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Costanza Pera ricorda Ernesto Paolozzi

 

Enrico Morbelli mi ha chiesto di ricordare Ernesto Paolozzi ed è un’impresa, oltre che dolorosa, molto difficile. Ernesto era infatti un uomo di intelligenza vivacissima e di cultura profonda; in modo più appropriato potrebbe ricordarlo uno dei suoi amici filosofi, dell’Università Suor Orsola Benincasa dove insegnava Storia della filosofia contemporanea, oppure dell’istituto degli Studi Storici fondato da Benedetto Croce di cui era stato borsista o, infine, dell’Istituto italiano per gli studi filosofici presso il quale era docente e del cui comitato scientifico era componente. Penso che si potrebbe persino chiedere di ricordarlo ad Edgar Morin, di cui Ernesto era discepolo e amico.

Chi voglia davvero capire la complessità e la profondità del pensiero di Ernesto Paolozzi può trovare su www.ernestopalozzi.it il lunghissimo elenco delle sue pubblicazioni, molte dedicate agli studi su Croce (anche tradotti in russo e in inglese)  e il suo blog personale  aperto da questo esergo: “Niente di grande è stato fatto al mondo senza il contributo della passione”, che in poche parole descrive il lato pubblico e dinamico di uno studioso che cominciò fin dal liceo ad  appassionarsi di pensiero politico liberale in un mondo scolastico e universitario invaso dal dilagare dall’utopia e dall’intolleranza marxista. Forse per questa contrapposizione giovanile Ernesto maturò subito un’adesione alla religione crociana della libertà come indirizzo definitivo della propria esistenza e del proprio sviluppo intellettuale, riuscendo sempre a trovare convincenti risposte di metodo e di merito ai problemi spinosi della realtà contemporanea, nella quale Ernesto era, crocianamente, profondamente immerso.

Ci eravamo conosciuti nei congressi della Gioventù liberale sul finire degli anni Settanta e poi trovati innumerevoli volte nelle riunioni della direzione nazionale, nei convegni, nelle assemblee piene di fumo e passione del Partito liberale e della corrente di Valerio Zanone di cui Ernesto è stato sempre grandissimo amico e sostenitore. Su richiesta di Zanone aveva svolto l’incarico di Direttore scientifico della Fondazione Luigi Einaudi. Era poi stato consigliere comunale a Napoli, animatore di associazioni - ha tra l’altro fondato l’associazione Giovanni Amendola - e di riflessioni sui dilemmi bioetici, la giustizia, la scuola, l’università, l’economia meridionale.

Attivo sulla stampa quotidiana e sulle riviste scientifiche, aveva scritto nel 2007 un libro su “Il Partito Democratico e l’orizzonte della complessità” domandandosi come si sarebbe atteggiato il nuovo partito di fronte alla globalizzazione dei mercati, al degrado ambientale, al confronto con il mondo islamico e aveva intrattenuto un dialogo con il PD. Ma si candidò nel 2018 con Liberi e Uguali, come reazione alla degenerazione del PD locale e come dichiarazione di appartenenza alla sinistra politica. Nel novembre di quello stesso anno ha pubblicato con Luigi Vicinanza un piccolo libro, certamente liberale, estremamente complesso: “Diseguali. Il lato oscuro del lavoro”, che dichiara essere “un’analisi della società strettamente finalizzata all’impegno politico” e nel quale ha riassunto il suo pensiero filosofico e morale e quello politico, con una sintesi della realtà del XXI secolo estremamente lucida ed aggiornata. Sconcertante è qui la sua capacità di mettere in connessione e relazione i suoi filosofi di riferimento per costruire una lettura a molte dimensioni del presente, sempre in coerenza con i punti fermi del liberalismo di partenza, fino a richiamare   Heisemberg e i principi della fisica quantistica a proposito della relazione tra soggetto e oggetto come unica conoscibilità possibile e quindi come sconfitta delle concezioni oggettivistiche e quantitative oppure metafisiche.

Ernesto Paolozzi conclude affermando che “è un dovere morale impegnarsi perché nuove utopie operanti risveglino la fede nell’umanità e si cominci ad agire dove e quando è possibile” e che “tornare alle antiche virtù cristiane  e liberali di cui tanto si è nutrito al suo sorgere il liberalismo democratico, cresciute e fortificatesi attorno al fondamentale concetto del rispetto della dignità e della libertà dell’individuo, tornare alle acquisizioni fondamentali del socialismo che sconfisse la credenza nelle presunte leggi dell’economia in nome della giustizia sociale e della umana solidarietà, è il nostro compito morale, la nostra unica via di salvezza”.  Era convinto che lo sviluppo tecnologico non è destino che condanna alla disoccupazione, alla perdita della dignità e della libertà ma che invece costituisca l’occasione per ridistribuire i profitti e per costruire una democrazia autentica. Un’utopia, lo sapeva, ma che gli appariva l’unica prospettiva per coniugare nel futuro, da liberale, l’etica della convinzione con l’etica della responsabilità ed evitare quei fanatismi e quei cinismi che il Novecento aveva visto prosperare. Il liberale Paolozzi era proiettato nel futuro e di lui dovremo ricordarci.

E non dimenticheremo mai il suo tratto umano eccezionalmente garbato, coinvolgente e generoso che centinaia e centinaia di persone sottolineano in queste ore sui siti di comunicazione intorno ai suoi familiari e ai suoi amici di pensiero. 

     11/04/2021                                                                      Costanza Pera