universitaria e ad attività professionali, quali l'editoria, l'avvocatura, gli uffici studi di enti e grandi imprese.

Partito che svolse una funzione di ponte fra gli interessi privati e la regolazione pubblica del processo economico.

Passò poi allo storico e antico Partito Repubblicano, del quale fu anima, segretario politico, presidente e capo incontrastato per decenni.

Non è esistito -fra gli anni '50 e '70 del secolo scorso -governo italiano di cui La Malfa

non sia stato fra i maggiori tessitori e, pur con la sua smilza pattuglia di parlamentari, forza determinante.

La sua opera politica è sempre stata impastata di una sorta di "calvinismo mediterraneo", tutto teso a saldare le deboli strutture economiche e democratiche del nostro paese e con quelle più operose e ordinate del Nord Europa.

Lo spirito di servizio, in lui, si coniugava con lo scetticismo sugli uomini, la massima fiducia nelle Istituzioni e la passione per i grandi disegni organici.

Una vita bruciata dalla passione politica ,- scrisse di La Malfa Indro Montanelli -con le sue siciliane impuntature, ma anche col suo fiuto, il suo intuito, la sua inesauribile immaginazione,

la sua visione a lunga gittata, talvolta troppo lunga. "Se non fossi cieco, sarei presbite", diceva di se stesso l'illuminista senza illusioni.

La sua onestà, il suo disprezzo per il denaro erano assoluti.

Non voleva un'Italia balcanica o sudamericana o "alle vongole", per ripetere la felice e icastica espressione del direttore del "Mondo", Mario Pannunzio.

Mori senza un soldo, senza aver mai usufruito di un'auto blu, né del vagone ministeriale, né dell'aereo di servizio.

In un paese di politici improvvisatori, che hanno prosperato e proliferato, l'assenza di La Malfa si fece molto sentire.

Lui assente, venne meno uno dei perni della nostra fragile democrazia: uno degli uomini che forse avrebbe potuto impedire la disgregazione e la disfatta della cosiddetta prima Repubblica, rendendo meno difficile il cammino del Paese.

Negli attuali infausti anni di incultura e di "finanza creativa", mi piace leggere un brano di una lettera personale (che mi scrisse nel 1973), ancor oggi assai valida e pregna di rigore economico, in risposta a un giovane che chiedeva un rinnovamento in tema di alta formazione e sanità.

"Per quanto riguarda le riforme rispondo semplicemente che quando noi diciamo di restringere i consumi individuali per promuovere quelli sociali, pensiamo soprattutto agli ospedali e alle scuole.

Facendo certe scelte di Politica economica possiamo trovare i capitali e la volontà necessari per fare tutte le riforme che vogliamo. Tutto è naturalmente condizionato dalle possibilità di investimento; solo una nazione con una economia in espansione può fare delle vere riforme.

In caso contrario si perde solo tempo a fare discorsi e riempire pezzi di carta".

Nel pensiero -tante volte illustrato e ribadito di Ugo La Malfa -laicità significa tolleranza, dubbio rivolto pure alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni valori, sapendo che ne esistono altri pur rispettabili.

Questo pensiero costituisce una profonda moralità.

Agiva una segreta ma potentissima spinta di amore per la sua patria che si trasformava in autentica disperazione, secondo un tipico transfert siciliano, nell'assistere alla rovina di essa a causa dell'incapacità, dell'irrisolutezza e della mancanza di idee e di coraggio.

Il suo successore ed erede Giovanni Spadolini lo annoverava fra quei "magistrati civili", che hanno dato sempre conto di sé nella vita pubblica.

Mazzini, Croce, La Malfa, tre uomini diversi, tre vite diverse ma un filo culturale assai simile, vivificato da un forte valore etico e civile.

Apparentemente tre personalità perdenti, chi esule, chi incompreso e sconfitto, chi ritenuto sorpassato.

Per contro, sono i veri vincitori -contro effimere e apparenti egemonie ideali -ad essi hanno dato un forte e decisivo contributo alla nascita e alla crescita dell'Italia civile.

Il loro magistero è oggi più che mai vitale e necessario -come l'ossigeno -per la rinascenza della nostra Patria.

Perché se a educare i cittadini sono persone di specchiata rettitudine morale, che esprimono convinzioni vere e insegnano con l'esempio, allora l'educazione alla libertà è possibile.

Politici e intellettuali complessi che fanno riflettere sulla nascita della Nazione, sulla cultura, la politica e l'ideologia che hanno attraversato il nostro Paese, creando l'Italia.

Scrisse Mazzini "Esistono due scuole politiche la scuola dei doveri e la scuola degli interessi".

L'augurio, la speranza, la convinzione -per il bene e il futuro del nostro Paese -è che vinca e si affermi la scuola dei doveri.

 

CROCE E LA FILOSOFIA POLITICA

 

di Liliana Sammarco

 

 

Nel 1908 Bentley pubblica " The process of Government: a Study of Social Pressures" tentando di "sganciare" lo studio del fenomeno politico dalla concentrazione esclusiva sul problema dello Stato.

Attraverso il radicalismo empirico, e richiamandosi alla grande tradizione "antieticistica" italiana identificabile in Machiavelli, Bentley indica il rapporto politico non come una attività che viene posta in essere con riferimento ai codici , alle Costituzioni ovvero ai caratteri d'un Popolo, ma che sorge, viceversa, intorno agli interessi che determinano l'agire degli uomini collegandoli in molteplici rapporti e gruppi di pressione.

Benedetto Croce interviene subito al dibattito che si apre sul punto, offrendo un contributo sistematico alla questione con l'affermare: " .... che cosa è poi effettivamente lo Stato? Nient'altro che un processo d'azioni utilitarie di un gruppo d'individui o tra i componenti di esso gruppo, e per questo rispetto non c'è da distinguerlo da nessun altro processo di azioni di nessun altro gruppo; ed anzi di nessun individuo, il quale isolato non è mai e sempre vive in qualche forma di relazione sociale. Nè si guadagna cosa alcuna nel definire lo Stato come complesso di Istituzioni o di leggi, perchè non c'è gruppo sociale nè individuo che non possegga istituzioni ed abiti di vita e non sia sottomesso a norme e leggi. A rigore, ogni forma di vita è, in questo senso, vita statale."

Alessandro Passerin d'Entreves, appassionatosi alla questione, nel 1962 ricorda la riconoscenza manifestata a Croce, nel 1922, da Roscoè Pound, il più autorevole rappresentante della anti formalistica Scuola Sociologica del Diritto negli Stati Uniti d'America, il quale rileva pubblicamente l'utilità delle tesi crociane e l'importanza, per la di lui formazione, dei colloqui fra i due intercorsi.

"L'identificazione di filosofia e storia operata da Croce", afferma Pound, " è una ripulsa della filosofia della storia del secolo XIX e costituisce una filosofia della vita in tutta la sua varietà di azioni, mutamenti, compromessi ed adattamenti...".

Questo "atteggiamento funzionale" che accomuna le tesi di Croce, Bentley e Pound, secondo Passerin d'Entreves, confina la "nozione di Stato" a quella di " uno fra i maggiori passatempi intellettuali del passato".

Studiando Croce, Pound trae ancora conferme in ordine all'erroneità dell'idea della "continuità del contenuto" generata dalla concezione hegeliana del diritto e scopre, da una parte, il persistere della concezione hegeliana del diritto nonostante la liberazione, da parte della storiografia, dal concetto della "filosofia della storia", dall'altra, il sorprendente distacco da parte dello storicismo italiano, al pari della nuova cultura nord-americana, dal formalismo, e cioè dall'eccessiva attenzione alle norme ed alle variabili formali.

Ed in vero, nel 1923 Croce già recensisce positivamente il libro dell'anti-formalista Gaetano Mosca sulla classe politica, ricordandone pure le peculiarità nel 1928, nella "Storia d'Italia" poichè - scrive Croce - " .....il solo forse che concepì un'idea feconda, riportando, per virtù di meditazione storica, l'attenzione dalle forme giuridiche alla realtà politica, dal sistema costituzionale e dal metodo parlamentare, alla classe dirigente o politica".

In realtà Croce si muove lungo il sentiero della liberazione dalla filosofia della storia di Hegel, o dai sistemi chiusi, sin dalla fine dell'ottocento, quando già scrive la prefazione agli studi sul materialismo storico, e ne riscrive, infine, nell'ultima prefazione del 1941, ove ricorda d'avere ristampato "la concezione materialistica della storia" di Antonio Labriola, accompagnandola con un proprio saggio del 1937 su " Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia" a conferma della finale "dissoluzione" dello Stato nella Società civile.

Ad ulteriore conferma della lettura anti hgegeliana e storicistica legata al pensiero di Croce, interviene, nel 1925, anche un saggio di Piero Gobetti su " Croce oppositore" in cui viene rimarcata la differenza fra il dogmatico, autoritario, dittatore di provinciale infallibilità Gentile, e l'antitetico Benedetto Croce, politico capace di riflessione, di dubbio, antitetico al culto totalitario della religione di Stato.

Gobetti cita pure il celebre brano del Croce sullo Stato come " ...forma elementare ed angusta della vita pratica, dalla quale la vita morale esce fuori da ogni banda e trabocca, spargendosi in rivoli copiosi e fecondi da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli Stati, ossia costringerli a rinnovarsi conforme alle esigenze che essa pone".

Aldo Garosci, afferma che l'anno in cui Croce ravvisa l'urgenza di distinguere morale e politica è il 1924, anno in cui viene pubblicato " Etica e politica" a conclusione di riflessioni dettate dalla lunga e permanente polemica con Gentile iniziata nel 1913, ma, avverte anche, che completano il pensiero successivi studi sulla " Controriforma", su "Amore ed avversione allo Stato", sul ruolo della " Filosofia inferiore" che si pone " tra le pieghe del mondo, dei simboli e dei miti.......più vicini all'animo popolare e al mondo della vitalità".

Questi studi successivi, chiariscono che l'etica, traboccando da ogni banda, si riconosce, per un verso, nella fede creativa ( la religione della libertà) e, per l'altro, nelle forme trainanti e preparanti le nuove primavere storiche.

Gioele Solari coglie il dinamismo antistoricistico ed anti hegeliano di Croce rilevandone l'avvertimento a non " elevare lo Stato a significato ed entità etica."e rimarcando pure il valore del dialogo apertosi fra Croce e Labriola sin dalla fine dell'ottocento, quando già il Labriola, alla concezione dello stato etico, opponeva la concezione dello Stato che trae origine da un sistema di forze e di interessi ponendo così lo Stato nella categoria dell'utile all'interno della tradizione del liberalismo anglosassone.

L'influenza crociana a Torino appare grande e duratura, e proprio da Torino giunge la lettera di solidarietà da Umberto Cosmo a Croce, indicato da Mussolini come " imboscato della storia".

Le riflessioni sulle intuizioni di Croce in ambito di filosofia politica, passano, per scritti più recenti.

Sartori ( introduzione all'Antologia di Scienza politica del 1970), presentando in Italia metodi e risultati della scienza politica nord-americana, torna al tema classico della teoria dello Stato precisando che Hegel e Marx trasfiguravano lo stato esistente mentre la scienza politica s'interessava già non dell'essenza ma del modo d'operare dello Stato.

La nuova scienza politica italiana, pone oggi decisamente l'accento su due distinte tradizioni analitiche; da una parte la tradizione anglosassone che conferisce grande attenzione ai processi sociali più che alle configurazioni statuali, dall'altra una tradizione continentale di analisi delle strutture statuali vere e proprie, di studi istituzionali.

Sotto questo aspetto, gli studi di Croce sulla "filosofia interiore" e sull'individuo come "gruppo di abiti" che si pone in relazione con la società e con il variegato sistema di interessi e di pressioni, lo pongono decisamente dalla parte della tradizione anglosassone.

L'etica non è più prigioniera, così, dello Stato, e sono l'infermità e la lentezza delle forze morali, o la loro capacità di operare con slancio, a segnare i tempi della ripresa che, nella sua fase iniziale, trova i suoi riferimenti nella scienza, nell'arte, negli oppositori.

" La cultura dei periodi di reazione" afferma Croce," si cerca e si ritrova soltanto negli oppositori delle reazioni: come in Italia, nell'età della controriforma, in Bruno e Campanella e Galileo".

 

 

ECONOMIA ED ESTETICA NELLA PALERMO LIBERTY

 

di Liliana Sammarco

 

Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento la città di Palermo esce dalle perimetrazioni delle sue vecchie mura e si apre al nuovo soffio della cultura europea. Il ruolo di Palermo, grande capitale del Risorgimento italiano, si esalta nel contatto con i grandi filoni architettonici dell’Art Nouveau che in altre capitali europee, specialmente a Bruxelles, si erano affermati. Sotto questo aspetto, Palermo mostra di non volere perdere quello che era stato uno dei maggiori connotati della cultura risorgimentale, e cioè la vivacità e l'elevatezza del circuito di vita intellettuale e morale che aveva congiunto il patriottismo liberale italiano con la cultura europea.

Basti pensare - ma dico cose note - all'impegno della prima generazione risorgimentale, e cioè a Cavour, alla formazione illuministica e mazziniana di Crispi, allo sforzo, anche ideologico, di Bertrando Spaventa di ricongiungere la filosofia italiana alla filosofia europea, e alla passione delle successive generazioni, come Sennino e Franchetti, giunti in Sicilia sulla scia dei grandi modelli culturali attinti dal liberalismo inglese e dal costituzionalismo tedesco.
Palermo, dunque, non aveva voluto rinunciare al grande collegamento con l'Europa, specialmente quando aveva celebrato, attraverso i suoi storici e i suoi politici tra i quali Crispi, il mito del Parlamento normanno: un Parlamento proiettato certamente nel Mediterraneo, ma costruito dai rudi uomini del Nord, giunti in Sicilia vittoriosi, con la forza - avrebbe detto Vico - che caratterizza i fondatori degli Stati.
Così Palermo, uscita dal Risorgimento, con le memorie dell' "antica libertà" dei suoi Parlamenti, strettamente legati, fin dal Medioevo, ai modelli inglesi, non volle mai perdere il dialogo con le civiltà architettonico-urbanistiche d'Europa.
Non è un caso che il catalogo di una mostra della Galleria d'Arte Moderna tenuta a Palermo nel 1981, contenga due saggi introduttivi: uno su Palermo 1900 e l'altro su Bruxelles, capitale de l'Art Nouveau ou la découverte d'une structure significative.
Pertanto, il personaggio che si innesta in questa nuova stagione palermitana è Michele Utveggio. Imprenditore o, meglio, costruttore, egli proveniva da profonde origini popolari. La sua figura sembra uscita dalle pagine di Michele Lessona, l'autore di Volere è potere.
Utveggio è l'uomo che si fa da sé, è il borghese che "diventa", secondo una nota affermazione di Croce che individuava nella borghesia il ceto mediatore capace di inglobare in sé tutte le altre classi sociali, purché lo spirito vitalistico e creativo degli individui si rivelasse vigoroso nella connessione interattiva tra la sfera categoriale dell'Utile, o mondo degli affari, e i valori della bellezza, propri della forma Estetica, dentro un universo di simboli e di linguaggi che continuano a parlare e che, a modo loro, entrano nel tempo che noi andiamo vivendo.
La scelta orientata su Utveggio spiega l'attenzione rivolta a questa figura perché si mantiene più legata, nella sua drammaticità e creatività, al tessuto di una nuova borghesia palermitana, fortemente minoritaria e poco fortunata, aperta al grande sogno della realizzazione di una città nuova, fatta di piccole e di grandi opere: del Castello sul Monte Pellegrino, e di eleganti e popolari quartieri giardino, destinati a dare il senso a quello che Giovanni Ansaldo - scrittore raffinato e con il "gusto dell'aneddotica", grande giornalista e autore di indimenticabili biografie - come quella su Giolitti - ha definito essere la qualità della "buona vita".
Utveggio e non i Florio, perché questi ultimi, specialmente l'ultima generazione, sono rappresentativi di un universo "non interamente borghese" come quello di Utveggio, ma piuttosto aperto ai compromessi con l'aristocrazia.
La descrizione dettagliata della figura di Utveggio e della Palermo fine Ottocento, che sostanzialmente sopravvive fino agli anni Trenta del Novecento, emerge da un brano suggestivo di Ansaldo, tratto dal Dizionario degli italiani illustri e meschini, dove si legge:
«Da parecchie strade centrali di Palermo, alzando gli occhi, si vede lontano, su un costone di Monte Pellegrino, una costruzione potente e solitaria, che a primo aspetto sembra un castello. E, se si chiedono informazioni, si ha precisamente questa: 'E' il castello dell'Utveggio'. E il nome strano accresce stranezza alla costruzione. In realtà Michele Utveggio fu un tipo [...] stranissimo. Nato a Calafatimi [1866-1933], da povero manovale, si tirò su a piccolo appaltatore; poi trasferitesi a Palermo, vi trovò l'America sua. Cominciò con la demolizione dei bastioni di San Vito [che delimitavano la città] e con la costruzione di alcuni grandi palazzi dietro il Teatro Massimo. Continuò dopo la Esposizione Nazionale del 1892, costruendo case 'fin di secolo' ai due lati di Via della Libertà, aperta nel 1848, ma rimasta per semplici passeggiate. Case decorose e severe, a mezze tinte, con piccoli e austeri giardinetti dinanzi. La Via della Libertà diventò il quartiere dei baroni che disertavano i 'feudi' o dei professionisti di grido» (G. Ansaldo, Dizionario degli italiani illustri e meschini. Milano 1980. p. 236.)
Il ritratto di questo imprenditore e della sua città prosegue con la narrazione delle vicende di Utveggio, delle sue realizzazioni spesso identificate con la crescita urbanistica di Palermo, e del Castello che fu progettato insieme all'architetto Santangelo con riferimento ai modelli figurativi medioevali di tipo neo-romantico. 
Il Castello, secondo l'ordine artistico della spazialità costruita (che rappresenta la trasfigurazione della materia in immagine figurativa-espressiva) e della temporalità (propria delle evoluzioni e variazioni del mutamento del reale), esprime le forme di ciò che nella sua unicità è il linguaggio monumentale, codice di riferimento entro cui si attua la comunicazione simbolica. «Scrive [... ] lo Schleirmacher.II contrasto fra i due ordini d'arte [il simultaneo e il successivo, connessi rispettivamente allo spazio e al tempo ] significa solamente che ogni contemplazione, al pari di ogni produttività, è sempre successiva, ma [...] nel pensare la relazione dei due lati in un'opera d'arte, l'uno e l'altro ci appaiono indispensabili: il coesistere (das Zugleichsein e l'essere successivamente (das Successivsein)>
"Spazio e tempo - secondo la critica di Carlo Ludovico Ragghianti, critico d'arte - è, appunto, non già astrazione [...] ma il concreto linguaggio espressivo dell'opera d'arte [...]. [Infatti], noi nell'interpretazione non facciamo altro che riflettere in termini spazio-temporali un'attività - anzi, un'espressione - della quale è intrinseco ed originario, costitutivo, l'ordinamento spazio-temporale" (A. Pagliaro, La parola e l'immagine. Napoli 1957, p. 103.)
"II tempo, di cui si parla, precisa Antonino Pagliaro studioso del linguaggio, è il tempo vissuto, cioè la partecipazione